fooucault is dead

se proprio devo, scelgo di partire dall’inizio

001/133
C’è qualcosa di terribile in un foglio bianco: la sua nuda vastità sembra incolmabile, abbondantemente inutile.
E’ una questione di prospettiva: per chi si accinge a scrivere, non importa che si tratti di un autore professionista acclamato dal suo pubblico o del più improvvisato degli amatori, il foglio bianco a volte è un nemico ostile, più forte, spesso, di quella che un tempo chiamavano ispirazione: si trasforma in un muro in gomma morbida, contro il quale il pensiero rimbalza stanco, sino ad arrendersi, esausto, con la bava alla bocca e gli occhi sbarrati; ha il potere di un anestetico, appare invincibile, e con lui inizia il regno del silenzio, e dello sconforto.
In alcuni casi invece, subito dopo la prima parola scritta, diventa un fido compagno, un amico insostituibile capace, a differenza di quanto accade spesso nella vita ordinaria, di accogliere il flusso della narrazione come il terreno arido fa con l’acqua, senza battere ciglio, senza perdere il filo, senza porre obiezioni affrettate dopo la prima premessa, senza giungere alla conclusione saltando a piè pari tutta l’argomentazione.
Diventa una landa vergine in cui vivere e, perchè no, crescere; diventa una culla immensa per la coscienza, in cui quiete e impeto dinamico si alternano ritmicamente fino poi a fondersi; una miniera di pace, estasi e conforto; un rifugio, un nascondiglio, ma allo stesso tempo un pulpito, un palcoscenico, un teatro, un mondo nuovo.

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002/133
Non so quanto centri la fortuna, in realtà; probabilmente è una componente che influenza marginalmente le nostre vite, molto meno, comunque, rispetto a quanto si creda in genere, ma non è questo l’importante, almeno non ora.
Mettiamola così: io lo considero come un dono, un regalo che ho ricevuto inaspettatamente, non so quando e non so da chi, e che ho imparato ad apprezzare con il passare del tempo in maniera esponenzialmente crescente; mi piace definirla ‘predisposizione alla scrittura’, anche se non son sicuro che si tratti di una descrizione azzeccata.
Tra tutti i modi che l’uomo moderno ha per esprimere se stesso, compresa quindi la parte più buia del proprio inconscio, la scrittura è la tecnica che riesco a utilizzare con più naturalezza, aspetto che non si traduce automaticamente in ‘garanzia di successo’, è ovvio; semplicemente mi viene spontaneo ‘trasformarmi in parola, in inchiostro su foglio’; c’è chi preferisce usare le note musicali e le corde di una chitarra, chi si trova a suo agio con la danza, con la recitazione, con il disegno.
Tra le tante attività in cui un individuo può perdersi con affanno nel tritacarne quotidiano, è sicuramente una di quelle che mi pesa meno, in termini di fatica e, per rendere il giusto onore alle cose, una di quelle che mi gratifica di più.
Un tempo la consideravo una necessità, oltre che un piacere, molto più simile alla soddisfazione di un bisogno fisico piuttosto che un’esigenza pseudo artistica o intellettuale; esatto, so a cosa state pensando: all’atto più popolare e democratico che ci sia, quello dell’evacuazione; se così vi piace, devo ammettere che non ci siete andati molto lontano.

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003/133
Considero l’estate del 2011 come l’ultima della mia vita: si chiudeva infatti un periodo dorato, per alcuni aspetti, e se ne apriva contemporaneamente uno fittissimo di insicurezze. Queste ultime in realtà dovrebbero essere considerate come le uniche e vere costanti nel nostro percorso, ma spesso invece preferiamo trincerarci, in maniera talvolta anche piuttosto patetica, dietro alle cosiddette certezze che il mondo sembra offrirci a titolo gratuito, al pari di una madre amorevole, ma che possono avere più di un effetto collaterale, per giunta assai sgradevole.
Ricordo il decennio iniziato nel 2001 con particolare piacere; per dare un valore sufficientemente oggettivo ad un intervallo così ampio e conseguentemente variegato, mi basta usare un criterio abbastanza semplice: descrivere un lunedì mattina standard.
In questo senso, era difficile chiedere di meglio: non dovevo fare altro, appena sveglio, che scegliere un po’ di musica da mettere in sottofondo e prendere in mano un bel libro. Per me si trattava del massimo disponibile sul ‘mercato’ in quel momento, e probabilmente è per questo che mi son preso tutto il tempo (e la calma) che ho ritenuto opportuno, fottendomene delle eventuali conseguenze e cercando di curare, nel mentre, tutti gli altri miei interessi.
Sapevo anche che il futuro mi avrebbe riservato inesorabilmente una serie di lunedì terribili, da maledire con tutto me stesso fino alla fine dei miei giorni; una prospettiva non proprio entusiasmante, che contribuiva sensibilmente a rendere quel limbo in cui fluttuavo molto simile ad una fetta succosa di paradiso.
Ero poverissimo, in termini economici, ma quanto meno sufficientemente felice sul piano ‘professionale’.

