Eclissi Wachowski

Quando si nominano i fratelli Wachowski la prima cosa a cui si pensa è ovviamente Matrix, il loro film del 1999, apripista di una nuova estetica cinematografica. Nonostante non tutta la critica concordi nel definirlo un capolavoro, la quasi totalità è comunque d’accordo nell’esaltarne la qualità delle sequenze d’azione, su tutte l’iconica scena di Neo che schiva i proiettili dell’Agente Smith in bullet time, una tecnica di ripresa il cui nome è stato in seguito persino registrato dalla Warner Bros. Nella sua recensione del film all’epoca dell’uscita, David Denby del New Yorker evidenziava proprio l’enorme qualità del comparto tecnico a discapito di quello narrativo, scrivendo: “Il film è nonsense, ma vanta uno sfrontato chic high style– nero-su-nero, aereo, spasmodico”.

Ed era stata proprio la promessa di un’estetica di grande impatto a spingere la Warner a produrre il progetto dei Wachowski — all’epoca due semi-sconosciuti — finanziandolo con sessantatré milioni di dollari. Una cifra comunque ritenuta non soddisfacente dai due fratelli, che, per far rendere al meglio i soldi a loro disposizione, decisero di spostare la produzione del film in Australia, dove girare costava sensibilmente di meno.

Matrix

Da qui in poi la storia la conoscete tutti: Matrix fu un successo planetario e convinse la Warner Bros. a dare il via libera a due sequel, Reloaded e Revolutions, scontrandosi ancora una volta con le elevate richieste economiche del duo. Tanto elevate che, durante la pre-produzione del secondo capitolo, fu necessario l’intervento di Keanu Reeves, il quale decise di rinunciare alla sua percentuale sugli incassi pur di far iniziare le riprese. Si arrivò così alla spropositata cifra di centocinquanta milioni di dollari di budget, un terzo del quale solo per la computer grafica. Un’orgia di effetti speciali tale che la realizzazione di una singola scena (quella in autostrada) richiese un anno e mezzo di lavoro e un set che, una volta smontato, venne utilizzato per costruire delle case in Messico. L’abuso della spettacolarità coincideva però con l’indebolimento della fibra narrativa della saga, iniziata come un racconto sci-fi pregno di simbolismi religiosi (tanto da far nascere anche una religione basata sul film, il Matrixism) e finita come un qualsiasi film d’azione, dove nell’ultimo atto il bene si scontra contro il male.

Come si può intuire dalle cifre citate poco sopra, il lato economico ha sempre avuto un ruolo preponderante nella carriera dei Wachowski e nella lavorazione della trilogia di Matrix, tanto da costringere la Warner Brothers a rivedere i suoi piani di distribuzione, posticipando l’uscita di Matrix Revolutions di cinque mesi per dare vita a quello che qualcuno definì “The Year of The Matrix”; dodici mesi in cui il franchise venne espanso su tutti i media, dal videogame Enter the Matrix fino ai corti animati Animatrix.

L’enorme esposizione mediatica della saga non riuscì comunque a nascondere la scarsa qualità dei film, che toccarono il fondo con l’ultimo capitolo, accolto da un coro unanime di bocciature. Dove prima c’era un cinema di idee, ora c’era quanto di più prossimo immaginabile alla fan-fiction, e critiche come quelle del Washington Post (“I fratelli Wachowski hanno affogato le loro storie nella banalità, come a imitare gli avvitamenti qualitativi di Star Wars”) erano all’ordine del giorno. Secondo molti Andy e Larry avevano perso il loro tocco magico, ma poco importava dal momento che la trilogia aveva comunque fatto il suo dovere, incassando quasi il triplo di quanto era costata.

Qualcuno alla Warner deve aver pensato che dopo aver guadagnato un sacco di soldi con una serie di film vietati ai minori non accompagnati, era il caso di provare a vedere cosa sarebbe successo se i Wachowski avessero diretto un film per tutti. La scelta cadde su un anime degli anni ’60 dal titolo Mach Go! Go! Go! arrivato negli USA con il titolo Speed Racer, ed uscito nella sua versione cinematografica nel Maggio 2008.

La grande importanza di questo film nella breve filmografia dei due registi non è solo dovuta al suo flop al botteghino, ma anche alla particolarità del progetto, lontano dalla filmografia di Andy e Lana perché privo del sottotesto filosofico e religioso che contraddistingue le loro prime opere. Per farla breve: Speed Racer era “solo” la trasposizione di un cartone animato e questo alla gente non piacque o quantomeno non era quello che si aspettava dai due fratelli.

