Il tatto

Non so se sia la musica assordante, l’odore di fumo ormai inscalfibile da qualsiasi altro, la totale assenza di luci in questo enorme prato dove ci siamo venuti a rintanare o la pasticca fucsia che mi ha passato Michele, ma l’unica cosa che sento è lei sotto le mie mani.
Probabilmente si è versata una birra sul vestito od un cocktail, se si possono definire così quei mescoloni che fanno in posti come questo. Credo che sia così perché il suo vestito a frange è umido, direi proprio bagnato. “Un vestito a frange per un rave?” direte voi. Sì. Ha scelto un vestito a frange per un rave e questo me la fa piacere ancora di più: deve essere un po’ matta. 
Di lei non so nulla, in effetti. Devo esserle piombato addosso mentre ballavo. Ballare: anche questa una definizione fin troppo generosa. Mi meraviglio di come non mi abbia mandato a fanculo per la botta che le ho dato. O forse lo ha fatto ed io non l’ho sentita con questo caos che mi ovatta le orecchie. Insomma, adesso sono con lei. Mi deve aver portato in salvo da qualche parte forse, o forse voleva rimanere da sola con me perché le sono piaciuto. Non riesco a vederla, non posso farle domande, l’unica cosa che posso fare è ascoltare il suo corpo sotto le mie mani.
Vi ho già detto che ha un vestito a frange sul quale si è versata qualcosa. Sotto le mie mani sento piccole fettuccelle molto lisce, sottili, frastagliate in alcuni punti, umide. Il vestito, forse un maglione, deve essere molto vecchio perché sotto le frange il tessuto che percepisco è ancora più freddo, umido…spugnoso. Sento che se non fossi troppo delicato ne potrei portare via un pezzetto, meglio fare attenzione. Forse è un vecchio pile: una buona idea visto il freddo che c’è stasera qui a… non ricordo dove siamo. Non ricordo neanche se Michele ed il Piva mi hanno detto dove mi avrebbero portato quando mi sono passati a prendere sotto casa. Mi hanno solo detto che mi avrebbero portato ad una festa “e-pi-ca”, così hanno detto loro.
Adesso però questo non è importante. Quello che conta è che adesso io sia con una ragazza, che mi ha accolto tra le sue braccia, che sembra un po’ matta perché ha scelto un vestito a frange, ma che è anche intelligente perché, con questo freddo, ha pensato bene di portarsi un pile. Forse, più che intelligente, è solo più furba di me, ma per questo ci vuole poco. 
devo dire che questo maglione rende molto difficile la mia esplorazione perché non riesco a percepire le forme al di sotto; sembra un tappeto infinito. Ci stiamo muovendo in modo un po’ goffo, ma veloce e, vista la mia confusione, questa difficoltà nella ricerca di indizi certo non è colpa sua. 
Provo a scendere più in basso.
Ancora frange, umido, spugna, spugna, frange, frange, frange, umido, bagnato, un pezzo di spugna mi rimane tra le mani, frange, frange…freddo.
All’improvviso molto più freddo e liscio. Queste devono essere le sue gambe. Sono gelide, toniche, tese… dure. Deve essere un’atleta. Chissà che sport fa: nuoto forse o tennis. Dio mio, spero non sia una culturista. 
Meglio non pensarci. Salgo su.
Liscio, freddo, smussato, rotondo, molto freddo, duro, umido adesso, frange, frange, spugna, frange tra le dita, una manciata almeno, ma lei non mi allontana. Non deve tenerci molto a questa maglia. 
Salgo ancora ed inizio a sentire qualcosa sporgere sotto questo manto impenetrabile: devono essere i suoi seni. Non voglio muovermi più, voglio solo restare qui, vivere qui. All’improvviso perdo l’equilibrio. Forse è stata lei a spingermi via, forse vuole giocare, non lo so. Inizio a rotolare e lei con me. Sì, vuole giocare. Lascio che mi porti con sé, non ci capisco molto, ma neanche mi interessa. Non c’è bisogno di capire. Mi sento felice e, per una volta, non sono da solo. Lei mi abbraccia, la sento ovunque. Le sue frange, il freddo, la spugna, l’umidità, le mie lacrime sulle guance increspate dalle risate.
Ci fermiamo di nuovo.
Sento sotto le mie mani il suo viso: è piccolo, rotondo, il naso appuntito e deve avere una cicatrice su una guancia perché avverto come un piccolo solco. Il suo viso è freddo e bagnato: magari anche lei, come me, ha pianto. Vorrei chiederglielo, vorrei continuare a rotolare abbracciato a lei per sempre, vorrei sentirla ridere, vorrei chiederle se, come me, ama stare al buio sotto il piumone nei giorni di pioggia. Vorrei finalmente fare l’amore con lei. 
Non ora però. Ora sono troppo stanco e confuso. 
Domani.
Domani le dirò tutto. Domani la vedrò.
Ora lascia che mi accasci su di lei ed io lascio che mi culli sul suo seno. I miei occhi si fanno pesanti ed io non oppongo loro resistenza. Li chiudo ed inizio a tracciare nella mia mente i contorni del suo viso, una linea dopo l’altra.
Una linea dopo l’altra.
Una linea dopo…
Una…

Tic.
Freddo, bagnato.
Tic, tic. Freddo e bagnato di nuovo.
Tic, tic, tic. 
Tic, tic, tic, tic, tic, tic, tic, tic, tic, tic, tic. 
Apro gli occhi.
E’ mattina. In lontananza scorgo i resti della festa: bottiglie, lattine carte, casse, un palco, spazzatura, tende, corpi.
La pioggia sta lavando tutto, anche la stessa aria.
Sotto le mie mani frange, freddo, umido, bagnato, spugna. 
Sono sdraiato su un prato.
Erba sottile e verdissima è appesantita dalle gocce d’acqua. Muschio sparso qua e là sembra riprendere vita. Lo sguardo spazia e tutto intorno vedo massi levigati, ciottoli di un vecchio fiume forse o di una antica strada. 
Sotto le mie mani fili d’erba, umido, freddo, muschio, gelide pietre.

E lei non c’è.
E’ stato bellissimo incontrarla stanotte.

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