Un paio di domande apparentemente banali. Ognuno di voi quanti contatti può vantare su facebook? Il dato del 2014 era di 300 amici in media per ogni utente italiano attivo su facebook. Non credo che da allora i numeri siano cambiati di molto. Ora, la questione è: quanti di voi avrebbero la faccia tosta e il sangue freddo per arringare di persona una folla di semisconosciuti (diciamo dalle 50 alle 300 persone o più), raccontando allegramente i fatti vostri o discettando dei massimi sistemi sulla base delle vostre convinzioni? Immaginatevi protagonisti di una scena più o meno di questo tipo.


Inquietante, non è così? Eppure, sia pure considerando la particolare situazione comunicativa del social network, sapreste dirmi quale sia esattamente la differenza? Unicamente il fatto che il vostro pubblico (perché di pubblico si tratta) non sia radunato, fisicamente, in un solo posto, ma disperso in case, uffici, internet point, locali pubblici …. davanti a computer, tablet, cellulari e media vari?
Eppure siete ossessionati dalla “privacy” su facebook. Periodicamente appare il famigerato post che, con minime variazioni sul tema, recita più o meno così
A causa della scelta di Facebook di includere un software che permette l’uso di informazioni personali, dichiaro quanto segue: oggi, giorno 7 settembre 2015, in risposta alle nuove linee guida di Facebook e articoli l. 111, 112 e 113 del Codice della proprietà intellettuale, dichiaro che, i miei diritti sono associati a tutte le mie informazioni personali, dipinti, disegni, fotografie, testi, ecc… postati sul mio profilo. Per l’uso commerciale di quanto sopra, è necessario il mio consenso per iscritto in qualsiasi momento. Chi legge questo testo può copiarlo e incollarlo nella propria bacheca di Facebook. Ciò consentirà di porsi sotto la protezione del diritto d’autore. Informo Facebook, che è severamente vietato divulgare, copiare, distribuire, diffondere o fare qualsiasi altra azione contro di me, sulla base di questo profilo e/o dei suoi contenuti. Le misure di cui sopra si applicano anche ai dipendenti, studenti, agenti e/o dipendenti, sotto la direzione di Facebook. Le informazioni riservate sono incluse nel contenuto del profilo. La violazione della mia privacy è punibile dalla legge (UCC 1 1 1 1–308–308–308–103 e Lo Statuto di Roma). Tutti i membri sono invitati a pubblicare un annuncio di questo tipo, o se si preferisce, questo testo può essere copiato e incollato. Se non si pubblica questa dichiarazione almeno una volta, tacitamente si consente l’utilizzo di elementi quali foto, così come le informazioni contenute nell’aggiornamento proprio profilo.
Ho spiegato non so più quante volte che di bufala si tratta, ma evidentemente la paranoia è più forte di qualsiasi raziocinio e, nonostante sia abbastanza semplice informarsi prima di pubblicare, si condivide questa follia per riflesso condizionato.
Ci sono anche gli aggiornamenti di stato più o meno sentimentali, di questo tipo, per intenderci:
Amici di Facebook! Mi piace avere un gran numero di amici, anche se di fatto… non sono d’accordo con alcuni… Ho eliminato altri nel tempo, a causa del loro modo di fare e alcuni commenti inappropriati. Quindi ho scelto la migliore soluzione. Sono felice per te perché sei tra i miei migliori amici… Ora vedo chi avrà il tempo di leggere questo messaggio fino alla fine. Copia il testo nella tua pagina. Sono curioso di vedere chi si prende cura dell’amicizia che cerco di creare. Grazie per essere parte della mia vita. Copiare e incollare, per favore, non “ condividere ‘. Questo è un piccolo test, solo per vedere chi legge e chi condivide solo senza lettura! … Se avete letto tutto, selezionare ‘ mi piace ‘ e poi copiare e incollare nel vostro profilo, così posso anche mettere un commento. Per una Amicizia vera!!
Sì, vabbè, sono esperimenti sociali apparentemente inoffensivi, non dico di no, ma fanno leva sull’ingenuità degli utenti (e mi auguro che nessuno misuri seriamente la sincerità dell’amicizia — su facebook o altrove — su questa base) e peraltro dimostrano quanto sia pervasiva la forza insostenibile delle stupidaggini.
Il dramma vero è un altro. La quasi totale inconsapevolezza che governa buona parte dei nostri scambi su facebook, e non solo. Non si spiegherebbe altrimenti la triste vicenda di Giorgio Artioli, l’altoatesino indagato per incitamento all’odio razziale dopo un suo brutale commento sulla morte di Aylan, il bambino siriano annegato durante la sua fuga dalla guerra. Leggere il post con il quale Artioli tenta di giustificarsi e i relativi commenti è davvero istruttivo: un’insalata di incultura, incapacità di esprimersi, frustrazione, odio a buon mercato (non solo il suo, peraltro, anche quello di chi lo attacca). Il disgraziato ha finito per essere usato a mo’ di esempio e di capro espiatorio (ho ragione di pensare che non sia stato l’unico ad esprimersi in quei termini, anzi), ma quel che colpisce è la sua sorpresa per la disavventura che gli sta capitando: dove credeva di essere? con quattro amici al bar? (Su questo caso, per inciso, ci si potrebbe interrogare a lungo: chi è più colpevole? il disgraziato disoccupato bolzanino o chi ad arte alimenta l’odio e la disperazione suoi e di quelli come lui per fini di bieco consenso elettorale? Ma non divaghiamo).


