TATTILE

Nella vita di tutti i giorni filtriamo la realtà attraverso vista e udito, se poi ci sfugge qualcosa lo fagocitiamo con il gusto. Troppo spesso le nostre narici sorde a qualsiasi odore ci hanno fatto dimenticare il nostro olfatto ma soprattutto, pur essendo ricoperti di tessuto epiteliale, ci siamo dimenticati cosa significhi davvero toccare, sentire il mondo attraverso la pelle.


07.30. Devi ancora svegliarti e sei già in ritardo. Prima non l’avevi fatto ma questa volta la sveglia suona e tu la senti. Allunghi il braccio informicolato dal sonno cercandola a tentoni. Un dolore improvviso. Il primo tentativo è finito sullo spigolo appuntito del comodino. Ritenti. Ti decidi ad aprire gli occhi e finalmente le tue dita si posano con certezza sui freddi tasti metallici di quella macchina infernale. La spegni e la guardi. Cazzo. Le 07.30. Lanci via il lenzuolo e la coperta rugosa che appesantiscono le tue gambe già stanche, ti siedi un secondo sul letto, poi vai.

Passo dopo passo le piante dei piedi rabbrividiscono sulle gelide piastrelle fino al bagno. Fai partire l’acqua fredda e ci immergi la faccia assetata, nel farlo la barba di due giorni fa graffia il palmo liscio della tua mano e reclama giustizia. Ti raserai domani, ora non c’è tempo. L’acqua continua ad andare, le tue mani umide si rincorrono sul tuo corpo sciacquando via l’arsura della notte. Il panno che usi per asciugarti impercettibilmente ti gratta via la faccia le spalle il petto. Ti spruzzi il deodorante sotto le ascelle congelandole come ogni altra mattina. Sei più o meno pulito, corri in cucina.

Le tue dita svitano la moca e sprofondano nel caffè compattato usato ieri e rimasto là, scavi fino a rimuovere ogni umido granello . Passi le mani sotto l’acqua e riprepari la moca, facendo particolare attenzione con l’ indice sinistro che quella sostanza nera non trasbordi. Mentre il caffè sale tu ti concentri sulla frutta, quasi l’accarezzi. il tuo tatto sente oltre a quello che la tua vista può vedere, sa cosa stimola di più il tuo appetito e cosa no, basta toccarlo. La scelta ricade su una pesca morbida liscia tanto grossa da sembrare tronfia di sè. L’azzanni. La polpa succosa scivola dalle tue labbra al tuo mento, pure le mani si impregnano di quell’appiccicume dolciastro, finisci di mangiarla in fretta perchè il borbottio proveniente dai fornelli ti avvisa che il caffè è pronto, spegni tutto e lo versi nella tazza; soppesi per un secondo quella sostanza bollente poi la tracanni. 07.45, devi vestirti.

Spalanchi l’armadio, scivoli tra quei colletti inamidati fino ad estrarre una camicia sufficientemente stirata anche se ancora ruvida. La infili con la disinvoltura della routine e così il resto del completo. Prendi la cravatta buona e stringi, il collo soffoca e invano invoca il suo diritto alla libertà ma c’hai fatto l’abitudine. Tipassi una mano trai cappelli ricci nel tentativo di dare forma all’informe, le dita si incastrano in un groppo, rinunci.

Infili le scarpe, troppo nuove e troppo strette, esci di casa ed inizi a correre senza pensare ad altro, concentrato sul coordinare una gamba dopo l’altra con le chiavi in tasca che ti scalfiscono la coscia attraverso il tessuto sottile dei pantaloni. Incredibilmente anche questa mattina riesci a salire sul bus delle 08.02. Non ti siedi e mentre sei lì dritto immobile appoggiato alla porta, le gocce di sudore si gettano giù per la tua schiena incollandosi fastidiosamente alla camicia. In tutto questo ti eri dimenticato di avere dei piedi, te ne accorgi solo ora che ti sei procurato una vescica correndo. Pensi a quanto sia incredibile che i piedi con l’evoluzione siano passati dall’essere capaci di un ugual tatto a quello delle mani ad un gretto e insensibile mezzo di trasporto che ci rammenta della sua esistenza solo quando prova dolore. Le porte si spalancano, è la tua fermata, scendi e sali sulla metro appena arrivata.

Ti manca l’aria lì dentro, corpi umani ammassati l’uno sull’altro; ti incastri tra il braccio teso di una madre e le gambe dei due figli. Senti i loro corpi fare pressione su tuo inerme, sopporti a stento. il tuo dito indice destro si fa portavoce del tuo fastidio ed inizia a tamburellare sulla tua clavicola quasi volesse perforare la giacca la camicia e far respirare finalmente la pelle. Prima fermata, nuova gente si accalca. Le lingue di due ragazzi scivolano tra di loro come porte scorrevoli, noncuranti della giungla di arti che li circonda. Seconda fermata, poi una terza ed una quarta. è un continuo scambio di parti umane, cose e persone che ti toccano, che sbattono contro di te, che ti stringono la mano e salutano. Quinta ed ultima fermata, scendi.

Il centro della città ti ingloba con i suoi rumori i lavori in corso il frastuono delle moto le urla dei bambini, ti bombarda di immagini persone cose da vedere stimoli luminosi ed un attimo ti dimentichi del gusto della tua mano che stringe il cuoio della tua ventiquattrore e della mano che gratta avidamente il lavoro delle zanzare. Ma soprattutto ti dimentichi del tatto, come sempre.