Democrazia rappresentativa vs e-democracy

Il digitale rappresenta un’opportunità per la partecipazione politica. Il coinvolgimento politico oggi non può prescindere da questi aspetti. Occorre però garantirne trasparenza, integrare l’online e l’offline e soprattutto navigare in maniera consapevole. Più volte in passato ho parlato infatti di quelle che possono essere definite delle trappole, come il ritrovarsi rinchiusi nelle camere dell’eco o il credere a notizie non verificate e dunque inattendibili. Tuttavia, al netto degli inevitabili aspetti controversi, la tecnologia ha fornito uno strumento ulteriore alle persone che in rete possono informarsi, cercare di confrontarsi e appunto partecipare.

Durante le ultime elezioni americane, chi usava piattaforme come Etsy, Univision, Instagram, AOL, AT&T, Twitter, MTV e naturalmente Facebook, poteva trovare un riquadro che forniva dettagli su come votare. Questa specie di servizio rientra nel Progetto Voting Information (VIP) che Pew ha creato con Google e altri esperti di tecnologia nel 2008, perfezionandolo nel tempo. L’ambizioso piano, di cui si parla nel dettaglio su Trust Magazine, ha fornito una infrastruttura tecnologica disponibile su scala nazionale che raccoglie e dunque fornisce informazioni su dove e quando votare. In un articolo del Washington Post dello scorso settembre veniva detto che Facebook poteva indurre milioni di persone a votare secondo Michael Brand, un professore della Monash University in Australia. Molte aziende di tecnologia non rilasciano alcun dato sul numero o sul tipo di elettori raggiunti dalle loro campagne. Facebook, invece fornisce più informazioni. Negli ultimi anni è apparso anche il pulsante “Ho votato” che permetteva agli utenti di notificare ai loro amici quando avevano votato e mostrava le immagini dei loro amici che avevano già votato. Nel 2010, un team di ricercatori dell’Università della California a San Diego ha stimato che proprio quel pulsante ha spinto 340.000 elettori in più alle urne.

La tecnologia dunque può aiutare la partecipazione. Ma che rapporto c’è tra il digitale e la democrazia in senso stretto? Immaginare petizioni online ed e-referendum non è di per sé una scemenza. Il digitale significa infatti anche un nuovo rapporto di diritti-doveri del cittadino. Restano però dei punti da chiarire: 1. la piattaforma deve essere pubblica 2. I dati e la proprietà degli stessi devono restare pubblici 3. la trasparenza deve essere al di sopra di ogni sospetto 4. la democrazia rappresentativa è la migliore forma di potere, sottoporre qualsiasi decisione al giudizio, o più correttamente al like/dislike dei cittadini/utenti è una follia. Continuo infatti a pensare che la delega rappresentata dal mio voto funzioni meglio dell’assemblearismo un po’ immaturo che alcuni hanno in testa. La politica non è fatta solo di condivisione o disapprovazione ma di argomentazioni e confronto. Il tutto non può essere relegato a un sì o no, soprattutto quando l’oggetto è una tematica complessa o controversa. Così come non possono essere proposte soluzioni semplicistiche, allo stesso modo nemmeno i metodi dovrebbero essere sbrigativi e superficiali. Il digitale può fornire approfondimenti, possibilità di apprendimento e informazione ma tra il porre una questione e il momento decisionale vi è tutta una serie di passaggi intermedi imprescindibili di approfondimento, confronto e solo dopo di condivisione o meno. Può il digitale garantire tutto questo o dobbiamo credere che possa ridursi a un click degli utenti?

foto da Black Mirror