Quando il nudo (stampato) non tira più

Qualche giorno fa mi è capitato di leggere Pornazzi, un fumetto indipendente pubblicato dal sito Verticalismi. Come facilmente intuibile dal titolo, l’argomento centrale del racconto di Odde Comics è la pornografia e il suo rapporto con le nuove generazioni, e finisce per rispolverare con vena nostalgica le notti passate in piedi ad aspettare quei pochi minuti di programmi erotici sulle reti private italiane. È inutile nascondersi: tutti, dagli adolescenti agli adulti, hanno fatto o fanno uso di materiale pornografico, alcuni in maniera così massiccia da non ricordare nemmeno il numero preciso di video visti. La portata del fenomeno è così vasta che nel 2009, un ricercatore canadese di nome Simon Louis Lajeunesse, è stato costretto ad abbandonare i suoi studi sugli effetti della pornografia sugli uomini, perché incapace di trovare un ventenne che non avesse mai visto un video porno.

La cultura del corpo nudo ha radici incredibilmente profonde, che partono dalla Venere di Willendorf fino ad arrivare all’enorme collezione rinvenuta tra le macerie di Pompei; affreschi e statue raffiguranti bordelli e case chiuse, ma soprattutto la statua del dio Pan che fa sesso con una capra, tanto esplicita da essere esposta al British Museum con un cartello di “pericolo” per i visitatori.

Inventa una macchina e guardaci del porno

Come dichiarato dal giornalista di Playboy Damon Brown, «Se inventi un macchinario, la prima cosa che ci faremo, dopo averci fatto dei soldi, sarà quella di guardarci del porno». Ed è vero, perché con l’invenzione della stampa a caratteri mobili nel 1440 la pornografia ha ricevuto una nuova spinta, tanto che nel 1524 era già disponibile il primo libro erotico, una serie di incisioni raffiguranti diverse posizioni sessuali, poi diventato un punto di riferimento per tutta la narrativa erotica uscita successivamente. Come ad esempio Memoirs of a Woman of Pleasure di John Cleland, romanzo uscito nel 1749 per poi venire vietato fino al 1966 per i suoi contenuti troppo espliciti, tanto da portare all’incarcerazione dell’autore.

Bisognerà comunque aspettare il 1880 per iniziare ad avere i primi antenati delle riviste erotiche, quando grazie all’invenzione della retinatura (una tecnica fotografica utilizzata per simulare i chiaroscuri) la pornografia divenne tanto economica quanto diffusa. I primi a sfruttare questa novità furono alcuni editori francesi, che decisero di ingaggiare delle attrici di spettacoli burlesque come modelle e di piazzare i loro scatti in alcune riviste softcore, successivamente ridefinite come “art magazines” e riempite di articoli sul naturalismo. Una delle più famose era l’inglese Photo Bits, pubblicata dal 1898 al 1914, e celebre da essere stata citata anche da James Joyce nell’Ulisse. Proprio a causa della sua natura particolarmente esplicita, Photo Bits andò incontro ad una serie di guai, non ultima l’incarcerazione del suo editore, che portarono alla chiusura prematura della rivista.

Con la scomparsa della concorrenza, e un certa intransigenza morale che aleggiava, l’unico magazine rimasto in corsa era Health and Efficiency, un mensile nato in Inghilterra nel 1900 e ancora in in vita con il nome di H&E Naturist. La grande novità di Healt and Efficency, e probabilmente il motivo del suo lungo corso editoriale, è quello di non essere mai stata una vera rivista erotica. Infatti, al contrario dei suoi concorrenti, nelle sue pagine venivano affrontati una serie di temi con la natura come punto in comune: dai viaggi ai rimedi naturali per i malanni di stagione, arrivando fino al nudismo. È stato proprio quest’ultimo tema a costituire la vera fortuna della rivista, perché da una parte l’ha eletta a cult per una certa fetta di pubblico, ma dall’altra l’ha difesa dalle varie accuse di pornografia rivoltele nel corso del tempo. Pur non mostrando alcun tipo di nudità sessuale, Healt and Efficency costituiva un’alternativa facilmente reperibile a quel materiale solitamente diffuso sottobanco; un po’ come i nostri cataloghi PostalMarket negli anni ’70.

