Esperienze in solitaria — Parte 1

Riflessioni e considerazioni da testimonianze dirette

Recentemente tanto per restare fedele alla mia routine ho deciso di buttarmi dritto di testa in una nuova esperienza, più difficile delle precedenti a livello sia fisico che mentale.
Tutti sono a conoscenza del fatto che per motivi personali ho dovuto abbandonare la cosa dopo un periodo estremamente breve, ma per alcuni resta aperta la domanda: “Senza intoppi, sarei riuscito a portare a termine l’impresa?”. La risposta è molto probabilmente “No”, e non ho intenzione di tenerlo nascosto.
Ma partiamo dalle origini, dalle motivazioni stesse alle considerazioni, riflessioni, pensieri e problematiche riscontrate durante l’esperienza stessa. Non racconterò del viaggio in se per se come ho fatto per “La mia prima esperienza da Backpacker”, almeno per ora, questo sarà un post totalmente riflessivo, e se vi dice culo magari comico.
Spinto dalla voglia di conoscere meglio me stesso, girare, dialogare e scoprire la varietà a livello comportamentale delle persone man mano che il contachilometri segnava numeri sempre maggiori col passare del tempo, ho deciso di partire in solitaria in giro per l’Italia senza una meta precisa. In qualità di ultimo membro sopravvissuto ai giorni moderni di “Non utilizzatore di sostanze stupefacenti”, il mio cervello, nel periodo che va tra il “Cosa facciamo stasera?” e “Chi è lo stronzo che ha finito tutti i salatini?” tenta ancora di propormi nuovi e interessantissimi modi per rispondere a domande introspettive cercando la risposta non dove sa di trovarla, bensì lontano da dove sa di non trovarla, cioè il mio paese di residenza. Che la cosa sia un bene o un male non saprei ancora dirvelo, ma la semiretta di sfortunati e infausti eventi che nasce da me dovrebbe darmi perlomeno qualche indizio a tal proposito. Peccato che non sia mai stato un grande appassionato di romanzi investigativi.
La scelta di partire da solo è stata ponderata e dovuta alla tendenza che in genere hanno le persone (io in primis) di chiudersi a riccio e fare gruppo con le facce amichevoli a disposizione, ho quindi pensato che dei compagni di viaggio mi avrebbero trattenuto dal godere appieno della compagnia degli sconosciuti. Avevo tuttavia sottovalutato i fattori positivi che la presenza di un volto noto può portare a tale esperienza, ma a questo arriverò in seguito.
Le limitazioni autoimposte sono state troppo rigide per una persona senza esperienza in quel campo, del tipo: sfruttare solo la generosità della gente per alloggi e spostamenti (Autostop, Couchsurfing) una volta iniziato il viaggio vero e proprio.
Poche ore dopo la partenza ho realizzato che se la tua sopravvivenza dipendesse esclusivamente dagli sconosciuti la cosa più saggia che potresti fare sarebbe contattare il tuo comune di residenza e chiedere il prezzo di un loculo nel cimitero di appartenenza.
Questo pensiero può non suonare come una novità alla maggior parte dei lettori, e non è suonato come una novità per me che abitualmente svolgo la quasi totalità delle mie attività ricreative da solo per un mix di “voglia di fare quel che cazzo mi pare senza doverne rendere conto a nessuno” e “scarsa fiducia nelle capacità della maggior parte delle persone”, ma pensare e vivere determinate esperienze sono due cose diverse.
Innanzitutto la persona media non si fida, non pensa, è estremamente menefreghista o tutte e tre le cose contemporaneamente, e questi sono fattori che incidono molto e vanno tenuti in considerazione se tenti di viaggiare in autostop. Dietro le pesanti e arroganti affermazioni che faccio ci sono dei motivi ben precisi e giustificati. 
Nel corso della mia vita ho avuto modo più volte di trasportare autostoppisti o ignorarli, e la scelta è sempre stata accompagnata da ottime ragioni, ad esempio: tornando verso il mio paese in un caldo pomeriggio estivo mi sono imbattuto in un ragazzo accompagnato da uno zaino più grande di lui al bordo della carreggiata dove transitavo, il mio pensiero è stato “Questo ragazzo è a chilometri di distanza da un agglomerato urbano con vestiti comodi addosso e uno zaino da viaggio accanto, è chiaramente un viaggiatore e non penso proprio che un tizio pericoloso si prenda la briga di agghindarsi da simil-clochard per prendere un passaggio e mutilare violentemente un ignaro e ingenuo guidatore, oltretutto se si trova quì, nel nulla, qualcuno dovrà pur averlo portato prima di me, giusto? Accosto e lo faccio salire”, oppure una notte, mentre mi trovavo di passaggio all’Aquila, mi sono imbattuto in un tizio senza bagagli che agitava le braccia al bordo della strada, e il mio pensiero è stato “Questo signore sulla quarantina vestito decentemente sta chiedendo un autostop al buio senza bagagli dietro. Chi cazzo è? Perchè lo fa? Magari è solo lo scemo del villaggio che tenta di tornare a Coppito dopo una notte brava trascorsa a guadagnarsi l’alcool da vivere cantando stornelli abruzzesi su arrosticini e eremi arroccati, ma siccome non trovo motivi validi per accostare penso che lo condannerò senza troppi rimorsi a restare a piedi”. Ragionamenti del genere la gente non li fa, e ne sono certo.
Il mio viaggio è iniziato a Tarquinia, un gradevole paese vicino al mare in provincia di Viterbo. Parlando con gente del posto ho capito che il modo migliore di spostarsi verso nord era la via Aurelia, che però diventava una strada statale solo diversi chilometri dopo Tarquinia. Zaino in spalla ho percorso quei 5–6km a piedi e ho iniziato ad autostoppare all’ingresso della strada statale. Un’ora e mezza e decine di automobili dopo, per intercessione del Grande Scaravulso Verde, una coppia sulla cinquantina si è fermata per farmi salire portandomi al confine con la Toscana. Avevo già capito che non sarebbe stata un’impresa facile viaggiare in quel modo poco ortodosso, e avevo capito altresì che alle decine di automobilisti precedenti non fregava un cazzo di chi fossi e cosa ci facessi sul ciglio della strada.
L’incontro con la coppia tuttavia mi aveva dato speranza, e un pensiero si faceva largo presuntuoso nella mia testa: “Adesso l’autostop lo fai sull’Aurelia, passano fiumi di automobili, ragiona per statistica: se lo 0,5% degli automobilisti si prende la briga di caricarti tra 40 minuti sei a Orbetello!”

