In memoria di Chris Cornell

‘Capisci? Si è impiccato come David Foster Wallace. Francé, ma perché i punti di riferimento della nostra adolescenza (e post-) se ne sono andati tutti così?’ mi scrive ieri sera Lorenzo. Con lui, che conosco ormai da qualche anno, parliamo sempre di politica, di cultura popolare americana del ‘900 e di vino Aglianico. Lorenzo ha qualche anno più me, ma siamo stati tutti e due ragazzini negli anni ’90, entrambi cresciuti nel culto di Eddie Vedder. L’ultima volta ci siamo visti a Torino al Lingotto, abbiamo parlato di politica, di questo e di quello, e ci siamo promessi che, abitando entrambi a Roma, ci saremmo visti di più e più spesso. Ovviamente non abbiamo mantenuto la promessa, ma ci vogliamo molto bene e questo, in fondo, è l’unica cosa che conta.

Stamattina, Francesco che ha 12 anni in meno di me mi scrive: ‘Ma mi spieghi perché sentite tutti il bisogno di comunicare il vostro dolore per uno sconosciuto?’ Francesco è così, mi ricorda molto la mia boria alla sua età, che poi è quella infinita fiducia nelle proprie capacità, quella che ti fa pensare che hai capito tutto dal tuo piccolo e sicuro punto di vista e che (e lo capisci solo con il tempo) ti disconnette con l’empatia e il desiderio di metterti nei panni degli altri. Ma Francesco ha tempo di maturare. Però gli ho risposto così: ‘Guarda non è solo una questione culturale, cioè Cornell è la voce generazionale di chi è cresciuto in quel periodo, come Kurt Cobain. Ma è identitaria, di memoria, di appartenenza a una comunità: i primi baci, i primi amori, le prime canne, le prime bevute, i primi viaggi, i primi tradimenti. Tutta questa roba, per quelli della mia età, è intrinsecamente legata a quelle canzoni, a quei gruppi. Poi vedi, come dice Guccini, il fatto che quasi tutti gli eroi siamo morti giovani e belli, a quelli vecchi come me fa in qualche modo difendere l’adolescenza, che abbiamo vissuto, dall’usura del tempo. Significa riassaporare quel periodo, e in qualche modo sentirsi ancora vivi. Quindi, guagliò, stai senza pensieri, succederà anche a te, tra qualche tempo, di diventare nostalgico’.

Ho letto qui e lì un sacco di stronzate sulla musica grunge e sui suoi cantori che sono quasi tutti morti suicidi o di overdose. Ho letto di gente che si è messa a rileggere testi di 25 anni fa, trovandoci la lettera di addio di Chirs Cornell, come se una scelta del genere possa mai essere spiegata razionalmente. Questa incomprensibile ansia occidentale di ridurre tutto a uno schema di ascisse e ordinate, compresa la mera negazione del dolore che come canta Father John Misty: the only thing that they request is something to numb the pain with / until there’s nothing human left. Per parte mia, da ieri riascolto quelle canzoni e rileggo quei testi, e mi commuovo, perché il disagio e l’alienazione che cantavano i Nirvana o gli Alice in Chains negli anni ’90 non era una roba posticcia, non era il frutto di un’equazione di mercato, né di un algoritmo che seleziona i nostri gusti musicali. Era roba vera, era dolore reale, ma sopratutto era qualcosa che a me 14enne, con problemi di socializzazione, ha fatto sentire molto meno isolato e molto più parte di qualcosa che non capivo del tutto, ma sapevo che era lì a gridarmi in faccia, che eravamo in tanti a sentirci così e proprio per questo nessuno di noi era davvero solo mai. Lo scoprivamo ogni volta che scappavamo per andare a un concerto, o ogni volta che vestivamo la stessa maglietta nera con nomi di improbabili band americane, o nelle stazioni radio a bassa frequenza in cui ascoltavamo i Dinosaur Jr, o nelle TDK da 90 minuti che ci scambiavamo nei cessi del Liceo, come se fosse la pillola rossa di Matrix, o nelle indianate sulla spiaggia in cui inevitabilmente finivi a suonare Black sulla chitarra, mentre la ragazza che ti faceva impazzire pomiciava con quello più stronzo del gruppo.

Tra un mese andrò ad ascoltare Eddie Vedder a Firenze, con un animo ben diverso. Sono certo che quella sera ricorderemo Chris in quel magico rito collettivo sacro e profano che è un concerto rock. E brinderemo alla vita e alla memoria di Cornell, e ringrazieremo ognuno il proprio Dio perché siamo ancora vivi e felici da fare schifo.

Wind in my hair, I feel part of everywhere 
Underneath my being is a road that disappeared 
Late at night I hear the trees, they’re singing with the dead 
Overhead