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004/133
Benché giudichi, soprattutto in questo momento, la scelta come uno degli elementi cardine della mia esistenza, è necessario ammettere, cosa che ci riesce peraltro senza grossi sforzi, considerando la sua ovvietà, che molti sono i fatti che avvengono a discapito dei nostri desideri e delle nostre intenzioni.
La morte, che di solito arriva quando vuole e nella maniera che ritiene più opportuna, infischiandosene allegramente dei nostri progetti o dei nostri pareri avversi, è uno degli esempi più calzanti.
Se spesso, ma tuttavia non sempre, non ci è consentito scegliere come morire, possiamo però altrettanto spesso determinare, nei limiti del possibile, come vivere e dunque come ‘non morire’: nel mio caso sono abbastanza sicuro, o meglio assolutamente certo, che non mi capiterà di schiattare con addosso la divisa dell’esercito italiano in qualche landa desertica straniera; tanto meno mi capiterà di lasciare questo mondo da poliziotto, finanziere, carabiniere o, ancora peggio, guardia penitenziaria.
Si tratta comunque di casi limite: per garantire la loro inverificabilità infatti basta appena un pizzico di uniformità tra quello che si fa e quello che si pensa: se si ritiene, è il caso del sottoscritto, che quelli appena citati siano tra i mestieri più infami, orribili, e degradanti che un uomo possa svolgere, tutto si risolve di conseguenza.
Il discorso si complica però quando si amplia il campo della nostra indagine: come mi comporterei di fronte alla proposta, ad esempio, di una cattedra di filosofia a caso tra quelle disponibili nel nostro bel paese?

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005/133
Ancora una volta, è una questione di coerenza: personalmente, parlo in base alla mia esperienza diretta che, tra le altre cose, si è rivelata tristemente simile a quella di moltissimi altri, sono portato a considerare l’insegnante più come un surrogato dello sbirro che come un addetto allo sviluppo intellettuale e culturale dei vostri giovani.
E’ una questione che merita sicuramente ben altre considerazioni , argomentazioni e approfondimenti (ci tornerò in seguito), ma per il momento è sufficiente a giustificare quella che è stata una delle decisioni di cui vado più fiero.
In realtà, il gioco è stato piuttosto semplice: ai miei tempi per iniziare il percorso verso l’abilitazione professionale si dovevano maturare dei crediti specifici, questioni legate al piano di studi, per poi accedere alla SSIS (Scuola di Specializzazione all’Insegnamento Secondario), soppiantata nel tempo, se ho capito bene, dal TFA (Tirocinio Formativo Attivo).
E’ bastato, banalmente, non soddisfare quei requisiti, evitando così a priori di cadere in tentazione, la spina su cui ruota l’intero mondo: avere l’acqua alla gola, si sa, è una delle situazioni più spiacevoli per poter prendere serenamente una decisione e, per restare in tema, di fronte alla necessità e a contingenze più o meno drammatiche, in molti si sono bevuti d’un sol fiato gran parte delle proprie convinzioni in cambio di quattro denari.
Probabilmente non c’era affatto bisogno di tutti questi sforzi da parte mia, considerando che ci sono centinaia, se non miglia, di persone che bussano invano in attesa di entrare nel magico mondo della pubblica istruzione, ma una delle cose che ho imparato sino a questo momento è che non si può mai essere abbastanza cauti.