Nonostante la crescente diffusione delle riviste erotiche mancava ancora una figura in grado di calamitare l’attenzione dei lettori, un nome in grado di costituire da solo un attrattiva, mancavano insomma le pin-up. Coniato negli anni ’40, il termine pin-up era usato per descrivere le immagini che i soldati della Seconda Guerra Mondiale strappavano dalle riviste e attaccavano alle pareti dei loro dormitori (dall’inglese to pin appunto) o dipingevano sugli aerei da guerra. Se queste erano inizialmente dei semplici disegni o pitture, con lo sviluppo della fotografia si trasformarono in donne in carne ed ossa, iniziando così a dare fama a nomi come Petty Grable e Marilyn Monroe.

Nel 1944 Marilyn Monroe era entrata in contatto con David Conover, un fotografo e documentarista incaricato dalla First Motion Picture Unit, l’unità cinematografica dell’esercito degli Stati Uniti, di scattare alcune foto di donne al lavoro da mandare al fronte per “incoraggiare” i soldati. Nonostante nessuna delle foto della Monroe venne poi utilizzata dalla First Motion Picture Unit, l’incontro diede inizio alla carriera dell’attrice americana, che nel 1953 inaugurò la rivista erotica per eccellenza, Playboy.

L’uomo che non deve chiedere mai

Quando nel 1949 Hugh Hefner si laureò in psicologia all’Università dell’Illinois, probabilmente non aveva idea che nel corso di un ventennio il suo nome sarebbe stato associato ad uno stile di vita che in molti gli avrebbero invidiato. Dopo aver lavorato per Esquire e per la rivista per bambini Children’s Activities, Hefner iniziò a pianificare l’apertura del suo magazine, inizialmente chiamato Stag Party. Per realizzare il proprio sogno Hefner chiese aiuto all’amico di vecchia data Eldon Sellers, il cui compito fu quello di cercare potenziali investitori per il progetto: in poco tempo i fondi raggiunsero gli 8000$, di cui una parte dati dalla madre e dal fratello di Hefner. Poco prima che la rivista fosse lanciata sul mercato Hefner venne contattato dall’editore di Stag, rivista di avventure per uomini intenzionata a fare causa alla nascente Stag Party per ovvie violazioni di copyright e che costrinse Hefner, sua moglie Millie e Sellers a vagliare una nuova lista di nomi per la loro rivista. Alla fine, com’è noto, la spuntò Playboy, il cui primo numero (senza numerazione e prodotto nella cucina di Hefner) raggiunse le edicole americane nel Dicembre del 1953, con in copertina proprio Marilyn Monroe. Il nome della pin-up, unito alla pesante campagna di marketing ideata da Hefner, resero il primo numero di Playboy un successo enorme: la rivista andò esaurita in poche settimane, con una tiratura di circa 54.000 copie vendute a 50 centesimi l’una. Il successo di Playboy era riconducibile all’immaginario venduto dalla rivista; fatto non solo di belle donne ma anche del meglio in qualsiasi ambito della vita di un uomo, dalle auto ai vestiti.

Lo status di “playboy” predicato da Hefner era un atto di ribellione contro l’ideale americano imposto da prodotti come Leave It to Beaver, Il Carissimo Billy in Italia, una serie tv che promuoveva lo stereotipo della famiglia con tre figli, due auto e una casa in periferia, e che asfissiava il maschio americano, rendendolo bisognoso di distrazioni e di finzione. Con Playboy tutti potevano ambire ad uno status che non avrebbero mai raggiunto, sognando di vivere una vita in cui tutto era un prodotto da poter acquistare, anche la donna. È curioso pensare come tra questi ideali abbia potuto trovare posto la pubblicazione ad episodi di Fahrenheit 451 di Ray Bradbury, uscito sui numeri di Marzo, Aprile e Maggio del 1954. In realtà la pubblicazione del romanzo di Bradbury ha poi fatto da apripista ad una lunga serie di pubblicazioni culturalmente rilevanti, votate a rimarcare lo status intellettuale del playboy venduto dalla rivista, e dovute principalmente alla volontà dell’editor Robie Macauley, a cui si deve la pubblicazione di racconti di Vladimir Nabokov, Michael Crichton, John LeCarre, John Irving, Kurt Vonnegut e tantissimi altri.

Lenna Sjööblom, la playmate di novembre del 1972. Lenna è anche famosa per questo.

