di Bianca, e di chi l’ha raccontata.

Doveva essere un romanzo di fantascienza. Cecilia - amica, coinquilina, socia, d’ora in avanti più semplicemente “l’autrice” - attraversava un momento difficile quando concepì il nucleo di questa storia, e io non ebbi il coraggio di dirle che mi sembrava altamente improbabile che lei, accanita lettrice di Jane Austen, potesse scrivere della fantascienza credibile. E infatti. Intanto però, l’avventura era cominciata. Pochi giorni fa, dopo 8 mesi, “Bianca” è finalmente nata al mondo.

Vivere la nascita di un romanzo dal punto di vista privilegiato del “braccio destro” è un’esperienza straordinaria. Nel corso dei mesi ho visto nascere, crescere e morire i personaggi. Ho visto cose succedere e poi non succedere più. Ho visto dialoghi evolversi, involvere, e poi sparire. Ho imparato una poesia di Vinicius de Moraes. Ho visto questa persona straordinaria farsi personaggio, purificarsi, elaborarsi, bruciare e rinascere, come la Fenice che porta impressa sulla pelle.

Qui di seguito c’è la recensione che ho scritto per lei, il mio tributo alla Fenice, all’autrice, all’amica.

“Bianca” di Cecilia Ughetti

Non sono un critico quindi non ho i mezzi per descrivervi la poesia di certe frasi, il rumore sordo che certe parole producono quando Cecilia le lascia cadere, né la potenza della sua scrittura, spezzata, feroce, che vi spingerà fino alla fine, puntandovi dita ossute nella schiena senza che possiate tirare il fiato un istante.

Impossibile sintetizzare la trama di “Bianca” senza svelarla, molto arduo il compito di presentarne la magia (nera) senza rompere l’incantesimo.

Per fortuna, non fa niente.

Non importa, perchè l’unica cosa che conta è Bianca, senza le virgolette. Bianca che non è la protagonista del libro ma è, essa stessa, il libro.

Bianca è soggetto e oggetto, pensa, sogna, ma viene anche pensata e sognata, cerca disperatamente di capire, e, in un gioco di specchi deformanti, cerca di non essere capita. Riuscirà, dolorosamente, in entrambi i casi.

Le si affollano attorno personaggi simbolici, ancorchè reali nei loro goffi tentativi di aiutarla, cambiarla, salvarla addirittura. Ognuno di loro è troppo occupato a recitare la parte — la saggezza, interpretata dalla geniale dottoressa, talmente impegnata a cercare di guarire da dimenticarsi di curare; l’amore tormentato, portato in scena dal fidanzato vanesio, troppo affascinato dal dramma per volervi veramente porre fine, o rimedio; l’amicizia sincera, incarnata dal collega/amico/manager gay, tutto compreso nello sforzo di essere all’altezza del proprio cliché, unica macchi(ett)a di colore nell’orizzonte altrimenti temporalesco di questo romanzo.

Ognuno di loro ha in mente una versione di Bianca, e si affanna per far combaciare l’idea (propria), con la realtà (di lei).

Ognuno di loro fallisce inesorabilmente, perchè Bianca non solo non vuole essere così, o cosà. Bianca non vuole essere, punto.

Rivendica il proprio diritto all’oblio, di sè dagli altri e viceversa. Vorrebbe dimenticare ed essere dimenticata.

Insegue instancabilmente un passato oscuro, un passato da cui riemergono una sorella crudelmente egoista, un padre stucchevolmente ignavo, e una madre — o forse due — che di materno ha solo lo stato anagrafico.

Leggendo “Bianca” vi sembrerà sempre di essere seduti scomodi, sentirete gli spifferi, il lavandino che perde, il bambino dei vicini che piange. E’ il disagio dell’impotenza.

Vorrete provare tenerezza, empatia, vorrete piangere per lei, se non con lei, ma Bianca ve lo impedirà, vi chiuderà fuori.

La quarta parete, nel libro di Cecilia Ughetti, è un vetro antiproiettile.

Bianca è come un superalcolico liscio, brucia la gola e lascia storditi. Ne vorrete ancora, ma sappiate che, alla fine, farà male.

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