Il percorso di avvicinamento della Grecia all’Unione Europea è stato uno dei più travagliati e contradditori tra i 28 membri. Se, dopo l’epoca dei colonnelli, Nuova Democrazia (il partito conservatore) ne aveva fatto una questione di principio, l’avvento al potere del PASOK di Andreas Papandreou nel 1981 (ironicamente l’anno di entrata della Grecia nella CEE) complica le cose.

L’atteggiamento del PASOK è infatti ambiguo: se da una parte uno degli slogan di Papandreou in campagna elettorale fu il

ΕΟΚ και ΝΑΤΟ το ίδιο συνδικάτο”

traducibile pressappoco con “l’Unione Europea e la NATO sono lo stesso schifo”, che marcava un’ostilità verso le due istituzioni colpevoli di non aver ostacolato l’invasione turca di Cipro, dall’altra il governo aveva ben chiaro che attraverso l’European Social Fund la Grecia si sarebbe ritrovata ad essere beneficiario netto della comunità (ergo più denaro nelle casse pubbliche).

Furono soprattutto le aree rurali a beneficiare di questa costante iniezione di capitali europei, mentre il PASOK al potere ingrossava le file dell’apparato pubblico, le loro paghe e le pensioni — finanziando la maggiore spesa pubblica attraverso il debito.

Questo approccio — che si configura in larga parte come clientelare — consentì in effetti al PASOK di rimanere quasi ininterrottamente al potere fino al 2010. È dalla metà degli anni Novanta, però, che la questione del deficit inizia a sfuggire di mano alla Grecia. È proprio in questo periodo, in effetti, che la scintilla del deficit innescò la bomba del bilancio greco. Nonostante i continui sforzi degli apparati pubblici di mascherare il crescente disavanzo l’esplosione della polveriera finanziaria era solo una questione di tempo. Nell’ottobre del 2009 il neoeletto Papandreou, immediatamente dopo la vittoria del PASOK nelle elezioni politiche, dichiarò che il deficit di bilancio per lo stesso anno sarebbe stato il 12,6% — più del doppio di quanto annunciato fino a quel momento — strappando a tutti gli effetti il velo sull’effettivo stato delle finanze elleniche.

L’annuncio, e le prevedibili reazioni dei mercati e degli investitori precipitò rapidamente la situazione.

Il governo greco, in balia di continui downgrades riguardo la sicurezza dei loro titoli di Stato dopo la scoperta dei conti truccati, varò tardivamente ed in meno di un mese (9 febbraio e 3 marzo 2010), due pacchetti di austerità. Infine, il 23 aprile 2010 e nel pieno possesso della loro sovranità nazionale, lanciò una richiesta d’aiuto internazionale per un bailout, a cui la Commissione Europea, la Banca Centrale e il FMI (su pressioni tedesche) risposero.


Il primo bailout greco viene messo in campo, e (non completamente a torto) venne dipinto dalla stampa come un regalo alle banche francesi e tedesche a scapito della popolazione greca. Con un minimo di equilibrio e di prospettiva storica, tuttavia, mi pare più verosimile affermare che sicuramente l’esposizione delle banche tedesche e francesi verso la Grecia abbia spinto in maniera decisa i politici delle due principali potenze della zona euro ad essere favorevoli ad un salvataggio. Tuttavia va considerato che se gli istituti bancari tedeschi e francesi avrebbero potuto reggere ad un ipotetico default greco (seppur con importanti perdite nell’ordine del 6–7% del proprio capitale), il sistema bancario greco nel suo complesso sarebbe esploso, con tutte le conseguenze del caso.

Per dirne un paio, la scomparsa dei depositi in conto corrente dei cittadini greci (esatto, i risparmi di una vita), l’azzeramento degli investimenti e di conseguenza il blocco dell’economia e dei servizi indispensabili, come gli ospedali.