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006/133
Non mi ci vedo proprio a sbattere le mani sulla cattedra violentemente per ottenere un grammo di silenzio; non mi ci vedo a mettere note sul registro, sul diario, sui quaderni.
Non mi ci vedo a dare i voti, tanto meno quelli gravemente insufficienti; non mi ci vedo a urlare e a sbraitare contro i vostri figli, non mi ci vedo a partecipare agli scrutini di fine anno, non mi ci vedo a decidere sulla bocciatura di un ragazzo, perché ho sempre pensato, e in misura se possibile ancora maggiore in questo periodo, che in ballo ci sia il tempo e dunque la vita di una persona, anche se si tratta di un anno, anche se per molti si tratta “soltanto di 12 mesi, lo facciamo per il suo bene, del resto, e del resto non è mai morto nessuno, e del resto le regole non le ho di certo scritte io”.
Non mi ci vedo a seguire protocolli e programmi ministeriali, non mi ci vedo a vomitare tutte le mie frustrazioni su un pubblico altrettanto frustrato, che non ha altro desiderio, comune ai reclusi di ogni tipo, se non quello di uscire il più rapidamente possibile da quelle aule asettiche e malsane per tornare alle cose del mondo.
Non mi interessa farmi forte del potere che quel ruolo ti regala, io che autoritario, è un verdetto insindacabile del campo, proprio non riesco ad esserlo; non mi interessa insomma, per questi e per mille altri motivi facilmente intuibili, mandare avanti un sistema che ho avuto modo di maledire abbondantemente per poter anche solo pensare di finire dall’altra parte della barricata, seppur in cambio di uno stipendio.
Non mi interessa presentarmi in classe, il lunedì mattina, con il giornale sottobraccio e il mal di testa già in rampa di lancio, fenomeno che ha sempre attirato la mia curiosità sin da giovane per la sua stravaganza; non mi interessa condividere un qualcosa che amo, la filosofia, in un modo così contraddittorio e controproducente.

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007/133
Con lei non è stato amore a prima vista, o meglio, il nostro amore non è sbocciato subito.
Dopo aver conseguito il diploma, infatti, ho avuto la sfortuna di trascorrere sei mesi inutili e infernali presso la Facoltà di Ingegneria Elettronica della mia città.
A diciotto anni, secondo teorie e statistiche di cui l’attendibilità è una questione tutta da dimostrare, un ragazzo dovrebbe aver maturato, il condizionale è d’obbligo, la capacità di potersi orientare, tra le altre cose, nel labirinto dell’offerta formativa che il sistema d’istruzione ti offre con apparente premura.
Qualora questo non bastasse, i fantomatici test di ingresso fornirebbero, attraverso criteri assolutamente oggettivi, il grado di compatibilità con il corso di studi scelto, in modo da evitare inutili sperperi di energie e di tempo.
Il parere sfavorevole della mia ormai ex professoressa di matematica, una brava donna, dotata di grandissimo buon senso ma forse legata troppo ad una didattica decisamente rigida ed ingessata, aspetto comunque abbondantemente consentito dalla materia stessa, passò, purtroppo per me, in secondo piano: fui spinto e convinto dal coro dei vari sapientoni, parenti strettissimi in primis, che ispirati dal più stupido senso comune, identificavano in quello che allora era considerato come il nuovo Eldorado della scienza, il cammino più sicuro verso un’occupazione stabile, prestigiosa e remunerativa.
E’ stato un po’ come mettere un carro, senza ruote, di fronte ad una coppia di buoi stanchi, vecchi, zoppi e con la diarrea; i miei sostenitori nel frattempo mi aspettavano, fiduciosi e con un sorriso ebete stampato in faccia, sulla linea del traguardo.

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008/133
Un uomo farebbe bene ad imparare ad amare i propri fallimenti, perchè diventano parte di lui, una delle lezioni più impagabili che ci sono concesse.
Tendo a diffidare di coloro che dipingono la propria storia come una serie perfetta di successi; o mentono, oppure non hanno ancora avuto modo di apprezzare quanto possa essere crudele la vita; è solo questione di tempo, il conto arriva per tutti e di colpo svaniscono tutte le convinzioni in proposito.
C’è qualcosa di epico nel tracollo: un’esclusiva collezione di sensazioni ed emozioni che ti riavvicinano di colpo alla natura, ciclica per definizione, teatro eterno del sublime e contemporaneamente del terribile.
C’è qualcosa di epico nella disfatta: guardate quell’uomo, curvo sulla schiena, piegato inesorabilmente dal peso dei suoi sbagli e della contingenza, pronta ad infierire senza pietà appena la guardia si abbassa; quell’uomo che innaffia il terreno con le proprie lacrime e il sudore, ed il sangue.
Ora tende all’infinitamente piccolo, tanto da sfiorare lo zero assoluto; il cuore sembra fermarsi, questo è l’ultimo battito, è pronto a scommetterci, eppure si sbaglia.
Nessuno può realmente, contrariamente a quanto capita per mille altre questioni, delegare ad altri le proprie sconfitte, discorso che vale almeno per quelle più intime.
Dovremmo essere gelosi dei nostri insuccessi: sono il passaggio diretto verso un’altra potenziale rinascita, inconsapevole ed automatico preludio per l’ennesima catastrofe.
La fine non è la fine: spesso può essere l’occasione per guardare il mondo da un’altra angolatura.

