LAMENTO ALLA MIA TERRA

Una poesia

I

Senti, lo so,

qui è come una vecchia fotografia

in bianco e nero di sessant’anni fa.

I bordi rovinati, odore di carta vecchia ingiallita dal tempo,

eppure fa rumore

nel suo silenzio tombale urla

la crudeltà del tempo

che dimentica in fretta

e lascia annegare la memoria nel passato,

copre di polvere le storie le vite il riso l’amore il sacrificio e la morte

in un vecchio armadio a due ante

che puzza di naftalina e scatole umide.

II

Senti, lo so, qui non c’è speranza.

C’è un pozzo nero che risucchia merda e sogni

ed è profondo e le pareti sono scivolose

e intanto il pozzo continua a succhiare il midollo della vita che,

diciamocelo, sii poeta, abbi i tuoi vent’anni (o che tu li abbia avuti):

dovresti succhiarlo tu il midollo della vita.

E invece no, il midollo se lo risucchia il pozzo nero!

Senza luce

in una gabbia di legno putrido

invasa di merda e piscio e delusioni, fetente, viscido,

nelle viscere di questa maledetta terra,

e tiene prigionieri

passato presente e futuro.

III

Ti ho visto prendere a pugni il tuo riflesso,

l’altra immagine che ti eri dato,

come ti eri immaginato: questa terra si nutre delle tue illusioni.

Ti svegli la mattina e urli porcoddìo:

avevi ancora il dentifricio sul mento quando

ti sei visto allo specchio e ti è apparsa

l’immagine del fallimento.

E lei gode, credimi,

perché le sue cosce sono tremolanti

e calda è la sua fica:

questa terra é una puttana

che si fa amare ma che non sa amare.

IV

Eravamo Compagni, credevamo nella lotta,

c’erano la musica e le manifestazioni,

le lunghe discussioni e le canne,

il sentire di costruire qualcosa,

c’ era il vomito e le cinque del mattino,

il sognare di eroiche gesta e di non chinare mai il capo,

perché non eravamo giunchi

e la piena ce la poteva sucàre,

perché sulla testa tenevamo le corna dure

e ci dicevamo che le avremmo usate come ariete

per abbattere cancelli e pregiudizi.

Avevamo giurato di non piegarci mai, inflessibili e incoruttibili.

Poi

il tempo

è passato.

Forse non hai colpe: a forza di cercare di cambiarla

é questa terra che cambia te.

V

L’Urlo

che dalla gola ha paura di uscire

e per questo viene ricacciato giù,

si trasforma in rabbia e malinconia,

bile e bestemmie, e poi

ssshhh!

Silenzio.

Silenzio eterno.

Quell’urlo continuamente abortito

è muto ma vivo

e scava nelle ossa per incidere il suo nome.

Che crudele, Dio! ad averci fatto nascere in Sicilia

ed averci dato anche lingua e speranza!

VI

Questa notte è senza amore.

Il coma e il fumo, nebbia nel cielo

e la visione di forme psichedeliche,

in un triangolo di rocce e fuoco e vipere

e morbide labbra attraenti e carnose,

col sole che timidamente illumina il cielo nero,

e noi sui tetti dei palazzi fatti di calcestruzzo e polvere di ossa,

negli occhi il fuoco della speranza, i sogni degli anni migliori,

voglia di fica e mutandine profumate,

dita che puzzano di sigaretta,

cantiamo il bisogno di arte e libertà

mentre la città ancora dorme, assonnata, ferma,

ho visto il vuoto correndo per le strade deserte

con l’alcol nelle vene

ascoltando musica senza tempo,

e i semafori esplodono!

VII

E in mezzo al tetto, lassù, c’eri tu,

e avevo deciso che per ora eri un sogno da realizzare,

perché un giorno la carne tua la mangerò delicatamente,

e il seno morbido e i riflessi d’oro,

avevi vent’anni e io ti volevo,

e il vestito leggero mi faceva impazzire

e amavo il vento quando faceva ballare il tessuto,

lo immaginavo accarezzare la tua pelle e ne ero geloso.

Eri bellissima e io eccitato.

I messaggi e la saliva, l’inchiostro a fiumi,

eravamo giovani e senza limiti,

facevamo l’amore e pioveva all’alba,

io pedalavo per la città ed ero felice,

sentivo l’odore della pioggia e pensavo

alla tua carne,

alla dolcezza del miele e al calore del peperoncino,

coi capelli sciolti e la pelle da graffiare,

dita in bocca e unghie laceranti,

la nostra immagine proiettata sul muro

un gioco di ombre di lingue umide in un vortice di cunnilingus.

VIII

Ti mangerei come si mangia qualcosa di buono.