Al netto di tutto ciò, nel corso dei mesi si è sviluppato un grande dibattito sul primo salvataggio greco, essenzialmente intorno alle seguenti questioni:

1. i creditori hanno preteso di una sorta di golden share sul governo greco, chiedendo tagli importanti per evitare il ripetersi di deficit annuali consistenti da parte di Atene e quindi “limitandone lo spazio democratico”

2. I capitali privati a rischio nel 2010 sono stati di fatto salvati e sostituiti con capitali pubblici dei cittadini europei

3. Non si è accompagnato il salvataggio con un taglio consistente del debito, posticipando di fatto il problema al 2012, quando un secondo bailout si è reso necessario

4. Lo statuto dell’FMI comporta, per la natura stessa dell’istituto, l’assunzione esplicita del fatto che la Grecia nel lungo periodo avrebbe potuto essere in grado di ripagare i suoi debiti. Al fine di creare questo assunto di base, l’FMI ha “stimato” una tanto veloce quanto improbabile ripresa (immediatamente capitalizzata — ma a fini politici — dai partiti greci di governo)

Senza entrare nel merito di ognuna di queste obiezioni — comunque degne di essere affrontate — concentriamoci per il momento sui risultati del primo piano di salvataggio del 2010.


2010–2014

Dopo cinque anni di recessione e di tagli, da metà 2014, il paese sembrava infatti essere finalmente in ripresa, anche grazie alle riforme messe in atto, alla spending review ed alla correzione dell’insostenibile deficit dei precedenti decenni. Su questo risultato, quantomeno, non dovrebbero esserci dubbi. Dubbi semmai, ne solleva il costo sociale del combinato disposto da clientelismo, deficit impazzito e congiuntura economica sfavorevole. Nello Stato europeo che, Italia esclusa, tutela meno degli altri le fasce più deboli della popolazione tramite politiche di unemployment e social assistance, cinque anni di recessione e di tagli alla spesa hanno completamente lacerato la popolazione meno abbiente. Considerato questo non propriamente banale aspetto, il quinquennio infelice greco ha rappresentato un primo, importante passo verso una società più giusta.

Più giusta soprattutto nei confronti delle generazioni successive (alle quali per inciso appartengo anagraficamente anche io), perché vivere a debito è un furto alle generazioni successive (diventerà un mantra nel prosieguo del pezzo). Qualche indicatore come esempio:

http://www.tradingeconomics.com/greece/gdp-growth

http://www.tradingeconomics.com/greece/unemployed-persons

http://www.tradingeconomics.com/greece/youth-unemployment-rate

http://www.tradingeconomics.com/greece/foreign-direct-investment

http://www.tradingeconomics.com/greece/business-confidence

Il trend verso la ripresa constatabile dalle risorse appena elencate potrebbe essere inoltre sottostimato analizzando i dati, poiché è necessario considerare che di solito, per una relazione empirica che si chiama legge di Okun, la disoccupazione scende se l’economia cresce (a spanne e secondo il paese) sopra l’1,5%. Inoltre, l’occupazione di solito sale con un certo ritardo rispetto alla crescita del GDP, e questo comportamento è intuitivamente spiegabile dal fatto che gli imprenditori non assumono personale se non sono “abbastanza convinti” che la crescita sia duratura e non passeggera.
Dopo il terribile quinquennio 2009–2014, complici anche fattori esterni quali il basso prezzo del petrolio, la Grecia sembrava avviarsi su un (sostenibile) sentiero di moderata crescita — comunque più alta della media UE — grazie al mix tra iniezioni di capitali e riforme strutturali.

Si stava meglio quando si stava peggio

È cristallino cullarsi nella convinzione che, prima dell’intervento delle istituzioni europee, la situazione economica per l’uomo della strada greco fosse migliore di quella attuale. Tuttavia, benessere e crescita greci erano completamente e fortemente insostenibili sotto ogni punto di vista, falsi e senza futuro alcuno perchè finanziati a debito.
Sarebbe forse il caso di prendere in considerazione questo aspetto, quando ci si tuffa nel dibattito greco.

Tutto questo — oltre che a un grande dibattito balneare agostano — mi ricorda un po’ quegli italiani che rimpiangono la crescita dei rampanti anni Ottanta, quando non ci si preoccupava che i governi Craxi facessero il 10% di deficit annuo (proprio quel deficit che oggi tanto ci azzoppa) senza creare infrastrutture/capitale umano in settori all’avanguardia, senza mettere in campo politiche per l’innovazione e lo sviluppo e qualsiasi altra cosa che ci permettesse di avere una crescita duratura e sostenuta tale da giustificare siffatto esborso.

È bene ricordarlo sempre: una crescita fatta a debito (senza fare investimenti pubblici in settori cruciali che renderanno più di quanto investito al netto degli interessi) è finanziata dalle generazioni future. Insomma: se la fai, stai rubando ai tuoi figli (e due).

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.