Il film fu un disastro, riuscendo a perdere circa trenta milioni tra incassi al botteghino e home video, e costò alla coppia il contratto con il produttore Joel Silver, rescisso con tre anni d’anticipo. I colpevoli di tale disastro, però, non erano tanto i due registi, ma semmai le strategie di marketing scelte dalla Warner. Portare in sala il nuovo film degli autori di una delle saghe sci-fi più importanti della storia del cinema, consapevoli di essere davanti a un coloratissimo film per bambini non deve essere stato facile, tanto da fare optare la major per una promozione mirata solo a un pubblico di adulti, nascondendo la natura bambinesca della pellicola. Nell’anno de Il Cavaliere Oscuro e Iron Man, i Wachowski affondavano sotto il peso della loro eredità, puniti per aver tradito il pubblico e simbolicamente distrutti dall’avvento dei supereroi. All’epoca qualcuno pensò alla fine dei Wachowski, ma in realtà il peggio doveva ancora venire.

Speed Racer

Ho sempre pensato a Cloud Atlas come a quel tipo di progetto che un regista tiene nel cassetto per anni, aspettando la maturità artistica ed economica necessarie a poterlo realizzare. Questa convinzione deriva in parte dalla mole del romanzo di David Mitchell da cui il film è tratto, e in parte dalle parole dello stesso autore che, parlando del suo libro in un’intervista alla BBC, lo descrisse come “un simbolo dell’universalità della natura umana”. Un tema notevole per un progetto che richiedeva senza dubbio una certa ambizione. In realtà Andy e Lana erano entrati in contatto con il libro di Mitchell solo qualche anno prima dell’uscita del film, quando, durante le riprese di V per Vendetta, Lana rimase colpita dalla foga con cui Natalie Portman ne leggeva una copia.

Eccitati dall’idea di adattarlo per il grande schermo, i Wachowski decisero di chiedere l’aiuto di Tom Tykwer, già autore di Lola Corre, che da quel momento in poi sarebbe diventato un fido collaboratore dei due. Nonostante l’entusiasmo dei tre registi, restava lo scoglio della sceneggiatura, la difficoltà di tradurre in immagini un libro impossibile da portare al cinema per ammissione del suo stesso autore(“Mentre scrivevo Cloud Atlas pensavo: è un peccato che tutto questo non sia filmabile”), senza menzionare che i Wachowski erano ancora memori della cocente delusione patita nella trasposizione di V per Vendetta da loro curata nel 2005.

Cloud Atlas

Il processo di scrittura per il film tratto dal fumetto di Alan Moore era stato infatti un vero inferno, non tanto per il contenuto del graphic novel quanto per l’atteggiamento del suo autore, da sempre contrario all’idea di film tratti dalle sue creazioni, e per questo poco collaborativo con Andy e Lana. Proprio per evitare nuove frustrazioni, i due Wachowski e Tywker chiesero la massima collaborazione a David Mitchell, e, dato che in caso di responso negativo si erano ripromessi di abbandonare il progetto, si impegnarono quindi a dare il meglio per soddisfare lo scrittore.

Per farlo decisero di partire per la Costa Rica dove, nel febbraio del 2009, si misero al lavoro sulla sceneggiatura del film, per settimane e in completo isolamento. La convivenza tra i tre non fu semplice, principalmente a causa dei metodi di lavoro troppo differenti, quasi incompatibili, che non gli permisero di trovare una soluzione fino all’ultimo giorno di lavoro. Ventiquattro ore prima del loro ritorno a casa Tykwer ebbe però l’intuizione che avrebbe fatto da traino al film: ogni attore avrebbe “interpretato un’anima, e non un personaggio”. In modo pratico questo si tradusse nella messa in scena che molti di voi conosceranno, dove un singolo attore interpreta più ruoli, permettendo così ai racconti del libro di fondersi e di rimanere distinti allo stesso tempo, regalandoci tre ore di imbarazzante make-up posticcio e uno Hugh Grant vestito da indigeno.

La scelta dei Wachoski e di Tykwer ha senza dubbio fatto la fortuna iniziale del film, contribuendo al lato empatico della pellicola, pubblicizzata sin da subito come un racconto su “morte, vita, nascita, futuro, presente, passato, amore, speranza, coraggio” e tante altre belle parole che, accompagnate dalle immagini di un trailer da cinque minuti, facevano senza dubbio un certo effetto. Con Cloud Atlas i Wachowski hanno inaugurato una nuova fase della loro carriera, un cambio di rotta radicale rispetto a quanto detto e mostrato nella trilogia di Matrix, dove il destino dell’uomo era buio e doloroso, controllato da macchine che gli davano una fittizia illusione di libertà. In questo nuovo corso la visione di Andy e Lana era meno oscura e pessimista: la salvezza non sarebbe venuta da un eletto o un predestinato ma dalla fusione di tante anime attraverso i secoli e in nome dell’amore.

