Lei, l’amore secondo Spike Jonze

Non è un film sugli innamorati, è un film sull’amore, sulla poesia, sulla disillusione, sulla nostra capacità di provare emozioni. Corredato da una sceneggiatura perfetta, un maestoso Joaquin Phoenix e la voce potente di Scarlett Johansson 


Prima di iniziare a recensire questo film è necessario fare una premessa: Spike Jonze è un visionario, folle e geniale. Detto questo, possiamo anche procedere.

Definire Lei non è molto semplice, e d’altronde etichettare i film di Jonze non è mai stata un’operazione così automatica. È una storia d’amore? Sì, lo è, ma raccontata in maniera non proprio tradizionale. È forse una commedia? Sì, ci sono momenti leggeri nei quali si sorride, ma l’intero film è pervaso da un’aura di malinconia, e di tristezza. Allora è un film di fantascienza? Sì, per certi versi lo è, visto che è ambientato in un futuro non troppo lontano nel quale la tecnologia è diventata, come direbbe Marshall McLuhan, un’estensione dei nostri corpi. Ma non vi aspettate astronavi, alieni o guerre intergalattiche. Il futuro rappresentato non è così diverso dal nostro tempo, ne è solo una plausibile evoluzione.

Lei è un film complesso, nel senso che è composto da molti elementi diversi tra loro e fusi magistralmente da un regista che già in passato ha dimostrato di aver bene in mente la sua idea di cinema. Niente trame scontate, niente personaggi costruiti a tavolino per poter attrarre quel tipo di pubblico, niente campi lunghi alla Sergio Leone. Il suo occhio, filtrato dalla lente della cinepresa, ci mostra l’anima dei personaggi, nel caso specifico quella di uno straordinario Joaquin Phoenix, capace di smussare gli angoli di un personaggio che, affidato ad altri, probabilmente sarebbe diventato il classico stereotipo del nerd sensibile e romantico da film, presenza fissa in tutti gli indie americani.

Con il suo sguardo disincantato, gli occhi pieni di nostalgia e un sorriso quasi infantile, l’attore di origini portoricane ci regala una interpretazione del protagonista, il naif Theodore Twombly, davvero memorabile.

Theodore è un uomo solo, reduce da un divorzio che lo ha reso molto vulnerabile e introverso, che per lavoro vive le storie d’amore di altre persone, scrivendo per loro lettere nelle quali esprimere quei sentimenti che, a parole, spesso è difficile trasferire. Un giorno, colpito da una pubblicità, decide di acquistare un sistema operativo basato sull’intelligenza artificiale. Al momento dell’installazione, sceglie una voce femminile da associare al software, che prenderà il nome di Samantha. E non stiamo parlando di una voce qualsiasi, ma quella di Scarlett Johansson, che con questa pellicola riesce a dimostrare quanto sia brava anche a chi ha ancora dubbi sul suo talento. Presente in tutto il film solo con la sua voce (è consigliata la visione in lingua originale), riesce a riempire gli spazi come se fosse invece al centro dell’inquadratura.

Sensuale, divertente, profonda, Scarlett regala al film una dimensione eterea, immateriale, capace di trascinare lo spettatore in quel mondo un po’ surreale, ma al tempo stesso così vero. Non è un caso, quindi, che abbia vinto il premio per la Miglior interpretazione femminile al Festival Internazionale del Film di Roma.

Theodore si lascia molto velocemente affascinare da questa voce, capace di evolversi e adattarsi alle sue esigenze, completandolo. Finalmente non è più solo, ha qualcuno da amare e dal quale ricevere esattamente quell’amore di cui aveva disperatamente bisogno per tornare a sentirsi vivo.


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