Il populismo in Europa è vivo e vegeto

Nonostante le elezioni olandesi prima e quelle francesi poi, il populismo non può essere affatto accantonato. Nei sei mesi scorsi Chatam House e Kantar Public hanno effettuato un sondaggio su 10 mila persone e 1800 personalità di politica, affari, comunicazione e società civile in dieci Paesi (Austria, Belgio, Francia, Germania, Grecia, Ungheria, Italia, Polonia, Spagna e Regno Unito). I risultati sono stati presentati da Politico Europe nell’articolo “European disunion” di Matthew Goodwin e Thomas Raines. Popolo ed élite dunque sono stati esaminati e quello che emerge è che sia tra i due gruppi che all’interno di ciascuno di essi vi sono delle posizioni distanti su alcuni temi che riguardano in qualche modo il futuro stesso dell’Unione Europea. Il 37% di chi fa parte della classe dirigente o comunque di personaggi influenti nei rispettivi ambiti, contro il 24% dei cittadini comuni, ritiene che l’Ue debba disporre di maggiori poteri rispetto a quelli attuali. Il 48 % delle persone invece, vorrebbe restituire prerogative e funzioni agli Stati membri. Secondo quanto riportato, all’interno di questa fetta si trova proprio chi con molta probabilità vota per formazioni politiche populiste.

foto da Politico Europe

Le persone hanno tratto beneficio dall’appartenere alla famiglia europea? Solo il 9% delle persone ha risposto un sì convinto, il 25 % concorda e il 34 % di fatto non si sbilancia. Per le élite le percentuali risultano invertite, con un 7% scarso che risponde un no determinato e all’estremo opposto un 37% che si sente avvantaggiato. La distanza tra popolo ed establishment qui è lampante e non sorprende quindi che più della metà delle persone, per la precisione il 55%, prevede che entro 10 anni un altro Stato lascerà l’Ue. Non è forse anche questo un segnale che ci invita a non sottovalutare le tendenze populiste che, in maniera più o meno latente, serpeggiano nel vecchio continente? Uno dei temi privilegiati della retorica populista si sa, è quello relativo all’immigrazione. L’integrazione con persone di popoli e culture differenti può essere visto come occasione di crescita culturale ed economica oppure può essere guardata con sospetto e timore. L’élite si colloca sulla prima posizione (57%), il popolo sulla seconda, con il 56% che vorrebbe addirittura bloccare gli ingressi dai Paesi musulmani. L’onda populista è dunque passata? No e non solo per quanto emerge da questo sondaggio. Non è dunque un caso che studiosi e ricercatori continuino a studiare il fenomeno. In “I attended three conferences on populism in 10 days. Here’s what I learned” di Daniel W. Drezner apparso sul Washington Post si fa riferimento a tre importanti conferenze per cercare di capire qualcosa in più di quella che non può essere etichettata come una fugace tendenza politica o l’eco di sussulto ideologico. Molti falsi miti vengono sfatati e i ricercatori confrontandosi, hanno scoperto che alcune premesse da cui partivano, erano inesatte. Il populismo ad esempio non è solo un effetto delle sperequazioni indotte dalla globalizzazione. Inoltre fattori culturali ed economici sono strettamente correlati nel condizionare le scelte politiche che scivolano verso le proposte populiste, tanto che diventa difficile distinguere quali siano stati poi determinanti. Drezner, che è docente di politica internazionale alla Fletcher School of Law and Diplomacy della Tufts University, sostiene che i ricercatori a volte vengono criticati perché inquadrano un fenomeno quando già si è diffuso, in sostanza quanto è troppo tardi per arrestarlo o elaborare delle strategia alternative. In realtà nel caso del populismo la questione è differente dal momento che si tratta di una categoria già nota agli studiosi ma riapparsa nel panorama politico internazionale, sebbene con modalità e manifestazioni in parte inedite.

In Europa forse alcuni hanno già voltato pagina credendo di aver scongiurato il pericolo di un fenomeno che rischiava davvero di minare le fondamenta istituzionali e democratiche e di cristallizzare la disaffezione del popolo nei confronti dei propri rappresentanti. Non è così. Quel rischio persiste ancora. L’Ue è la cartina tornasole del fenomeno e sta lì a ricordarci che fino a quando i motivi per opporsi all’apertura prevarranno su quelli volti ad aspirare a una maggiore integrazione, allora non potremo dire di aver voltato pagina.

foto da Politico Europe
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