Gli anni ’70 segnarono il successo definitivo della creazione di Hugh Hefner. Non solo la rivista iniziò a venire stampata in braille (lascio a voi la battuta), ma raggiunse cifre da capogiro: come le sette milioni di copie vendute grazie ad un solo numero (era quello del Novembre del 1972) e un aumento vertiginoso negli abbonamenti. Un quarto degli studenti dei college americani si abbonava a Playboy ed inseguiva il sogno di una vita come quella idealizzata dalla rivista, un‘idea che ben presto divenne obsoleta davanti al progressivo avanzare della concorrenza.

Gli imperi del nudo

La concorrenza aveva due nomi: Hustler e Penthouse. Il primo, nato nel 1974 dalla Hustler Newsletter del proprietario di strip-club Larry Flint, proponeva un intrattenimento più esplicito rispetto a Playboy, andando alla ricerca di tutti quei lettori insoddisfatti dalla proposta editoriale nata dopo il processo a Samuel Roth. Nel 1957, infatti, lo scrittore Samuel Roth era stato processato per aver spedito del materiale “osceno” attraverso la sua casa editrice di New York. In tutta risposta la Corte Suprema aveva deciso di vietare “l’osceno”, ossia tutto il materiale considerato privo di importanza sociale, mettendo così a rischio la pornografia mainstream. Sedici anni dopo, con il caso Miller vs. California, la Corte decise di ridefinire la propria idea di “oscenità”, aprendo quindi ad un aumento esponenziale della pornografia. Hustler, che spesso mostrava penetrazioni e sesso di gruppo, divenne quindi un’alternativa per tutti coloro che non erano più soddisfatti di Playboy e della sua filosofia di vita, preferendo un approccio più populista e vicino alla working-class a quello elitario deciso da Hefner. Nonostante il materiale esplicito contenuto nella sua rivista, Flint ha spesso utilizzato le pagine di Hustler per indirizzare le sua antipatie e simpatie politiche: negli anni ’80 aveva pubblicato un duro attacco all’amministrazione Reagan e alla christian right, mentre durante lo scandalo sessuale che aveva coinvolto Bill Clinton si schierò apertamente con il presidente democratico, arrivando ad offrire del denaro a chiunque gli avesse portato prove di altri scandali sessuali da parte dei detrattori del presidente.

A metà degli anni ’70 Flynt ha anche iniziato a spedire una copia della sua rivista a tutti gli uffici dei membri del Congresso degli Stati Uniti, perché «Dovrebbero essere informati di quello che sta succedendo nel resto del mondo. Anche se alcuni di loro non apprezzano il gesto, non ho alcuna intenzione di smettere». Se Larry Flynt può essere considerato un personaggio bizzarro, il fondatore di Penthouse Bob Guccione non era da meno. Nato nel 1930 da una famiglia italoamericana di umili origini, Bob, il cui vero nome era Robert Charles Joseph Edward Sabatini, si sposò ben presto con Lilyan Becker, dalla quale ebbe la sua prima figlia Tonia. Preso dallo sconforto per un matrimonio troppo opprimente, Guccione decise di divorziare e di andare in Europa per diventare un pittore. Arrivato a Londra conobbe la sua seconda moglie, Muriel, con la quale ebbe quattro figli e con la quale iniziò a covare l’idea di Penthouse. Bob trovò infatti lavoro come vignettista per un settimanale locale, The London American, mentre sua moglie Muriel vendeva poster di pin-up. La linea editoriale di Penthouse, inaugurato nel 1965, era lontana da quella di Playboy ed era molto più votata agli articoli di tipo investigativo e complottistico che al life style. Sulle pagine della rivista si alternavano reportage sugli scandali governativi firmati Seymour Hersh e foto di nudo, spesso scattate da Guccione stesso, ben più esplicite di quelle mostrate da molti altri concorrenti. Più la popolarità di Penthouse aumentava e più il suo fondatore alzava il tiro, ora comprando la più grande residenza privata a Manhattan (2000 m2), ora pubblicando le foto private di Madonna e Vanessa Lynn Williams.

