Inside Out. La mia recensione.

Il nuovo cartone animato della Pixar è un’opera rivoluzionaria e sensibile, che ci permette di godere di una storia all’interno di un’altra. Non solo il tumulto di un trasloco nella vita di Riley, una undicenne del Minnesota che si trasferisce con i suoi genitori a San Francisco, ma anche la storia della sua mente e di come le sue emozioni si cimentino, contribuendo all’interazione con il mondo. Inside out è una rielaborazione fantastica delle nostre emozioni che fanno parte del nostro vissuto quotidiano, creando mondi paralleli che brulicano di vita e talvolta di conflitti. Gioia, Tristezza, Paura, Rabbia e Disgusto collaborano per gestire il rapporto di Riley con il mondo esterno, agendo in una sala di controllo da cui possono influenzare le sue reazioni e tutelare la sua incolumità fisica ed emotiva. In realtà le emozioni di base, secondo numerose ricerche psicologiche, sono sei, manca la Sorpresa nel film. Paul Ekman, professore emerito di psicologia presso l’Università di California, San Francisco e consulente scientifico del film, le definisce “universali e innate nella nostra specie”. Il regista ha probabilmente preferito non includere Sorpresa, considerandola un’ emozione breve che serve per introdurre una delle altre, Rabbia, Tristezza, Gioia ecc o per non affollare ulteriormente il quartier generale della mente che già con cinque personaggi risulta piuttosto piena.

E così la girandola delle emozioni guida la nostra vita. Non c’è istante nel quale non proviamo emozioni: anche quando cerchiamo di risolvere un problema matematico, anche quando siamo in preda alle sensazioni fisiche più totalizzanti. Le emozioni giocano un ruolo fondamentale nella creazione di memorie. Più intensa è l’emozione, più forte è la memoria. I ricordi essenziali sono più importanti di altri ricordi, e si formano quando l’impronta emotiva è più forte. E poi ci sono ricordi che svaniscono, che si polverizzano con il soffio del vento, perché meno importanti per la nostra crescita e il nostro equilibrio. Inside out ci racconta cosa accade quando chiudiamo gli occhi e ci lasciamo andare nelle braccia di Morfeo. Parla degli amici immaginari ai quali molti bambini affidano la loro vulnerabilità e fantasia, del treno dei sogni, che se lo lasci scappare, non torna più. Parla del dejavù e degli angoli più remoti della nostra mente, delle sensazioni che immagazziniamo anche inconsciamente. Parla di famiglia, di come un piccolo screzio la può far letteralmente vacillare. Parla di amicizia, di come un’incomprensione rischi di sgretolarla. Parla della moltitudine di informazioni che il nostro cervello ogni giorni elabora, tiene a bada, rifiuta, respinge e accoglie. E infine parla di tristezza. Un’emozione emarginata dalle altre, che nel film è interpretata da un personaggio sciatto, scostante e lento, tanto che Gioia deve letteralmente trascinarla in giro per la mente di Riley.

Tuttavia, la tristezza è l’emozione più importante ed è un pilastro della crescita personale. L’emozione base che principalmente controlla il quartier generale della madre di Riley è proprio la tristezza. La tristezza si occupa di raccogliere e dedicare tempo a noi stessi, di pensare e meditare, di modificare o chiudere stadi. Questo film ci insegna, in un modo per niente scontato, che senza la tristezza non esisterebbe la gioia. Non esisterebbe una mano amica che ti asciuga una lacrima. Non esisterebbe il dono di un sorriso per farti stare meglio. Non esisterebbe la consolazione di un abbraccio. Non esisterebbe l’opportunità di insegnarci a elaborare una perdita e ricominciare da capo. Inside Out parla di noi. Di tutti noi, che combattiamo tutti i giorni con queste e altre emozioni quando a volte, semplicemente, dovremmo lasciarci andare. Tutte le emozioni sono nostre e vogliono il meglio per noi.

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Originally published at francescacaon.com on October 3, 2015.