Di gente mia contadina e di come sei finito nell’Antropocene senza nemmeno sapere cos’è

Ora ha un nome e un responsabile unico l’era geo(poco)logica in cui ci troviamo: l’uomo.

Da pochi giorni, infatti, sappiamo di essere entrati nell’era dell’Antropocene.

E chissenefrega direte voi!

Non proprio, diciamo che vi eravamo già immersi dalla metà del ‘900 , ma che solo nel 35° Congresso Geologico del Sud Africa (27 agosto, 4 settembre 2016) la notizia viene rivelata e confermata scientificamente.

E cosa dicono gli scienziati che l’hanno portata al pubblico non come una notizia, ma ripeto come una vera e propria scoperta scientifica? Dicono semplicemente che l’impatto accelerato dell’uomo ha cambiato i connotati millenari del pianeta terra in modo indelebile sui suoi cicli vitali creando irreversibilità.

Antropocene (termine coniato dal premio Nobel Paul Crutzen )dunque, dalla metà del ‘900, bene e ora! Si ma da quanto durava l’era precendente a questa? Solo 11.700 anni (Olocene).

E io dov’ero, e tu dov’eri e dove siamo noi in questa nuova Era Geologica!

Parlo per me, non potrei fare altro.

Io trentanni dopo la metà del ‘900 ero immerso nei miei primi anni di vita ancora di boschi e faggete, e pioppeti; poi verso gli anni ’90 del 1900 presi la consuetudine di ritrarre pastori e contadini della mia terra (si chiama Basilicata per quei pochi che sono rimasti, Lucania per quelli che sognano ancora un ritorno), prima ho iniziato con taccuini riempiti di scritti, che descrivevano abitudini di ‘questa gente mia contadina’ dell’Appennino meridionale, poi con qualche foto come queste.

Pastore lucano, Serre di Calvera, Basilicata (foto di Francesco Arleo)

Naturalmente mentre scrivo molte delle persone che ritrassi non ci sono più e naturalmente, nei loro mestieri, non sono state sostituite da figli, nipoti parenti prossimi, affini, lontani, ecc. ecc. Sono scomparsi e con loro sono scomparsi abitudini ancestrali, conoscenza di territori, di vie, tratturi, sentieri.

Contadina lucana con cestone d’asino (Foto di Francesco Arleo)

E chissenefrega, direte ancora voi!

Non proprio, la fine di questi pastori e contadini, di piccoli luoghi, di spazi distesi, selvatici, costituiva l’ultimo baluardo d’occidente di luoghi ancestrali e con loro finisce la possibilità reale di tornare indietro (irreversibilità, ricordate!).

Vi faccio un esempio concreto così ci capiamo: gli incendi che ogni anno vedete nei territori sono emersi solo intorno agli anni ’80, prima i territori erano avvistati, visitati, seguiti, protetti, alleggeriti dal sottobosco, da questi custodi e dai loro animali liberi.

Molti dati vi diranno che molti giovani tornano in agricoltura, bene, provate a chiedere alle statistiche quanti tornano alla pastorizia, alla transumanza, al pascolo libero, alla non coltivazione, alla coltura selvatica. Provate, provate voi e otterrete nulla, poco più di nulla, niente, o solo qualche sprazzo di sparuta poesia. Non mancano però i casi, e ne ho parlato anche in altro articolo su cos’è l’agricoltura selvatica.

Il pastore di capre, Castronuovo di Sant’Andrea, Lucania-Basilicata (Foto di Francesco Arleo)

Ma torniamo alla domanda: dov’ero io dunque quando l’Antropocene era già in corso? Ero dentro al fuoco, lo vedevo arrivare, vedevo sparire ogni giorno, mese, anno, qualcuna di queste persone e spesso, tornando da altri luoghi dove per studio e lavoro mi trovavo in quel momento, spesso chiedevo a chi era rimasto sul posto, di questo o di quel pastore che avevo ritratto, di questo o di quella contadina che avevo descritto, fotografato e la risposta, la risposta era sempre la stessa: non c’è più!

E quel ‘non c’è più’ non si riferiva solo alla morte fisica dell’uomo o della donna in questione, ma alla fine di un mondo, di un’antropologia dell’esistenza, della caduta di intere comunità, di esperienze, di competenze, di vissuti, di tradizioni che avevano millenni di cammino. Finiti, spariti, scomparsi.

Che io sia nostalgico di quel mondo? Può darsi, ma non me ne faccio una colpa, piuttosto mi chiedo come avrei potuto testimoniare meglio quel mondo, come avrei potuto dedicargli più attenzione, più compassione, più comprensione; sì di questo sono nostalgico, molto nostalgico.