Questo cambio di filosofia potrebbe in parte essere ricondotto alla vicenda di Lana Wachoski che, dopo una profonda crisi depressiva, da poco tempo aveva finalmente deciso di cambiare definitivamente sesso. Di smettere di essere Larry e diventare, appunto, Lana. Durante la cerimonia della Human Rights Campaign di tre anni fa la regista ha raccontato delle difficoltà passate negli anni precedenti all’intervento e del suo tentativo di suicidio in una stazione della metropolitana di Chicago.

Fa una certa impressione notare come la vicenda ricordi da vicino uno degli episodi di Cloud Atlas, con Lana in procinto di gettarsi tra i binari e un misterioso uomo che la fissa senza toglierle lo sguardo di dosso, trasmettendole qualcosa che le ha impedito di proseguire con il suo gesto. L’esperienza di Lana ha continuato a percorrere come un filo rosso il lavoro dei Wachowski, trovando un nuovo sbocco in Nomi, tra i protagonisti della loro serie televisiva Sense8, che chiude un cerchio iniziato con Corky, la protagonista lesbica del loro primo film, Bound.

Bound

Nomi, interpretata dall’attrice transgender Jamie Clayton, è per tanti motivi un avatar delle regista americana, i cui ideali informanogli accorati discorsi sull’orgoglio o sulle difficoltà dell’essere se stessi in cui si lancia spesso il personaggio. Sense8 resta comunque un progetto non semplice da giudicare, non perché di difficile interpretazione come Matrix, ma perché è la conferma di come i Wachowski siano ormai “intrappolati” in alcuni temi che utilizzano ciclicamente e con successi alterni. Se il concetto di connessione tra esseri umani aveva (quasi) funzionato nel mattone new age Cloud Atlas lo stesso non si può dire per Sense8, dove l’impostazione fumettistica rallenta lo sviluppo della storia principale. Quello che resta è comunque la maestria dietro la macchina da presa di Andy e Lana, capaci di girare splendidi segmenti d’azione o scene incredibilmente evocative che purtroppo si perdono nella pochezza narrativa che pervade l’opera.

Davanti a una serie che stenta a decollare, schiacciata dalla volontà di approfondire nuovamente temi già visti, sorge spontaneo chiedersi cosa sia successo ai due autori che avevano ispirato orde di filmmakers, passati dalla brillantezza di Matrix all’inconcludenza che pervade molti dei loro ultimi lavori.

In realtà non sarebbe forse eccessivo definire lo stesso Matrix un colpo di fortuna, un mix di ingredienti che hanno finito per generare un cult. Lavorando alla loro creatura Andy e Lana hanno finito col metterci dentro di tutto, dall’animazione giapponese alla filosofia greca passando per alcuni classici della fantascienza, finendo col creare un film a più strati, ognuno in grado di generare curiosità nello spettatore. Spingerlo a rivederlo per scavare ulteriormente. La parte “teorica” spazia dalla filosofia aristotelica (la troviamo nella scelta tra le due pillole) a quella contemporanea, con l’evidente citazione dell’esperimento mentale di Hilary Putnam, noto come “il cervello nella vasca”.

Il rapporto tra i Wachowski e gli anime è ancora più stretto, e affonda fino alle radici di Matrix; dato che i due si presentarono dal produttore Joel Silver con una copia del classico cyberpunk Ghost in the Shell dicendogli: “Vogliamo fare questo in live action”. Il manga di Masume Shirow, insieme anche ad Akira e Demon City Shinjuku, costituisce una delle principali fonti di ispirazione visive e narrative di Andy e Lana, al limite talvolta del plagio. Il loro rapporto con gli anime è continuato anche dopo l’esperienza di Matrix, sia con Speed Racer sia con gli Animatrix, una raccolta di corti d’animazione che avevano il compito di espandere l’universo narrativo della saga, e che vedevano all’opera alcune eccellenze dell’animazione giapponese, da Yoshiaki Kawajiri a Mahiro Maeda. Queste contaminazioni orientali hanno contribuito a far diventare in breve tempo Matrix una pietra di paragone per il cinema d’azione, da lì in poi costretto a confrontarsi con le innovazioni visive apportate dai due registi, a loro volta obbligati a portare il fardello della loro creatura, fallendo.

carico il video…

Matrix e Ghost in the Shell.