Ti parlo e ti bacio mentre mi tiri i capelli,

tra cori notturni e raggi d’argento,

un cortocircuito elettrizzante,

ti mordo la coscia, torno in apnea,

tu abbracci il cuscino mentre sputi voglia e inali ossigeno,

che sale al cervello per poi colare impregnando il materasso.

I tuoi denti sul mio orecchio, il fumo del desiderio

e le chitarre e i violini e un pianoforte

in un gioco di ritmo che fa impazzire tra le lenzuola.

Guardami negli occhi,

trattieni il respiro,

scivolo dentro di te.

La tua fregna è la cosa migliore che quest’Isola abbia da offrire.

IX

Ho visto

gente della mia età

vivere nell’ignoranza,

cibarsi di ignoranza

fin dall’infanzia,

in un processo di degrado inarrestabile,

un meccanismo di ruggine e morte,

lentamente, in modo capillare,

gettando libri in fosse comuni,

tombe senza croci.

Vaccinati, da bambini,

si impara a resistere, sopravvivere

non a vivere,

con un effetto collaterale:

la totale mancanza di fede nel futuro.

Qui — non- c’è.

X

Succhia

il capezzolo

attaccati

alle grosse mammelle della zona grigia,

tra appalti e voti e potere e solitudine,

il Pensiero rinchiuso in una scatola.

Succhia

e cìbati della poltiglia,

denso liquido biancastro,

come fosse latte materno e sperma paterno,

il seme malato che ci costringono a ingoiare

e sorridere felici.

Bisogna avere le branchie per nuotare in questo mare di merda.

XI

Qui anche il popolo è sbagliato,

perché avrebbe i presupposti per

cantare pregare e ballare

il blues

e il rock

e il soul.

Ma ci hanno tolto anche il buongusto

e il popolo è dotato di stereo grigi

che pompano musica di merda,

e ciò mi uccide.

XII

Pagliai a fuoco, negozi a fuoco,

macchine e montagne in fiamme,

e un uomo che suda benzina e arde vivo,

pelle sciolta, puzza di carne bruciacchiata.

Le minacce, la paura, il terrore!

Cavalieri incapucciati, vigliacchi senza nome, figgh’i pulla,

seduti al bar a mescolare lo zucchero nel caffé:

saluti al Maresciallo, un bacio al Sindaco,

e un cubo di cemento armato come stile artistico involontario.

XIII

Ti sei svegliato e hai visto

questo mondo appartenere a loro.

Abbiamo perso? è una domanda nel vuoto,

un coltello nella pancia, filo d’acciaio e ossigeno e sangue.

Hai visto ettari ed ettari trasformarsi da terra ad asfalto,

e sei senza eroi, sono tutti morti,

e questa generazione non ha più la forza per remare controcorrente,

ché risalire il fiume porta alla morte.

XIV

E odio anche voi

Voi,

Paladini della Giustizia,

della Legalità,

della mia Minchia.

Buoni a fare i Santi

voi che puntate il dito,

con la falsa innocenza di pastorelle vergini,

avete l’imene intatto

ma il culo sfondato.

Avete rotto il cazzo

Voi e le vostre lezioni di morale

dite di odiare il male

io odio il vostro essere banale.

XV

Mentre i raggi del Sole penetrano

il vetro e le tende e la mente,

tu conosci il prezzo dell’alienazione.

Stanze vuote, file all’ufficio di collocamento,

impiegati senza sorriso,

e la benzina come oro

e i treni lenti che puzzano di piscio e tabacco,

parti per un viaggio nell’Ottocento

con la paura di lasciare questa terra.

Ci fanno sentire come buoni a nulla,

una generazione che pesa, pesante come il ferro.

Ma il problema, capisci, è questo modo di vivere:

come puoi eiaculare la tua anima se devi pensare alla pensione?

XVI

Senti, lo so,

hai il desiderio di esplodere

perché il silenzio diventa insopportabile.

Non abbiamo solo sangue e ossa,

ma dinamite dentro,

e la miccia corta è pronta a esplodere,

perché serve la devastazione per scuotere le fondamenta.

Bisogna cantare la gioia del tritolo!

- e l’amore incondizionato -

perché proveranno a fermarci con i bastoni,

ci diranno le solite frasi fatte,

ma saremo un uragano

e le spegneremo le candele in chiesa.

XVII

Lo so che sto sognando e non sono l’unico,

ma tu un giorno non ti unirai a noi,

e nemmeno noi resteremo uniti

perché viviamo la maledizione dell’egoismo.

Ognuno per sè, nessun gruppo,

dividiamoci e voltiamoci le spalle,

mille bandiere per mille teste di cazzo,

ognuno carnefice di sè stesso e boia dei propri fratelli.

Mi chiederai: siamo noi un Popolo?

e io non ti saprò rispondere.

