LA SEGRETARIA DEI BEATLES

Era il giugno 1963 quando decidemmo di iniziare a documentare quello che ci stava succedendo. Un giorno caldo di mezza estate, non ricordo con precisione quale. Mi ricordo solo che mi ero pentita di aver scelto proprio quel pomeriggio per scattare alcune foto perché continuavo a sudare incessantemente ed ero preoccupata dell’aspetto che avrei avuto. Fortunatamente mia madre mi aveva inculcato l’abitudine di portare sempre con me un fazzolettino di cotone che usai tutto il giorno per tamponarmi il trucco. Il fan club era nato all’inizio dell’anno come un piccolo progetto, la posta la facevo spedire a casa di mio padre. Non era molta quella che ricevevamo, almeno all’inizio, e così quei compiti li svolgevo a casa, la sera, quasi come un passatempo. Così è iniziata. Poi un giorno, mentre ero in città a lavorare nello studio di Mr West, mio padre mi chiamò: a casa erano arrivati quattro sacchi di iuta pieni di lettere. Pensai che nei giorni passati ci fossero stati problemi con le poste, che le lettere si fossero accumulate e che fossero arrivate tutte insieme quel giorno. Gli dissi di non preoccuparsi, che mi sarei organizzata con Bobby, il figlio di Mr West, per portarli da casa all’ufficio e che lo avrei liberato da quell’impiccio. Non sarebbe stato così: la Beatlemania era nata e noi ancora non sapevamo cosa ci stava aspettando. Quel giorno arrivarono quattro sacchi di lettere, lo stesso il giorno successivo e nei giorni ancora dopo. Poi cinque, dieci…rischiammo di essere letteralmente sommersi da tutto questo. I membri del primo Beatles fan club in un anno passarono da un migliaio ad ottantamila; sì, in soli dodici mesi. Il mio passatempo divenne così un lavoro a tempo pieno e suo padre decise che Bobby dovesse occuparsi esclusivamente di aiutare me. Mr West d’altra parte ancora non credeva nel progetto fino in fondo: per aiutarci a smistare la posta da spedire in Inghilterra o all’estero ingaggiò il giovane Jonathan Harris, che aveva solo 13 anni, a cui bastava solo qualche sterlina e qualche cartolina da regalare alle ragazze. In una delle stanze dell’ufficio creammo la nostra sede, ma non avevamo mai abbastanza spazio: la posta invadeva i corridoi, le cartoline da autografare, spedire in ogni parte del mondo erano ovunque ed allo stesso tempo mai abbastanza. All’inizio tenevamo un registro dei membri del club, con indirizzi, richieste, compleanni, ma quando i numeri crebbero esponenzialmente, le cose divennero sempre più complicate. Poi arrivarono poster, gadget, foto da scegliere, nuove responsabilità, le esigenze dei ragazzi da gestire e poco più tardi anche l’idea del giornale. Questa mi spinse definitivamente a seguire i Fab Four anche nelle loro tournee quando possibile, per raccontare in prima persona gli avvenimenti, svelare qualche piccolo aneddoto, vizio e allo stesso tempo tutelare i ragazzi, controllando in prima persona le notizie che uscivano. Fu dura abituare i miei genitori all’idea che una ragazza così giovane girasse per il mondo seguendo in tutto e per tutto quattro musicisti, erano pur sempre gli anni sessanta e la mia era una famiglia semplice di provincia. Nel febbraio del ’64 arrivammo a New York: all’aeroporto la folla era impressionante, fotografi, giornalisti e almeno diecimila fans urlanti. Era così ovunque andassimo, non c’era mai silenzio. Ogni volta che uscivamo c’erano le grida: quelle dei ragazzi, di uomini e di donne, di giornalisti che volevano strappare qualche rivelazione improvvisa, dei fotografi che chiedevano ai quattro di voltarsi a loro favore, delle forze dell’ordine che cercavano di tenere tutti a distanza. Quando tornavamo in hotel ci riunivamo ogni sera perché erano molte le cose di cui discutere, i giornali da leggere, gli avvenimenti da progettare e poi si finiva a parlare di musica, la musica non si fermava mai. Spesso era quella che mi rilassava e mi faceva