#Pasocial, occuparsi delle community non solo dei canali social

Stamattina ho partecipato alla presentazione di un libro che racconta il percorso che le Pubbliche Amministrazioni stanno facendo per essere sempre più vicine ai cittadini anche grazie agli strumenti offerti dalla rete.

Il progetto denominato #PASocial è stato reso possibile grazie a Francesco Di Costanzo e a tutti i comunicatori, i giornalisti e gli esperti di tecnologia che operano nella Pubblica Amministrazione. Partecipo anche io a questo percorso e durante il mio intervento ho ricordato i passi già fatti ma soprattutto quelli che ci aspettano.

Se le persone non si fidano più dei dati, dei numeri, di quello che a grandi linee definiamo informazione, se siamo cioè immersi nella post-verità, cosa deve fare oggi chi comunica sulla rete?

Il problema è estremamente rilevante, lo è per le amministrazioni pubbliche che offrono servizi ai cittadini ma in generale lo è per tutti coloro che usano il medium digitale per mettere le proprie competenze a disposizione degli altri. Per rispondere a questa domanda partiamo dal fatto che la rete somiglia sempre più ad un insieme di gruppi che comunicano poco tra di loro. Noi crediamo di navigare liberamente ma in realtà ciascuno di noi si chiude in nicchie o bolle per parafrasare Eli Pariser, dove inconsapevolmente troviamo chi condivide le nostra visione del mondo, o — per semplificare- coloro con i quali abbiamo in comune più like alle pagine. La sfida ora è far comunicare i gruppi tra di loro. Se la rete ha creato disintermediazione, il passo successivo è re-intermediare, ovvero collegare questi sottoinsiemi di pubblico sparsi nella rete e suddivisi in gruppi e tribù digitali.

Facciamo un esempio, supponiamo che una persona debba andare dal medico per un problema di salute ma che quest’ultimo gli sia antipatico, il dottore potrebbe prescrivere anche la cura più efficace possibile ma il paziente con molta probabilità non gli crederebbe. Se invece ad accompagnarlo fosse un amico, quindi qualcuno di rassicurante, probabilmente ascolterebbe ciò che dice il dottore. Proiettate questo banale esempio a ciò che accade in rete, se in un gruppo c’è ostilità verso un’idea o una misura politica probabilmente nessuno dei suoi membri andrebbe a leggere le ragioni di chi la pensa diversamente ma se qualcuno facesse da tramite, forse questa diffidenza potrebbe essere superata, forse riusciremmo a scalfire il pregiudizio di conferma di cui parla Walter Quattrociocchi nel suo libro “Misinformation. Guida alla società dell’informazione e della credulità”, insieme ad Antonella Vicini. Non è facile ma possiamo provarci, dobbiamo provarci.

Questo fenomeno, questa suddivisione in gruppi avviene anche nella vita reale. Ci pensavo in questi giorni, quante volte sentiamo parlare di comunità? I conservatori magari la identificano con il proprio Paese, i progressisti con l’insieme di persone che credono negli stessi valori, negli stessi ideali. Tuttavia, mentre ciascuno di noi invoca la propria, finiamo col dividerci pensando a quello che ci distingue e non a quello che ci accomuna. Servono anche in questo caso dei soggetti in grado di di accompagnarci gli uni verso gli altri. Non basta infatti gettare dei ponti, se poi nessuno è disposto ad attraversarli.

foto di Claudia Medda
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