Pezzi in prova, cronache dal Festival di Sanremo

Arisa: con una canzone come “Guardando il cielo” che viene da un’altra epoca, Arisa gioca per vincere anche con una cover, “Cuore” di Rita Pavone, magistralmente interpretata. Decisamente più a suo agio in veste di cantante, più misurata, si candida a piacere anche a chi di solito non la apprezza.

Bluvertigo: Morgan alle prove è arrivato, e già questa è sembrata una notizia. Con un capello perfetto che per fortuna le lacche moderne non bucano più l’ozono, sul palco ieri alle prove ha dimostrato di averne voglia.Il titolo della canzone è “Semplicemente” ed è un manifesto perché la canzone fila via liscia e forse ha bisogno di tempo per sedimentare.

Giovanni Caccamo e Debora Iurato: Caccamo scende le scale e sembra accompagni la nonna sul palco. Si sente l’influenza di Giuliano Sangiorgi in “Via di qui” ma il duetto non convince e tradisce la sua preparazione in laboratorio, la canzone è banalotta e senza personalità. Insomma, aridatece Aleandro Baldi e Francesca Alotta.

Dear Jack: confezionata per piacere, la band che riappare al Festival con il nuovo frontman, è carica a molla con una canzone tutta da canticchiare. Accontenta con grande soddisfazione la quota ragazzine ma anche il più snob si ritroverà a urlare “Mezzo respiro” ancora.

Irene Fornaciari: abbandonato il look terzomondista, “Blu” rappresenta l’impegno a questo festival cantando della tragedia dei migranti. Non si lascia mai andare completamente, neanche della cover “Se perdo anche te” che da sola basterebbe a entusiasmare come in un karaoke.

Lorenzo Fragola: lui è bravo e con discrezione gioca per gareggiare davvero. Come mi fanno notare le mie colleghe, questa canzone “Infinite volte” sarà destinata a crescere col tempo, in radio. A me sembra non esplodere mai ma se ci penso ancora canticchio la canzone dell’anno scorso. Pronta a ricredermi anche se adesso non scommetterei su di lui.

Noemi: si presenta sul palco con l’attitudine delle grandi di un tempo. Bella nella sua abbondanza, sensuale, canta un pezzo molto elaborato, “La borsa di una donna” e ricco di parole e a molti questo non piace. Al di là delle questioni tecniche, una canzone quando emoziona la senti dritta nella pancia e io per questa ho avuto una gran pelle d’oca, pur nella sua imperfezione. E, come si diceva con i colleghi, ricorda un po’ la Mannoia ma, a mio avviso, quella di “Quello che le donne non dicono” che è stata scritta, come si sa, da Enrico Ruggeri. E questa da Marco Masini. Che bello gli uomini quando parlano di noi in questo modo.

Rocco Hunt: gran bel pezzo “Wake up”, da ballare sul divano. Per me è una grande sì, soprattutto per l’entusiasmo con cui sta su quel palco. Ritmo e messaggio, una combo che funziona per un mix che tiene conto della lezione dei grandi della sua terra, Pino Daniele e qualche arabesco della voce alla Tony Esposito, tutto il salsa rap.

Enrico Ruggeri: torna il vecchio punk che con “Il primo amore non si scorda mai” si cita addosso che è un piacere. Ruggeri, in una forma straordinaria, porta sul palco la sua esperienza e una gran voglia di partecipare e, perché no, magari salire sul podio.

Stadio: “Un giorno mi dirai” è una canzone degli Stadio. Molto intensa, sicuramente farà cadere qualche lacrimuccia ai padri più sensibili, quelli innamorati delle proprie figlie. Da ascoltare.

Annalisa: “Il diluvio universale” pare deboluccia e ricorda in certi tratti “Sei bellissima” della Bertè. A lei l’emozione dell’unica parolaccia nel testo ma questo non serve a diventare maledetta. Neanche quando canta “America”, un capolavoro rock che merita della grinta e qui non se ne è sentita abbastanza.

Alessio Bernabei: perché hai lasciato il gruppo? Un vorrei ma non posso, “Noi siamo infinito” è davvero la brutta copia del pezzo di Nek dell’anno scorso ma senza successo. Quando il povero Bernabei ha dovuto ripetere il pezzo alle prove, in sala serpeggiava un “noooooo”.

Clementino: l’altro rapper campano sul palco dell’Ariston ha meno tiro del collega ma “Quando sono lontano” magari non è un pezzo per tutti, forse è un pezzo che crescerà ma sicuramente accontenterà i fan che lo acclamano anche a Sanremo mentre gira per la città. Per la cronaca, io se lo dovessi incontrare neanche lo riconoscerei.

Dolcenera: atmosfere jazzate per lei che si mette al piano a cantare “Ora o mai più (le cose cambiano)”, ricordando Alicia Keys. Interpretazione convincente, la partita se la gioca con Noemi, che a me ha emozionato di più. Dolcenera ecco, non mi è arrivata, pare che si dica così.

Elio e le storie tese: “Vincere l’odio” è un capolavoro. Un minestrone di generi, una sequenza di sette ritornelli perché tanto, dicono loro, le strofe non se le ricorda nessuno. La canzone è più divertente se ascoltata con il testo sotto mano, in modo tale da cogliere tutte le sottigliezze più o meno nascoste.

Francesca Michielin: abituata ad ascoltarla in radio con pezzi che funzionano e parecchio, la Michielin con “Nessun grado di separazione” non sembra all’altezza del palco dell’Ariston. Ma magari una volta in radio, il pezzo spacca. Al momento io non ho ricordi.

Neffa: pare che il suo pezzo sia debole ma molto “neffato”. Insomma, una canzone delle sue. Perché questi dubbi? Perché quando lui cantava io ho ricevuto una telefonata e sono dovuta uscire dal teatro.

Patty Pravo: in un Festival dove le giovani non fanno altro che trovare la propria diva cui votarsi, lei arriva sul palco citando filologicamente se stessa. “”Cieli immensi” è un gran bel pezzo e lei è la Patty alla n. Se ne ha voglia, non ce n’è per nessuno.

Valerio Scanu: vestito da eroe in calzamaglia, Scanu canta “Finalmente piove”. Un pezzo dimenticabile anche se se ne parla come uno che potrebbe vincere. Io delle due quasi quasi che gli do la sufficienza per aver messo quei pantaloni stretti stretti sui coscioni.

Zero Assoluto: di loro dicono sempre peste e corna ma i due ex giovani portano una canzone delle loro, “Di me e di te”, che alla fine si lascia canticchiare. A tratti sembra “Portami a ballare”, quindi quel qualcosa di familiare potrebbe regalar loro qualche voto. Vedremo.