Il punto più alto fu però toccato nel nel 1975, quanto Guccione finanziò con 17 milioni di dollari Caligola di Tinto Brass, un porno storico con un cast di primo livello come Malcolm McDowell, Helen Mirren e Peter O’Toole. Nel 1982 Guccione finì anche nella classifica di Forbes dei 400 uomini più ricchi del mondo, con un impero da 400 milioni di dollari, ma il fallimento era in realtà dietro l’angolo. Una serie di investimenti fallimentari, tra cui il Penthouse Boardwalk Hotel and Casino e i piani per costruire una centrale a fusione nucleare, causarono infatti la rovina dell’impero di Penthouse. A nulla servirono i tentativi di Guccione di risollevare le vendite, come il pressing su Monica Lewinsky per farla posare nuda sulla rivista o l’idea di concedere uno spazio mensile ad Unabomber, e nel 2003 Guccione si dimise da CEO di Penthouse International Inc. Il fallimento di Penthouse, così come il calo di vendite di Playboy, oltre ad essere figli di una lunga serie di investimenti sbagliati, sono anche il risultato del progressivo aumento della pornografia online. Sin dal 1994, anno di nascita del primo sito porno, la pornografia online ha iniziato ad espandersi di anno in anno: nel 2012 Xvideos era il sito porno più grande presente sul web, con una media di 4 miliardi di pagine visitate al mese e tre volte la grandezza di ESPN e CNN. Molte grandi compagnie della pornografia hanno provato a buttarsi sul mercato online, ma con scarsi risultati. Il mercato era ormai saturo di siti che proponevano gratuitamente quello che loro continuavano a proporre a pagamento.

Lo sdoganamento della pornografia ha portato ad un progressivo cambio nel modo di vedere il nudo; non più un taboo da nascondere sotto il letto, lontano dagli occhi di amici e parenti, ma qualcosa che ha iniziato a far parte della vita di tutti i giorni. Un video porno è disponibile sempre e ovunque, non vi chiede quanti anni avete e non vi imbarazza costringendovi a rovistare nei reparti più bui e loschi delle edicole o delle videoteche. Anche il cinema e la tv sono cambiati, con scene di nudo sempre più frequenti. Il recente annuncio di Playboy, che da Marzo 2016 non pubblicherà più foto di nudo, sembra poi un’ulteriore ammissione della sconfitta davanti all’avanzare del porno online. La rivista fondata da Hefner è costretta a «tradire se stessa» (per citare Cicciolina, interrogata sulla questione), trasformandosi in un magazine che vuole scimmiottare testate come VICE, cercando di accaparrarsi quella fascia di lettori giovane e cool e rischiando un ulteriore fallimento. Non escludo che davanti ad un eventuale calo di vendite torneranno a calare anche gli slip delle playmates.

Da Marilyn a Maria Elena Boschi

È interessante inquadrare in un panorama del genere il rilancio di un marchio storico come Playboy in un paese storicamente pudico e cristiano come l’Italia. Il rilancio della rivista in Italia va accolta con un giustificato alone di pessimismo, quello d’obbligo nei rilanci improbabili ed anacronistici come l’idea di riportare in edicola un concetto annacquato dal tempo. Il nuovo Playboy punta sul made in Italy, coinvolgendo mensilmente la Bottega Finzioni di Carlo Lucarelli e l’Istituto Italiano di Fotografia, ospiti regolari sulle pagine della rivista con un portfolio ed un racconto. Nonostante tutto la nuova scelta editoriale di Playboy Italia sembra un goffo tentativo di togliersi di dosso l’etichetta di “rivista zozza”, cercando di coprire un po’ di tutto, diventando un mensile che parla tanto di “tette” quanto dell’ultimo evento Apple, arrivando a sublimarsi con un lungo articolo su Maria Elena Boschi (con perle come «La giaguara è tra i ministri più influenti del governo Renzi» e «il fascino bipartisan conquista tutti gli italiani») o su Vince Vaughn. Non serve un grande intuito per capire che temi come questi c’entrano ben poco con il nome Playboy, e che il lettore interessato a scoprire qualcosa in più sull’interprete della seconda stagione di True Detective sarà sicuramente più propenso a farlo su una rivista specializzata. L’unica cosa autorevole rimasta a Playboy è il nome, ancora associato ad un concetto arcaico e sorpassato come quello della rivista erotica. Non ci sono operazioni di rebranding che reggano, nemmeno quando ci si mette dentro il made in Italy.


Originally published at www.dudemag.it on October 14, 2015.