addormentare. Ed era la musica che finiva inevitabilmente per confondere la realtà con l’inimmaginabile. Durante i concerti ho visto realmente cose che mai avrei potuto credere: ragazzine piangevano e gridavano fino allo stremo, non credo sentissero la musica, entravano in trance, alcune si si arrampicavano ed invadevano il palco, altre arrivavano a strapparsi i capelli, altre ancora a farsi la pipì addosso. No, non sto scherzando. Le ho viste con i miei occhi. Il mondo si fermava quando arrivavano i Beatles, sovvertiva le sue regole. Mi ricordo che una delle principali notizie apparse sui giornali anglo-americani all’indomani dell’esibizione dei miei ragazzi all’Ed Sullivan Show fu che in quel giorno a New York il numero di crimini fu molto vicino allo zero, totalmente nullo quello dei crimini minorili. Ci fece molto ridere che i giornali si fossero concentrati su questo, che ci avessero dato questo potere. Il giorno dopo George disse per scherzo ad un giornalista “Persino i criminali si sono presi dieci minuti di pausa in occasione dello show dei Beatles”, faceva sempre delle battute taglienti. Quello a New York fu uno dei nostri tanti viaggi: ci furono Scozia, Germania, Italia, Nord Europa, Australia, Nuova Zelanda, Filippine… e tanto altro ancora. Poi mi innamorai, decisi di costruire una famiglia tutta mia ed iniziai a delegare ad altri molte cose e quindi anche i miei viaggi terminarono. Come dice? No, non ebbi mai nessuna storia d’amore con nessuno dei Beatles: conoscevo di loro tutto, pregi, difetti, abitudini belle e brutte, pensieri. Eravamo fratelli, condividevamo tutto. Così loro furono i primi a cui raccontai di Gram, le prime persone a cui mostrai l’anello quando lui mi chiese di sposarlo. Non sono pentita di averli lasciati andare ad un certo punto: ho avuto una vita piena, un matrimonio che si può definire felice tutto sommato ed una splendida figlia. Ad Annie, quando è partita per il College, ho regalato una mia foto di quel tour a New York. Non ci sono i Beatles, ma solo io, avvolta in un enorme cappotto e con una sciarpa che mi copre quasi completamente la faccia, ma dai miei occhi si nota un bagliore di soddisfazione. In un angolo ho scritto “Lascia che i tuoi sogni ti portino dove tu neanche potevi immaginare. Con amore, mamma”. Questo ho cercato di insegnarle per tutta la sua vita e spero di averle trasmesso: non l’importanza del clamore o della fama, ma della fiducia in se stessi, nelle proprie idee, nelle proprie scelte, qualsiasi esse siano. Perché alla fine tra tutti i viaggi, le avventure, le disavventure che ci sono state, il ricordo che più ritengo caro è una foto di me, George, Paul, John, Ringo e Bobby al Cavern attorno ad un tavolo con qualche birra. Sorridiamo e ci abbracciamo. Sei semplici ragazzi di una cittadina della provincia inglese degli anni sessanta, ignari di tutto quello che ci sarebbe capitato, di tutto quello che avremmo costruito. È quella la foto che ho tenuto per anni sul nostro caminetto e che ancora si trova lì. Oggi mi fa molto piacere essere qui a raccontarvi tutto questo, mi emoziona l’idea che qualcuno abbia deciso di girare un documentario sulla mia storia, che inevitabilmente si intreccia con quella dei Fab Four, ma è raccontata da un altro punto di vista, il mio in qualche modo, più intimo, più familiare, femminile ed è la prima volta che accade. È stato un viaggio nei ricordi, negli affetti, nei luoghi della mia città. È stato bello ritrovarmi con Bobby nei nostri vecchi uffici: lui ha realizzato il suo desiderio di gestire una casa automobilistica, ha qualche ruga in più, quelle anch’io, ma i suoi capelli sono ancora folti come li ricordavo, seppur grigi. La sua risata non è invecchiata di un giorno. Sarà strano vedermi sulle schermo di un cinema, non avrei mai pensato di diventare famosa proprio adesso, cinquant’anni dopo.

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