Appunti verso il Lingotto #1
Mentre osserviamo una serie di proposte politiche che invocano un netto e velleitario ritorno al passato, il futuro bussa prepotentemente alle nostre porte e ha il volto dell’innovazione. Un volto che ricorda Giano Bifronte, da un lato infatti prospetta evidenti vantaggi, dall’altro però minaccia in primis il mercato del lavoro.
La tecnologia ha messo sostanzialmente in un angolo le mansioni poco qualificate, allo stesso tempo però ha anche permesso l’affermazione e la diffusione di figure professionali nuove. Entrambi questi aspetti aprono delle questioni. Per quanto riguarda il primo, non sono ancora stati immaginati meccanismi efficaci di protezione sociale. Per il legislatore inoltre non è agevole intervenire in un ambito, quello del lavoro, sotto i riflettori privilegiati dell’opinione pubblica. Sotto il secondo aspetto inoltre, è opportuno riconoscere le nuove figure professionali che stanno emergendo e incentivarne la formazione. Si tratta di tipologie di lavoro totalmente innovative rispetto al passato e che mutano di continuo. Esse riguardano ambiti che talvolta non esistevano nemmeno fino a pochi anni fa, inoltre sono caratterizzate da una elevata mobilità, dal momento che spesso non sono legate alla presenza fisica in un determinato luogo. Tale caratteristica è evidenziata nell’articolo di Lilli Casano dal titolo “Le transizioni occupazionali nella nuova geografia del lavoro: dieci domande di ricerca”. Dal momento che le prestazioni lavorative possono essere effettuate da molteplici posti inoltre, diventa importante il concetto di reti, ovvero di connessioni tra il lavoratore, il gruppo di cui fa parte e le risorse a cui può accedere.
Matteo Renzi a La Stampa ha detto:“Oggi siamo in una fase in cui la gente vede l’innovazione come un pericolo, ma lo diceva anche quando Gutenberg aveva inventato la stampa, o all’epoca della rivoluzione industriale”.
Come conciliare dunque l’innovazione con la protezione sociale? Molti sostengono che una soluzione potrebbe essere il reddito di cittadinanza. Come riportato da Il Post, in Finlandia stanno testando la misura con un esperimento iniziato il primo gennaio 2017, che terminerà a fine 2019 e che coinvolgerà 2000 persone scelte tra coloro che non hanno un impiego. Ad essi verranno corrisposti ogni mese 560 euro e lo scopo è capire se tale somma stimolerà la ricerca di un lavoro o se al contrario la renderà meno urgente, potendo contare sul sussidio.
Intanto anche Sam Altman Ceo di Y Combinator, un incubatore di start up della Silicon Valley, ha parlato di qualcosa di analogo nel descrivere UBI che sta per Universal Basic Income, un reddito di cittadinanza universale da distribuire, come fase beta, a un numero limitato di persone, come si legge nell’articolo “Il Manifesto della Silicon Valley” di Nicolò Porcelluzzi.
Si tratta di uno studio pilota che sarà fatto ad Oakland, dove ad alcune persone sarà data una somma di denaro. Esse saranno lasciate libere di lavorare, non lavorare, fare volontariato oppure trasferirsi. Sul loro sito si precisa che chi promuove l’esperimento crede che tutti debbano essere messi nelle condizioni di poter lavorare ma che avere un sostegno economico possa incentivare ad accrescere la propria formazione, cercare un lavoro migliore e pianificare il futuro. Ma è davvero questa la strada? Supponiamo che la ricerca del lavoro e la formazione continua siano assimilabili ad una corsa, il reddito minimo somiglia ad un pit stop, magari apparentemente utile nell’immediato, ma non sarà più difficile dopo raggiungere gli altri?
