Elogio della Lentezza (o meglio della giusta velocità)

Disclaimer: la foto di Emily Ratajkowski era solo per attirare l’attenzione. In questo post non si parla di figa.

OK, la sparo subito: penso che il più grosso problema che affligge la modernità sia la difficoltà comune nell’accettare con serenità e di buon grado la propria (sana ed umana) limitatezza. Perché? Perché ci fanno il lavaggio del cervello praticamente da quando siamo ancora in fasce. I genitori prima, la scuola, le amicizie, la televisione, la cultura, i libri (per chi li legge ancora), l’arte, la musica e il lavoro poi. E’ una continua incitazione alla competitività, a fare di più, a sapere di più (o a fingere di sapere di più), a capire di più, ad arrivare primi, ad avere più idee, ad essere precoci in tutto. Ci dicono che arrivare prima ed essere veloci ci rende persone di successo, che ci rende migliori, che ci fa stare bene perché ci mette nelle condizioni di avere a nostra disposizione ciò di cui abbiamo bisogno nella nostra vita. Ci aiuta nello studio, ci aiuta a trovare un buon lavoro, ad affermarci. Ne diventiamo tanto convinti che questa corsa all’accrescimento, al “di più”, non viene mai messa in discussione, non ci domandiamo nemmeno se ci faccia stare veramente meglio. La corsa smette perfino di essere un mezzo per il raggiungimento della nostra felicità ma diventa inconsapevolmente il fine stesso del vivere quotidiano.

Ad un certo punto da qualche parte si è persa di vista la ragione fondamentale ed inalienabile che motiva e legittima tutto questo (altrimenti del tutto ingiustificato) sforzo: la felicità umana!

Sinceramente penso ci sia qualcosa di intrinsecamente malsano nel pensare alla vita come la ricerca di un accrescimento generico e senza contesto. E questo mio giudizio personale, beninteso, è avulso da qualsiasi questione etica o di giustizia. Ma prima di spiegare le motivazioni del mio pensiero, per evitare di essere frainteso, voglio fare una precisazione: ritengo che l’accrescimento personale, l’ampliamento della propria conoscenza, l’istruzione, la cultura, la scienza, le sfide che ci poniamo, il raggiungimento di obiettivi, siano attività non solo assolutamente positive ed utili all’uomo ma direi anzi che sono parte necessaria di un individuo e di una società che possano essere definiti sani. Quella che ritengo malsana però è la finalità verso cui queste attività sono rivolte. Come cercavo di dire prima, credo che si sia frainteso lo scopo di queste attività. Mentre nel corso della storia umana si dipanavano le trame di quello che chiamiamo “progresso”, ad un certo punto da qualche parte si è persa di vista la ragione fondamentale ed inalienabile che motiva e legittima tutto questo (altrimenti del tutto ingiustificato) sforzo: la felicità umana! Sì! Sembrerà assurdo ma credo sul serio che abbiamo dimenticato da qualche parte che lo scopo ultimo di questa folle e frenetica giostra che chiamiamo società non può (e non deve) che essere la felicità degli uomini che quella giostra la fanno girare. In che modo potremmo mai definire “progresso” qualcosa che non porti la società verso uno stato di maggiore felicità per gli uomini che la costituiscono? Una società che trascura questo aspetto ritengo non possa definirsi in alcun modo progredita. Verso che cosa staremmo progredendo altrimenti? E’ vero. L’uomo è fatto per correre, per porsi obiettivi, per sfidare se stesso ma non è fatto per l’accelerazione costante e fine a se stessa. L’attività frenetica senza scopo a cui ci sottoponiamo esaurisce le energie dell’uomo, lo logora, lo sfinisce e lo lascia senza nessuna vera e duratura ricompensa che possa giustificare tutto lo sforzo. Siamo sicuri che sia questo quello che vogliamo per noi?

7 miliardi di individui indaffarati e affannati che arrancano in questa rincorsa alla carota appesa al filo sono “solo” alle prese con la ricerca dell’impossibile bilancio tra salario e tempo di vita.