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009/133
Esame di informatica: la struttura ad albero, o qualcosa del genere.
Ci ho passato sopra diverse ore al giorno, per due mesi, poi, finalmente, il giorno dell’esame.
Il giudizio: 16.
Meno due dalla sufficienza minima, non ho manco la carta dell’orale da giocarmi. Ennesimo passo falso, dopo Analisi I, Chimica, Geometria.
Son sempre stato un campione nello sventolare bandiera bianca, nell’alzare le mani al cielo in segno di resa; se non c’è più niente da fare, tanto vale ammetterlo, prenderne atto, scegliersi una posizione privilegiata, di solito in questi casi non è difficile trovare un posto in prima fila, e godersi il crollo dell’impero, del castello di carte.
Attimi, secondi, minuti, giorni, mesi, anni: una poltiglia informe ormai priva di senso, di sapore, di profumo; ricordi, appunti, fogli, libri, tutto assieme nel cestino dell’indifferenziata.
Capirò, alcuni anni dopo, che le vere tragedie sono altre, ma ogni singolo dolore reclama il suo spazio e, anche se insignificante, il suo momento da protagonista.
E’ sempre spiacevole rendersi conto di aver fallito, ma è ancora più complicato doverlo spiegare agli altri: quando non si ha più nulla da perdere però, bastano poche parole.
Prendo la decisione dopo una notte insonne: fuggo da questo tormento, scappo dai numeri, schemi, diagrammi, equazioni, variabili, formule, tecnicismi: datemi un cazzo di libro da leggere, vi prego. Si chiude così la mia breve parentesi presso la Facoltà di Ingegneria. Un salto nel vuoto, davanti il nulla.
Vado via senza rimpianti, non prima però di aver superato l’esame di Economia Aziendale: target, fette di mercato, risorse umane, segmenti, strategie di attacco nei confronti della concorrenza, condizionamenti psicologici, ricavi, perdite, profitti, costi di gestione, marketing, pubblicità, loghi, corporazioni, multinazionali, il vangelo secondo Henry Ford; è in quell’occasione che ho avuto il primo, vero assaggio, di quanto schifoso possa essere l’orticello del cosiddetto commercio moderno.
Anche al termine di quella esperienza totalmente disastrosa, rimane la consapevolezza che non si torna a casa mai del tutto a mani vuote.

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010/133
Da adolescente pensavo (la mia beata ingenuità, macellata a caldo, ancora belante, dalla spietata orgia del sociale, ha avuto comunque il tempo per provocare i suoi danni) che il mondo seguisse delle regole semplici, dettate principalmente dal buon senso.
Ero convinto che per integrarsi all’interno di un gruppo fosse sufficiente rivolgersi nei confronti del prossimo con un minimo grado di simpatia e di sincerità per venire quanto meno accettati; in realtà, con quell’atteggiamento, di questi tempi, si finisce, pare, al massimo per essere virtualmente sezionati a colpi di accetta, accettati appunto, ma in un’altra accezione del termine.
Fu con questo spirito che lasciai il piccolo nido rappresentato dal mio paese natale e mi tuffai pieno di speranze e di entusiasmo nella mia nuova vita, cinque lunghi anni nelle stanze grige di un liceo scientifico, assieme a persone che ben presto si rivelarono, per la maggiore, ben più scaltre, sul piano delle dinamiche interpersonali, del sottoscritto.
L’illusione che gran parte dei problemi legati alla vita all’interno di una piccola comunità potessero sparire automaticamente con l’ingresso in una dimensione più grande e potenzialmente più ricca, a livello culturale, e meno provinciale crollò, senza esagerazioni, in poche ore: l’impatto fu, per usare un eufemismo, complicatissimo e drammatico.
Mi sentivo come se mi trovassi nel bel mezzo di una guerra, armato soltanto di una pistola ad acqua.
Ho passato tanto tempo a chiedermi dove fossero nascoste le regole del gioco; non riuscivo a capire, la situazione attualmente in questo senso non è poi tanto diversa da allora, come funzionasse quel precario equilibrio di sorrisi finti e di dichiarazioni d’intenti altrettanto false, non riuscivo a comprendere le tecniche subdole e capziose, ne tanto meno gli obbiettivi da perseguire.
Nel frattempo, ancora oggi sono convinto che si sia trattato dell’unico modo in quel momento per sopravvivere, imparai in fretta, e molto meglio di latino, fisica e matematica, ad essere cattivo, come non lo ero stato mai e, mi auguro con tutto il cuore, come non lo sarò mai più.