Molto spesso ci si lamenta che da qualche anno Hollywood non ha più idee, è bloccata in un loop di remake e reboot, ed ogni prodotto, dai fumetti a Monopoli passando per i Lego, può essere buono per trarne un film. In tal senso l’ultimo film dei Wachowski poteva essere una boccata d’ossigeno: un blockbuster di due ore che non prendeva spunto da nessun fumetto o telefilm degli anni ’80, una grande produzione di fantascienza con un budget alto e un cast di primo livello; c’erano gli effetti speciali, c’era Channing Tatum e il futuro premio Oscar Eddie Redmayne. Cosa poteva andare storto? Tutto.

Mi sento quasi a disagio a a parlar male di Jupiter Ascending, sia perché il film ha richiesto qualcosa come quindici anni di lavorazione (i Wachowski svilupparono l’idea durante la lavorazione degli ultimi due Matrix), sia perché è stata la pietra tombale della carriera di molti dei suoi protagonisti, Mila Kunis in testa. Ma è davvero difficile trovare un lato positivo in un film in cui non funziona nulla, dal cast interamente sbagliato, alla storia che si traduce nella solita accozzaglia di temi cari ai Wachowski.

In un’intervista concessa al Los Angeles Times, Lana si è schierata in difesa dell’originalità della pellicola dicendo che “quando era giovane, l’originalità era tutto, sequel era una parolaccia” — e in effetti, il fallimento di Jupiter Ascending è un pessimo segnale per tutte le sceneggiature originali là fuori. E ci sarebbe di che rattristarsi, se non fosse che il film dei Wachowski di originale aveva ben poco. Se la favola della ragazza infelice che si scopre regina di un mondo sconosciuto è un cliché narrativo facilmente sopportabile, lo stesso non si può dire per il resto della storia; come il plot twist principale del film, la rivelazione che l’Abrasax, l’elisir utilizzato dai cattivi per rimanere sempre giovani, è composto dai cadaveri degli abitanti dei pianeti distrutti dalla Mietitura. Senza scomodare paragoni illustri come 2022: I Sopravvissuti con Charlton Heston, dove il protagonista scopriva che il carburante che mandava avanti il pianeta era ricavato dai cadaveri, potremmo tornare alla base della filmografia di Andy e Lana, al film da cui tutto ebbe inizio, Matrix. Se lì erano gli esseri umani a fungere da batteri necessari alla sopravvivenza di una razza aliena, in Jupiter Ascending questo ruolo viene riservato ai pianeti distrutti dalla casata degli Abrasax.

Jupiter Ascending era in realtà un disastro evitabile, anzi, un disastro che la Warner Bros. ha provato ad evitare fino all’ultimo, correndo ai ripari quando però era già troppo tardi. A inizio dello scorso anno la casa di produzione aveva deciso di posticipare l’uscita del film di sette mesi, da luglio 2014 a febbraio 2015, fissandone l’uscita in un periodo storicamente riservato alle ruote di scorta della programmazione. Prendendo in considerazione le medie voti pubblicate da Rotten Tomatoes delle uscite dal 2000 al 2013 scopriamo che è appunto febbraio il mese con la media peggiore, un 45% che include disastri come Daredevil e il remake de Il Pianeta delle Scimmie firmato da Tim Burton. La Warner, nel tentativo di placare una polemica già esplosa, paragonò la sua scelta a quella fatta con Gravity, anticipato di un mese dalla stessa major. In realtà il film di Cuaròn aveva ricevuto un trattamento diverso, passando da novembre ad ottobre, in un periodo solitamente riservato ai film in odore di Oscar. Il caso di Jupiter Ascending era ben diverso. Seguiva il copione di una tragedia già scritta, iniziata con la necessità di riprese aggiuntive dopo alcune proiezioni private dal responso disastrosoe finita con una première a sorpresa durante lo scorso Sundance in cui parte del pubblico aveva abbandonato la sala a metà pellicola.

Jupiter Ascending

I difetti di Jupiter Ascending sono macroscopici e si ricollegano alla manifesta incapacità dei Wachowski di “superare” Matrix creando un nuovo mix di elementi e ispirazioni funzionali al progetto. Il mondo creato intorno a Jupiter Jones sembra una caricatura di quelli visti in altre opere sci-fi, dove il tentativo di creare una mitologia propria del film si trasforma in una serie di dialoghi pretenziosi e senza senso, in cui personaggi appena abbozzati cercano di introdurre lo spettatore a una storia al contempo insulsa e inutilmente elaborata.