Due ore dopo mi trovavo nel punto esatto in cui la coppia mi aveva lasciato.
Durante il tempo trascorso ho provato diversi metodi di approccio: l’uomo sorridente, la posa alla Capitan America, il pupazzo gonfiabile che saluta come uno scemo, la faccia afflitta, la supplica a mani unite, il portafogli sventolante (Dovevo pur passare il tempo in qualche modo), ma niente, nemmeno i soldi mi avrebbero tirato fuori da quella situazione disperata. La scosciata sexy ho deciso di risparmiarmela poichè la mia dignità era già scesa a livelli pericolosamente bassi, soprattutto per via della supplica a mani unite.
Tuttavia devo spezzare una lancia in favore di quest’ultima: se tutti i precedenti metodi non hanno mai sortito nessuna reazione da parte degli automobilisti, la supplica a mani unite ha invece attratto verso di me insulti e scherni da parte degli stessi, che è pur sempre meglio rispetto a niente.
Scoraggiato e profondamente deluso ho quindi deciso di incamminarmi verso il centro abitato con l’intenzione di abbandonare momentaneamente l’idea di implorare clemenza verso gli sconosciuti per implorare clemenza verso gli sconosciuti, stavolta tramite la richiesta di informazioni. Ma questo è un discorso che riprenderemo in seguito, preferirei mantenere gli articoli brevi e di lettura veloce, quindi.. Au revoire!