Io e Mark Zuckerberg

Io a Mark Zuckerberg gli voglio bene. Davvero, nutro profondo affetto.

No, non provarci, è inutile fare quella faccia: fammi capire, tu che leggi narrativa puoi innamorarti di supereroi dallo spazio e vampiri dalla foresta, e io che leggo la biografia scritta da David Kirkpatrick (Facebook. La storia: Mark Zuckerberg e la sfida di una nuova generazione, David Kirkpatrick, Hoepli 2012) non posso innamorarmi del CEO di Facebook? Ah, ecco. Dicevo, gli voglio bene. Perché se tu gli chiedi qual è la mission di Facebook, lui ti risponde «Cerchiamo di incrementare l’efficienza con cui le persone possono comprendere il mondo che le circonda.» Mica noccioline.

Gli voglio bene perché davanti al rifiuto di Harvard di aprire un annuario online, se lo è costruito tutto da solo (in una notte, da sbronzo).

Gli voglio bene perché ha un’idea fissa e tutto quello che fa ruota attorno a quell’idea, che lui è riuscito a guardare anche da molto lontano, anche quando era solo un puntino. Non si lascia distrarre da mode del momento, competitors alla ribalta, fatturato oscillante.

Anche quando sbaglia, anche quando deve ricredersi, anche quando deve fare soldi, non distoglie mai lo sguardo dalla sua idea. Tenacia? Determinazione? Psiconevrosi ossessiva?

Sarà, ma intanto lui un’idea ce l’ha, è un’idea grandiosa e − come tutte le idee davvero grandiose − anche un po’ spaventosa.

Qual è questa idea?

La condivisione e la trasparenza come elementi imprescindibili della contemporaneità. Secondo Mark, internet in generale e Facebook in particolare sono forze in grado di creare un livello di trasparenza sufficiente da consentire alla gift economy di operare su larga scala, un livello tale da condurre a una società più tollerante, in grado di accettare che tutti a volte facciamo cose cattive o imbarazzanti.

Certo questo inno alla trasparenza stona con la trasparenza (scarsa) con cui Facebook stesso gestisce i nostri dati. Certo il valore − molto americano − della trasparenza non è letteralmente traducibile in tutte le culture. Esportando Facebook, Zuckerberg esporta le libertà legate alla mentalità statunitense, con effetti molto positivi ma anche molto negativi sulle realtà che invade.

Tutto questo fa però di Zuckerberg non solo un talento fuori classe, non solo un nerd asociale, non solo un imprenditore di successo o un anomalo amministratore delegato, tutto ciò fa di Zuckerberg un autentico genio visionario.

Qualsiasi discussione su quanto effettivamente sia stato lui in persona, tutto da solo, a creare Facebook − con tutto quello che oggi Facebook rappresenta −, quanto abbia rubato idee altrui, quanto abbia assecondato o cavalcato una tendenza da lui indipendente, onestamente non mi interessa proprio.

È un po’ come chiedersi se vale più Picasso o Guernica.

E a proposito di Picasso, seguendo una provocazione di Francesco Bonami (Si crede Picasso, Francesco Bonami, Mondadori 2010): se l’arte è uno dei più potenti mezzi per esprimere un’idea, se la vera arte è quella che cambia il modo di vedere il mondo, allora la tecnologia potrebbe davvero essere l’ambito dove si gioca la partita dell’arte contemporanea. E Zuckerberg sarebbe uno dei miei artisti contemporanei preferiti.


Originally published at www.filodaria.it on July 28, 2014.

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