La reazione dei Wachowski alle ripetute critiche mosse al film è stata però più imbarazzante del film stesso, con Lana impegnata a dare la colpa al periodo estivo e ai critici, a suo dire “ossessionati dai sequel” ecomplici di creare un ambiente ostile all’originalità. Ma se è vero che negli ultimi anni Hollywood ha ottenuto i suoi maggiori successi con supereroi, saghe fantasy e franchise riportati in vita, è altrettanto vero che la critica non sempre ha incensato questi film campioni d’incassi, mostrandosi più propensa a premiare prodotti originali e di genere spesso snobbati dal pubblico. Un esempio perfetto in tal senso è Edge of Tomorrow, amato dalla critica con un 90% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, ma poco apprezzato dal pubblico americano, che gli ha fatto guadagnare solamente 100 di dollari a fronte dei 178 spesi. Il discorso di Lana Wachowski insomma è solo in parte vero. Mentre è interamente vero il fatto che lei e il fratello siano dei miracolati dell’industria cinematografica, una coppia che nonostante i numerosi flop continua a ricevere soldi e consensi per realizzare nuovi film, tanto da spingere qualcuno a chiedersi “quanti soldi ha perso la Warner Bros. per colpa dei Wachowski?”.

Beh, proviamo a fare un rapido calcolo: Speed Racer ha incassato 93 milioni in tutto il mondo, il che significa che la Warner si è portata a casa circa 47 milioni che, a fronte di una spesa complessiva di 120 milioni, fanno segnare una perdita intorno ai 73 milioni di dollari. Cloud Atlas è andato meglio, con 130 milioni in tutto il mondo, ossia 65 milioni per la Warner e una perdita di soli 37. Il vero e macroscopico disastro è appunto Jupiter Ascending, che ha fruttato alla major solamente 55 milioni di dollari, con una perdita netta di circa 120 milioni.

Sommando questi tre flop, la cifra che i Wachowski hanno fatto perdere alla Warner Bros. si aggira intorno ai 230 milioni di dollari. Una somma enorme ma da contestualizzare e confrontare con altri flop: solo negli ultimi due anni, per esempio, Disney è riuscita a perdere 330 milioni con due film, The Lone Ranger e Tomorrowland, il primo tratto da un celebre telefilm degli anni Cinquanta e l’altro da un’attrazione di Disneyland, dimostrando così come ad Hollywood non esistano formule matematiche per il successo. Nonostante i supereroi siano le nuove miniere d’oro delle case di produzione alcuni dei più grandi flop della storia del cinema provengono proprio da quel mondo, dai 90 milioni persi da Green Lantern alla recente disfatta del “nuovo” Fantastici 4 firmato Josh Trank, il cui esordio al botteghino è stato un incubo per le casse della Fox.

I Wachowski sono insomma in buona compagnia e trasformare il loro nome in sinonimo di flop, come è avvenuto in questi mesi, è eccessivo oltre che crudele. Resta comunque una domanda: cosa è successo a Andy e Lana? Come è possibile che due registi che con Matrix hanno influenzato schiere di loro imitatori siano diventati incapaci di girare un film di senso compiuto? È lecito avere ulteriori speranze per il loro futuro? Io credo di sì, a patto che i “Bros” decidano di uscire dalla comfort zone di temi e idee che si sono costruiti con il loro capolavoro, magari buttandosi per la prima volta in un progetto non scritto da loro, privo di tutte quelle caratteristiche che hanno fatto prima la fortuna, e poi la sfortuna, dei due.

Che qualcosa vada cambiato nella loro formula, pena la loro prossima e definitiva scomparsa dal who’s who di Hollywood, paiono averlo capito anche loro. Parlando al Wall Street Journal, Lana si è infatti riferita alla loro carriera al passato, usando parole abbastanza amareggiate e ultimative: “Siamo stati fortunati. Molta gente degli studios si è interessata alla nostra folle complessità e ci hanno permesso di continuare a lavorare. Continuerà così? Probabilmente no”.

Francesco Martino Nato nel 1989 è studente di Giornalismo a Roma Tre. Vive di cultura pop e musica. Collabora con Dude Magazine e Serial Minds. Suona la batteria conservando sogni di gloria.


Originally published at www.prismomag.com on September 6, 2015.