Aiutiamo i gruppi indie a casa loro
Il buonismo nei confronti del pop nostrano ha rotto il cazzo
Qualcuno lo doveva dire: il pop indie italiano fa schifo. Non basta produrre decentemente qualche canzone, dandole un tono nostalgico vagamente anni ’80, per fare bella musica. Eppure, siamo tutti lì come dei deficienti ad ascoltare gruppi che fanno musica tutta uguale.

Ho letto, su Facebook, che gli ex-Otago e Lo Stato Sociale faranno un concerto insieme. In pratica, due cloni si divideranno il palco del Carroponte a settembre. Vorrei sapere come faranno i numerosissimi fan accorsi a distinguerli, tra una birra artigianale e l’altra. Io non ci riuscirei da sobrio, ma tant'è: questi gruppi piacciono, in qualche modo.
Piacciono anche quando lasciano la rassicurante nicchia hipsterica dell’indie e diventano mainstream, come i Thegiornalisti — di cui sono stato imprudente fan — e finiscono a ballare in mezzo a gnocche neanche atomiche, scritturati da un Fabri Fibra spompato e fuori forma che, nella seconda strofa di Pamplona, non azzecca una rima e lo fa in un modo talmente sfacciato da avere voglia di mettersi a urlare.
Ora, seriamente, è giunto il tempo di piantarla con tutto questo buonismo. E’ vero, con l’avvento del digitale non si potrà più usare la ruspa per distruggere una vergogna culturale come quella dell’indie pop italiano. Tuttavia, esiste un modo per evitare che questa invasione accada di nuovo e consiste nell’aiutare gli wannabe indie a casa loro. Come?
Alla vecchia maniera: corsi di storia della musica, ascolto di musica classica dall’età di anni 9, teoria, solfeggio e chitarra classica. Poi, forse, solo dopo un decennio di cazziatoni, insulti e note (note, Dio santo, non accordi) gli wannabe potranno permettersi di fare i pirla, recuperando le sonorità di Franco Battiato, senza averne l’intelligenza.
Certo che, forse, questa ondata indie è la metafora del nostro tempo: non siamo in grado di andare oltre, rispetto alla categoria del carino. Forse è vero che questa paccottiglia musicale è il meglio che abbiamo, però, io non riesco a rassegnarmi.
No: non riesco ad essere buonista nei confronti di chi fa musica di merda. Forse sono io ad avere dei problemi. Però, vorrei essere, per una volta, io il Salvini della situazione e urlare, in mezzo ad un concerto, “Ruspa!”. I fan non la prenderebbero bene, ma chissene: il buonismo, in musica, non passerà.
Non abbiamo l’anello al naso, fate girare.
In una versione precedente avevo scritto che erano stati i Thegiornalisti a scritturare Fabri Fibra. Invece, è successo il contrario