XVIII

Bevo Sangue

nelle peggiori taverne

e viaggio al termine della notte

per scoprire che ad aspettarmi non c’é l’alba

ma l’oscurità più buia del buio stesso

perché questa terra partorisce

proverbi fasulli e bugiardi,

e ti dirò: sì, solo in quest’Isola può fare

più scuro di mezzanotte.

XIX

Mangiavo con lei caramelle alla carruba

ed era dolce, gli occhi come mandorle a oriente di qua

e dai suoi capelli risuonava l’Ave Maria di Bach/Gounod

e niente al mondo era più bello e violentemente perfetto.

Poi tutto finì.

Ricordi? L’amore, il destino, poi la malinconia e la fine di quel film.

Un ultimo volo ad ali spiegate

in adrenalinici loop e picchiate supersoniche,

tu eri sul mio dorso, sentivo la tua presa,

poi sei caduta e non ti ho più vista,

confusa tra nuvole e smog danzavi in caduta libera

e io mi disperavo perché sapevo

- io sapevo -

e mi tormentavo,

e dalla gola mi uscivano anguille viscide e nere (ciò che era rimasto)

ma io non piangevo

perché il dolore era liberazione,

e se piangevo era per la paura

di vederti precipitare.

Io non volevo essere responsabile della fine.

Domani, lo so,

dalla schiena ti scoppieranno piume e cartilagine,

e allora imparerai a cibarti

del brivido del volo in solitaria

e io ormai sarò oltre l’orizzonte.

È il destino più malinconico vivere soli in quest’Isola.

XX

Senti, lo so,

so cosa senti dentro:

senti l’urgenza della felicità,

quella ricerca infinita che sai qua

essere impossibile: scappa, scappa!

C’è qualcosa dentro, timide polluzione notturne,

il desiderio di creare e lavorare e sudare soddisfazione,

usare mani e cervello e creare castelli,

edificarli.

Costruisci bombe a mano riempite di coriandoli e gas.

Dipingi i palazzi grigi,

disegna enormi falli rosa e peli pubici: è — la — vita.

E poi, ti prego fallo, sostituisci le marmitte

con bidoni di rum

e le ruote

con dischi in vinile, fragili supporti ma eleganti ed eterni,

e suona in giro per la città.

XXI

So che la frenesia non ti fa dormire la notte

e che è difficile farla uscire nei lunghi corridoi

pieni di scaffali e porta documenti

e distributori automatici e freddi burocrati

che non godono delle gioie del pompino.

È un mondo, quello, contro cui lottare,

un sistema di valori e interessi e poteri e morte.

Gente spenta che si sente sperta,

gente senza gusto,

avete ucciso la bellezza,

l’avete legata e stuprata

ed essa partorirà mostri brutti come voi

che indosseranno slip e saranno grassi e ubriachi

di desolazione e ignoranza.

Siete profeti del brutto, religiosi kitsch,

natiche flosce e grondanti

ipocrisia e buone maniere.

Morte a voi!

XXII

La senti, sul viso,

la pesante maschera di piombo,

il giudizio altrui

le aspettative tradite,

il macigno del Sistema sulla schiena

e la sensazione di fallimento?

La sublimazione é un esercizio del tutto inutile per noi,

e sto budello di salsiccia

non riuscirà

mai

a contenere l’anima mia

e nemmeno la tua.

XXIII

Senti, lo so,

hai perfettamente ragione.

La gola brucia di DDT nei pomeriggi d’estate,

quando la gente va a mare e in città mettono le bombe.

Ma sai quant’è dolce morire

in questa terra

se nella pancia hai

insalata d’arancia e olio e cipolla e acciughe, e pasta chi vrocculi arriminàti e pinoli e pangrattato e caciocavallo e vino rosso?

XXIV

Senti, lo so,

in un momento di follia hai desiderato bruciare

i libri le foto la casa e il corpo,

tornare alla cenere come vermi schifosi,

schiavi senza testa e con catene fredde ai polsi,

persi in un labirinto senz’uscita.

Vedi scorrere le stagioni e come una foglia

d’autunno tremi di paura: la solitudine è il tuo prezzo.

Crocifiggimi domani, perché oltre non posso aspettare.

Sai che Dio è un animale

che muore ogni giorno…

e io non lo salverò.

XXV

Senti, lo so,

é giunta l’ora,

l’ora del richiamo al nostro destino

generazione dopo generazione

il destino dell’emigrazione.

Mi dici di partire per tornare

ma a volte vorrei solo

partire per partire

partire per mai più tornare.

Sai che mento, mento a me stesso,

ché già lo so:

ma cosa farò in quella terra vuota,

immensa come il nulla,

fredda come la solitudine?

Quella terra non sarà mai la nostra terra.

Fermati, riempiti i polmoni d’aria e di sabbia e chiediti:

come posso vivere in una terra dove non soffia lo Scirocco?

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