Naturalmente con persone come Giorgio Artioli io non discuto: né dentro, né fuori Facebook, esattamente per i motivi che ricordavo nel mio post precedente. Non ho tempo da perdere. Ma ho osservato una particolare dinamica, soprattutto nei gruppi di discussione, e a proposito dei temi più disparati (dalle scie chimiche all’invasione dei migranti passando per stamina, per intenderci, fino a faccende più schiettamente locali, dove peraltro si misura il razzismo spicciolo di tutti i giorni). Parte la discussione, gli animi si fanno accesi, la polarizzazione netta: puoi argomentare sulla base di dati, riflessioni articolate, ragionamenti in punta di logica, ma chi è convinto di una bufala x non si arrenderà mai, nemmeno di fronte all’evidenza. Nell’era della grande credulità, la disinformazione vince sempre, nonostante le fonti attendibili siano lì, in Rete, a portata di verifica: si veda, per dire, lo studio citato in questo articolo. Ma sebbene la loro inutilità pedagogica, chiamiamola così, sia conclamata, i flame vanno avanti all’infinito, con varie diramazioni e conseguenze (utenti bannati, nascita di nuovi gruppi, creazione di profili fake per continuare la lite in un modo qualsiasi, segnalazioni incrociate etc etc). Credo che si tratti di una lotta per il riconoscimento: nell’epoca in cui i singoli individui sentono di non contare più nulla, si consolano con la bufala (sì, la bufala) che pubblicare uno stato, un commento, una foto sul social network li renda in qualche misura meno evanescenti e irrilevanti. Insomma, tanto per citare un edificante libretto di Loredana Lipperini e Giovanni Arduino siamo tutti, chi più chi meno, Morti di fama. E non dite che non vi siete mai trovati coinvolti in situazioni di questo tipo.
Insomma, un bel guazzabuglio. L’utente medio di Facebook non riflette mai o quasi mai sulle contraddizioni. Si comporta in Rete come se fosse in famiglia, anche se magari ha qualche centinaio di amici e interagisce senza vergogna in gruppi con migliaia di iscritti, è terrorizzato all’idea che qualche entità oscura possa compromettere la sua privacy, si meraviglia nello scoprire che la sua bacheca non è poi così sua, e al tempo stesso, confusamente, spesso crede di essere una forza comunicativa, che la presenza pubblica o semipubblica sul social gli garantisca quella rilevanza sociale della quale, oggi più di un tempo, si sente privato: insomma, per intenderci, e per chi conosce la celebrata pagina di parodia, siamo la Gente il potere ci temono.
Potremmo lasciare gli ignoranti al loro destino, e intrecciare simpatiche ed elevate conversazioni fra pari, godendo del fatto che il social network ci permette, in ogni caso, di interagire a distanza con persone intelligenti e preparate che altrimenti sarebbero fuori dalla nostra portata. E molti fanno così, sebbene nemmeno la cultura più illuminata ci metta al riparo da derive populiste di vario genere: il razzismo e l’intolleranza grammaticalmente corretti, per dire, sono ancora più spaventosi.
O, meglio ancora, potremmo mettere fine al tormento e mandare tutto il baraccone, con le sue ambiguità, le manipolazioni, i flame, le polemiche più o meno oziose, al diavolo. Non lo facciamo perché, disgraziatamente, Facebook sembra essere in procinto di inglobare la Rete. Da un certo punto di vista, fuggire da facebook signfica precludersi un accesso privilegiato a contenuti altrimenti destinati a sfuggirci: e quindi depotenziare drammaticamente l’utilizzo positivo e creativo della Rete.
Quasi tutti i servizi/portali etc di qualunque tipo o natura, ovunque sulla Rete, non mancano di suggerirti la registrazione/autenticazione tramite il profilo facebook (o, in alternativa, google): per esempio, mi sono appena iscritta ad un MOOC per docenti sulla media education che mi dà l’usuale possibilità di registrarmi tramite piattaforma social. I commenti (ai blog, ai giornali) passano in larga misura di lì. Facebook ormai è dappertutto. I suoi utenti attivi sono legioni e, a meno di qualche imprevisto drammatico, nonostante i reiterati falsi allarmi a proposito di fughe (improbabili, visto che l’alternativa manca e persino Twitter sembra ristagnare) dal social netowrk più gettonato, sembrerebbero destinati a crescere ulteriormente (se persino le suore di clausura hanno una pagina facebook ... ). E fra lolcat, meme più o meno demenziali, indiscreti aggiornamenti di stato su privatissime vicende che sarebbe meglio restassero nell’ombra, discussioni oziose che girano a vuoto, è ancora possibile trovare qualche brandello interessante di informazione e conoscenza , qualche punto di vista non scontato che vale la pena di condividere.
Ebbene, solo in virtù di questa potenzialità, che mi sforzo di gestire attraverso la creazione di liste etc (si veda questo mio vecchio post), resisto, anche se la posizione di quasi monopolio informativo di facebook (considerando che sia Whatsapp che Instagram fanno comunque capo a Zuckerberg) mi sembra particolarmente negativa e pericolosa (come qualunque altro monopolio, del resto), senza contare l’uso poco trasparente dei nostri dati (che in ogni caso siamo i primi a concedere senza ripensamenti, a parte i risibili post di diffida che ho citato poco fa).
E tuttavia mi pare significativo che la Rete si popoli di tutorial sulla gestione del tempo e sulle tecniche di concentrazione adatte in parte a sfuggire, in parte a giustificare quella che Maurizio Ferraris definisce in un suo recente saggio mobilitazione totale (e persino il dotto libro di Ferraris si pone in questa scia, sia pure dal suo abituale punto di vista di pop filosofo).
Ma di questo discuteremo in un prossimo post.

