Impotente e sbronzo

Era una notte piovosa di metà novembre. Il freddo aveva appannato i vetri delle finestre della camera 203. Il rumore della pioggia era l’unico a farmi compagnia. Non sapevo cosa fare. Ero paralizzato nella mia posizione, steso sul letto con le mani dietro la nuca. Una posizione perfetta per prendere il sole, pensai. Ma era il momento meno indicato.
Una cicca di sigaretta non spenta del tutto produceva delle singolari nuvolette di fumo, nelle quali cercavo di intravedere delle forme, in quello che, in quel momento, mi sembrava il miglior passatempo possibile. Passarono solo pochi minuti e fui costretto a ricredermi.
Voltandomi verso la finestra, il mio sguardo si posò sul frigo bar posto sotto ad un televisore Mivar di fine anni novanta, uno di quelli con i tasti del telecomando rialzati e duri, stretti e lunghi. Con fatica, mi alzai dal letto per raggiungere il frigo ed il suo contenuto. Aprendolo, il rumore delle bottiglie di vetro che si scontravano sostituì quello della pioggia. Dopo una attenta analisi, scelsi una birra. Tanto per iniziare.
Era una Nastro Azzurro. Di certo non era la mia preferita, ma in quel momento mi sembrò eccezionale. La sorseggiai velocemente, come fosse acqua oligominerale. La schiuma bagnò i baffi di circa tre settimane di mancata rasatura. Esattamente da quando avevo messo piede in quell'albergo.
Era situato a pochi metri dall'uscita dell’autostrada, una vera comodità per un automobilista stanco desideroso di dormire. Non era il mio caso. Quasi non ricordavo più il motivo che mi avevo portato lì. Ma l’amnesia non dura mai a lungo, ed era per quello che avevo bisogno di liquidi più o meno alcolici in grado di riprodurre quella piacevole sensazione.
Sorso dopo sorso, infatti, la memoria sbiadiva ed io ripiombavo nel mio nulla, ormai così familiare. Ma come l’amnesia, anche le bibite non durano a lungo, così fui costretto a prenderne un’altra. Questa volta, però, optai per qualcosa di più forte.
Nel ripiano superiore c’era una notevole quantità di bottigliette di liquore, di vario genere, forma, sapore e gradazione. Si susseguirono in ordine crescente di livello etilico, conscio del fatto che l’amnesia è tanto duratura quanto forte l’alcolico consumato. Così facendo, riuscii a dimenticare per circa due ore e tre quarti, dopodiché tornai al mio stato di semi lucidità mentale.
Mi venne in mente il suo sguardo, la sua espressione di rimprovero quando lo scoprì. Era passato circa un mese da quel giorno, ma, nonostante gli sforzi, non riuscivo a dimenticare. I suoi occhi, le sue labbra, il suo sorriso. Tutte cose che rientravano di diritto nella top 10 delle cose più belle della mia vita e che, come un coglione, avevo buttate alle ortiche.
L’immagine di lei che entra in camera mentre una sconosciuta mi lecca il collo non potevo certo cancellarla. Avevo fatto una cazzata, ed in quel momento, vedendola, me ne ero reso conto. Nessuno è perfetto, dicono, ma questo non ci giustifica affatto. Quando si sbaglia, bisogna ammetterlo, sentirsi una merda e sperare nel perdono. Altrimenti, si può far finta di niente ed andare avanti.
Avevo provato con insuccesso questa seconda strada e mi trovavo in una squallida camera di uno squallido albergo di una squallida città a bere liquore, aspirante “cancella-memoria”. Più squallido di così…
Alla dodicesima bottiglietta decisi di alzarmi dal letto, farmi una doccia e agire. Purtroppo, non fu così facile. Appena alzai la testa dal cuscino, mi prese un fortissimo senso di vomito. Trattenni, raggiunsi a fatica il cesso e mollai tutto.
Dopo aver vomitato anche l’anima, mi gettai sotto una doccia bollente, al punto da cuocermi a puntino per una cena succulenta alla Hannibal Lecter. La mia pelle fumava ancora mentre mi asciugavo con uno di quei teli di spugna in dotazione. Completata la toletta, mi preparai per uscire. Indossai la mia camicia migliore, con il mio maglione migliore, ed il mio pantalone migliore. Insomma, mi vestii in maniera impeccabile. Una volta vestito ero pronto ad uscire. Afferrai la maniglia della porta d’ingresso. La mia mano tremava, forte.
Il coraggio era misteriosamente scomparso. Ora ero lì, ad un passo dalla libertà ma senza la forza di procedere. Esitai, poi mi convinsi, ma fu solo un attimo.
Dopo due minuti ero di nuovo nudo, steso sul letto, a sorseggiare l’unica bibita rimasta in frigo. Un succo di frutta a pera della Yomo. E fu in quel momento che, tra l’odore di fumo, il rumore di pioggia ed il sapore di pera, mi sentii piccolo, indifeso ed impotente. Non potevo fare niente. O forse, non sapevo cosa fare, e nemmeno l’alcool poteva aiutarmi.
Continuai a bere, nell'attesa.