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011/133
Ormai maggiorenne pensavo, evidentemente la mia ingenuità non era stata completamente estirpata dalla reclusione in un liceo scientifico, che fosse facile, per chiunque, trovare il giusto spazio all’interno del mondo, compatibilmente con i propri talenti.
Suppongo, ancora oggi, probabilmente a torto, considerando come stanno andando le cose in questo senso, che la domanda giusta da fare sia: “C’è qualcosa in cui mi posso rendere utile?”.
Sarebbe fantastico se potessimo dedicarci a fare del nostro meglio per soddisfare un’esigenza, nostra e/o di qualcun altro, forti del fatto che il nostro bagaglio fisico, tecnico, culturale e attitudinale è quanto di più calzante per la situazione in cui ci troviamo ad operare.
In un certo senso, i colloqui di lavoro servono proprio a questo, anche se poi quest’ultimo si riduce semplicemente ad un mero generatore di profitto, che c’entra spesso troppo poco con la nostra storia, le nostre capacità, i nostri sogni. Il personale viene selezionato in base alla presunta abilità di rispondere ad un ordine nel minore tempo possibile e nella maniera più efficiente, senza causare troppi danni e troppi fastidi.
E’ decisamente inutile aspettare che la buona sorte bussi proprio alla nostra porta per stravolgerci l’esistenza; in realtà, come si legge da più parti, il talento va coltivato, tenuto bene al caldo, amato.
Con il senno di poi, forse avrei dovuto cambiare vita e iscrivermi a qualche scuola di scrittura creativa, lontano da tutto questo; invece, ho puntato su tutt’altro.

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012/133
Non ricordo tantissimo delle mie avventure alle scuole elementari, eppure c’è un fatto che ancora oggi, a distanza di anni, mi fa riflettere.
M. passava il suo tempo a disegnare camion e ruspe; i dettagli erano sbalorditivi, curatissimi; i pneumatici, le singole parti meccaniche, sino ad arrivare addirittura agli adesivi.
Arrivavamo in classe, ci sedevamo, lui prendeva un foglio bianco e una matita ed iniziava la sua giornata di studio, in totale autonomia.
Come è ovvio veniva riportato subito all’ordine, spesso rimproverato; a nessuno sembrava importare che un bambino di sette\otto anni riuscisse a riprodurre su carta, con estrema spontaneità, un autocarro, senza l’ausilio di nessun modello ma basandosi soltanto sul ricordo, da tre prospettive diverse: fronte, retro e lato; una sorta di proiezione ortogonale.
Poi le nostre strade si separarono: frequentò le scuole medie senza particolari successi, perdendo qualche anno; probabilmente pesarono, tra le altre cose, i 4 in pagella in ‘Musica’ sotto la voce ‘Flauto Dolce’, o l’impreparato in ‘Scienze della Terra’.
Ogni tanto mi capita di rincontrarlo, abbastanza felice, almeno per come si può esserlo nel 2015: ha un lavoro e una macchina sportiva sempre lucida, sua grandissima passione; passa le giornate a guidare i mezzi pesanti dell’impresa di famiglia.
A volte penso che sia inutile avere del talento, se poi questo finisce irrimediabilmente soffocato nella pressa cieca e ottusa dell’istruzione di massa; in realtà il ‘loro’ compito dovrebbe essere quello di cogliere i fiori più belli per valorizzarli al meglio; la ‘loro’ giustificazione però, al tempo, non faceva una piega: ‘non puoi passare le giornate a scarabocchiare su un quaderno, ci sono cose molto, molto più importanti, anche se ora non lo capisci’.

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…cooming soon

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