Sull’utilità e il danno di Facebook per la vita (prima parte)

Mi si perdoni il giochino implicito nel titolo, roba da studentelli dell’ultima classe di liceo. Mi è venuto così, spontaneo, tanto per sdrammatizzare il mio disagio. In effetti, da qualche tempo, avverto che utilizzare Facebook, di fatto, sta minacciando la mia serenità. E la tentazione di liberarmene (e così, di liberarmi) diventa, ogni giorno che passa, sempre più pressante.

Scrivere di questo argomento, e condividere il proprio post appunto su Facebook, e Twitter, e altri tre o quattro ambienti social, può apparire abbastanza paradossale: e in effetti lo è. Dai social non si scappa. O almeno è molto, molto complicato. Oggi, anno di grazia 2015, la rappresentazione del mondo, in tutta la sua complessità, contraddittorietà, ambiguità, sembra passare necessariamente di lì. Il fatto che questa rappresentazione possa generare ansia, preoccupazione, disagio, addirittura disgusto (tutte sensazioni che negli ultimi tempi ho provato, girovagando fra pagine, profili, gruppi, aggiornamenti di stato, condivisioni e commenti) non può essere responsabilità dello strumento, lo so.

Uno strumento che è sicuramente un amplificatore potente: quelle che un tempo erano solo chiacchiere da bar, oggi (moltiplicate all’infinito dal gioco di specchi delle condivisioni, delle ripetizioni, del conformismo da branco che serpeggia da un cellulare all’altro, da uno schermo all’altro) si ingigantiscono, diventano valanga, tracimano dalla Rete al mondo, invadono il paesaggio comunicativo, lo colonizzano, lo inquinano.

I media dettano la linea, sia chiaro. Ma gli utenti dei social si accodano entusiasti, in una patetica illusione di protagonismo, ed allora via con i commenti, le discussioni, le liti sui trending topic (i temi che tirano) del momento. Negli ultimi giorni la parte principale, per esempio, è stata sostenuta dalla «vicenda Scattone», rispetto alla quale, evidentemente, gli Italiani si sono scoperti, tutti, fini esperti di diritto e di etica, a dispetto del fatto che, mediamente, la conoscenza elementare della lingua italiana lasciasse (come al solito) desiderare.

Ecco, appunto: le discussioni su facebook. Che di solito appartengono a due categorie principali: quelle in cui ci si dà ragione a prescindere, tanto siamo tutti della solita idea (ma allora, che discussioni sono?), a botte di like, “condivido”, emoticon etc etc; e quelle che si risolvono in battaglie campali fra schieramenti opposti che non si smuovono dalle loro posizioni nemmeno dopo un trecento commenti infuocati (ma allora che cosa si discute a fare?). In genere, in quest’ultimo caso, emergono per selezione naturale due o tre campioni, dotati di resistenza superiore alla media, che riescono ad andare avanti ad oltranza nell’arduo tentativo di conquistare la fatidica ultima parola. Non si tratta, in effetti, di competizioni retoriche ma di incontri di lotta libera che possono concludersi solo con l’abbandono di uno dei contendenti (che di solito si rifugia sdegnato nella sua bacheca a leccarsi metaforicamente le ferite e a cercar conforto fra i propri fan). Il pubblico assiste entusiasta alla battaglia gladatoria, distribuendo, come se fossimo in un peplum, i propri pollicioni. (Breve digressione: mi chiedo se non sia questo meccanismo ad incattivire la gente anche fuori dal social network, o almeno a contribuire all’imbarbarimento delle opinioni e allo sdoganamento dei peggiori pregiudizi. Ma è tema complesso: meglio lasciar perdere questi discorsi da sociologa de noantri).

Purtroppo tutto questo chiacchiericcio porta via tempo, tantissimo. E alla fine diventa una dipendenza. Scrivo una cosa, mi aspetto di essere commentato, qualcuno commenta, come posso non rispondere? e così via, all’infinito. Sì, lo confesso, questo meccanismo perverso mi ha trascinato più di una volta, ma con quali risultati? Ho imparato qualcosa? Ho modificato, anche di un solo capello, il mio punto di vista? Oppure sono riuscita a persuadere il mio interlocutore della bontà delle mie ragioni? Quasi mai. In realtà, almeno un paio di volte, ci ho rimesso delle amicizie.

Perché capita anche questo. Cancellare qualcuno dalla lista dei propri contatti è questione di un attimo. Soffermiamoci sulla portata simbolica di questo piccolo, insignificante, “clic”, specialmente quando riguarda qualcuno che conosciamo di persona, magari un amico o un conoscente di vecchia data. È una specie di “omicidio simbolico”: non mi hai dato ragione, non sei d’accordo con me, e allora puff, via, sparisci, non ti voglio più vedere. Ovviamente le liti sono sempre esistite: e in effetti le più violente sono sempre nate da pretesti minimali. Cosa che si ripropone con sorprendente facilità sul social network: mi è capitato di essere bannata per aver espresso (mi pare educatamente) il mio apprezzamento per le opinioni politiche di un cantante pop.

Ma il vero interrogativo è un altro: era proprio così necessario che buttassi via un paio d’ore della mia vita discutendo a proposito delle opinioni di un cantante, a prescindere dalla (brutta) conclusione? Che cosa intendevo fare? Dimostrare che esisto? Quante cose più utili e piacevoli avrei potuto fare in quel lasso di tempo? Leggere un libro, studiare un po’, guardare un film, chiacchierare con i miei figli, uscire per un aperitivo con gli amici, sperimentare una nuova ricetta … persino scrivere un post come questo, perché no?

Lo riconosco. Rimpiango i bei tempi in cui la pratica della condivisione e della produzione di contenuti “dal basso” passava essenzialmente attraverso i blog. Scrivere un post, per me e per molti altri, significa(va) argomentare correttamente, documentarsi, verificare i link, rileggere, correggere e aspettare il feedback dei lettori, pochi o tanti che fossero. In ogni caso, per interagire, questi ultimi dovevano (devono) per forza sorbirsi la lettura di un testo più o meno lungo, anzi, talvolta decisamente lungo, e magari seguirne i link interni. Sì, si impiegava parecchio tempo anche in quel caso, fra scrivere i propri post, leggere quelli altrui, commentare e rispondere ai commenti, ma era tempo ben speso: in ogni caso, bisognava aver qualcosa da dire, seriamente, ed essere capaci di dirlo, altrimenti il gioco non valeva la candela (e infatti moltissimi blog si estinguevano, letteralmente, dopo poco).

Sono entrata in facebook (nel remotissimo 2008) fondamentalmente per promuovere i miei contenuti. Alla fine mi sono ritrovata con un blog che sta morendo di consunzione (dopo dodici anni di onorata carriera!), vittima di una quasi dipendenza, sostanzialmente sempre un po’ incazzata con il mondo. Più facile, certo, condividere roba altrui aggiungendo, al massimo, un commentino pseudo-intelligente, piuttosto che perdere un pomeriggio cercando di mettere in bella qualche pensiero sensato. Un tot di like arriveranno comunque, e il proprio narcisismo sarà appagato senza, in apparenza, grande sforzo.

Ma non divaghiamo. Resta la domanda delle domande. Se Facebook, di fatto, ormai mi rompe le scatole, mi dà scarsa soddisfazione e, per di più, porta via tempo prezioso ad altre occupazioni che sembrano più utili e intelligenti, perché non faccio “ciao ciao” con la manina, chiudo tutto e me ne vado?

La risposta nel prossimo post, dopo che avrò controllato cosa c’è di nuovo nella mia Home di Facebook. Ovviamente.