Lo riconosco, quando ho parlato di felicità ho imboccato un percorso colmo di insidie dialettiche. La felicità è un concetto effettivamente molto difficile da definire in quanto completamente soggettivo e pieno di sfumature. Esistono certamente persone che a domanda risponderebbero che hanno piacere nel sottoporsi a questa corsa perenne, magari perché gli permette di disporre del denaro necessario a soddisfare le proprie passioni, le proprie voglie e la propria vanità. Ma lasciatemi la presunzione di pensare che di persone che autenticamente amano la corsa per la corsa ne esistono veramente poche. Se ci penso mi vengono forse in mente Steve Jobs, Elon Musk e forse un altro paio di nomi. Ma, se scavi fino in fondo, anche se prendi lo Steve Jobs della situazione, capisci che queste persone lavorano giorno e notte non perché sono masochisti o amanti del denaro o amanti del correre fine a se stesso, ma perché hanno un sogno, vogliono realizzare qualcosa, vogliono dimostrare qualcosa e ne fanno l’obiettivo della propria vita. Il fatto che debbano lavorare 24 ore su 24 è semplicemente una condizione al contorno, trascurabile. Nemmeno ci fanno caso. Non si tratta nemmeno di lavoro. Persone come quelle lo farebbero anche gratis. Non possono fare a meno di cercare di realizzare i propri obiettivi. Detto ciò, purtroppo (o per fortuna) di Elon Musk ce ne sono pochi. Tutti gli altri 7 miliardi di individui indaffarati e affannati che arrancano in questa rincorsa alla carota appesa al filo sono “solo” alle prese con la ricerca dell’impossibile bilancio tra salario e tempo di vita. Sono sicuro che anche il più fervente stacanovista se opportunamente interrogato alla fine ci concederebbe l’ammissione che le cose che compra col denaro nient’altro sono che il modo in cui cerca di giustificare a se stesso e agli altri tutto il tempo di vita che ha speso nella sua personale corsa al “di più”. Non è forse così che stanno le cose? Ah, dimenticavo! Discorso a sé fanno i ricchi nullafacenti, quelli che postano foto in costume mentre si rosolano al sole sui loro mega yacht, avete presente no? Quelli sono outliers come lo sono Steve Jobs e Elon Musk. Loro non fanno corse né si affannano, qualcuno nelle generazione precedenti l’ha già fatto per loro. Loro sono ricchi e basta. In ogni caso, anche di quelli ce ne sono pochi, quindi non ce ne curiamo.

La velocità ci dà la sensazione di processare e consumare più informazioni e quindi di vivere più intensamente, ma forse è vero proprio il contrario.

Il definire la società in termini di velocità, di consumo e conseguentemente di obsolescenza ha forti ricadute culturali in tutti i settori dell’attività umana incluso perfino quelle ludiche. Si cerca il “di più” in ogni cosa a 360 gradi, 7 giorni su 7: vogliamo la macchina più bella, la casa più bella, il partner più bello, il cibo più buono, il ristorante più “in”, il locale più ricercato, il viaggio più esotico, il telefonino più veloce, il vestito più alla moda. L’etichetta “più” è applicabile ad ogni cosa che ci troviamo a volere. Tutto ciò ha creato la generazione dei vari: “only good vibes”, “solo cose belle”, ecc. Siamo tanto solerti a condividere con il mondo intero quanto di bello accade intorno a noi: spiagge paradisiache, piatti succulenti, scarpe griffate, fisici statuari, serate spensierate, cocktail deliziosi, amicizie facoltose; quanto attenti a nascondere il brutto e il mediocre con cui inevitabilmente (e naturalmente) abbiamo a che fare nella vita realte: la bettola di ristorante in cui sono finito, l’ostellaccio da quattro soldi in cui sto alloggiando, le rughe che ho accuratamente rimosso con l’apposita app, la cellulite e la pancetta che ho accuratamente ritagliato via dalle foto. Non siamo in grado di accettare di dover accettare i compromessi che la vita ci impone. Non riusciamo a mandar giù che non siamo purtroppo tutti Emily Ratajkowski che può permettersi di passare la vita a mostrare al mondo social la sua (peraltro notevolissima) fisicità mentre si trastulla nella sua lussuosa vita da nullafacente. Anche se è difficile ammetterlo, esiste anche quel mondo imperfetto chiamato mondo reale. Sembra invece che se andiamo in posto e non riusciamo a scattare la foto figa da mettere su Instagram, non riusciamo a divertirci. E tutto questo perché? Perché dobbiamo necessariamente fare parte della schiera del “di più”. Abbiamo pudore, anzi vergogna, della nostra normalità. Abbiamo paura nel mostrarci non al passo con le cose che velocemente passano accanto a noi, abbiamo paura di rimanere indietro. Abbiamo paura di non riuscire più a recuperare. Proprio per questo si tende sempre meno spesso a fare cose per il gusto di farle, si ricerca sempre un ritorno in ogni cosa. Il piacere della ricerca senza scopo ha perso di avere un valore di per sé. Abbiamo perso il piacere di annoiarci, di perdere tempo, di fermarci ad assaporare il tempo che passa. Siamo diventati incapaci di accontentarci di quello che ci serve. La velocità ci dà la sensazione di processare e consumare più informazioni e quindi di vivere più intensamente, ma forse è vero proprio il contrario. Dovremmo iniziare ad insegnare la normalità e la lentezza come valori, l’accettazione dei propri limiti come concetto da coltivare. Bisognerebbe iniziare a fermarsi e a guardare con gusto (e non con ansia ed invidia) le persone che ci corrono accanto, bisognerebbe iniziare a fermarne qualcuna e a chiedergli — dove corri? Dovremmo iniziare a mettere in dubbio l’equazione competitività = velocità = bene. Chissà che poi ci accorgiamo che non si sta poi così male ad andare lentamente, anzi alla giusta velocità.
Non mi fraintendete, non è mio obiettivo fare la predica. Non voglio fare la morale a nessuno. Io faccio parte della società in cui vivo. Sono anche io un figlio del progresso e ricado in tutti i cliché che qui mi permetto di criticare. La soluzione non ce l’ho e non so nemmeno se esiste, però sono abbastanza convinto che un problema c’è. Sentivo quindi di condividere questo pensiero con l’auspicio che possa sollecitare qualche riflessione. Amen.