Altro che società liquida. Quella italiana è molto, molto solida.

L’idea di società che ha Bauman non è verificabile empiricamente. Anzi, la sua idea si scontra con i dati che dimostrano come la società — quantomento italiana — sia granitica e stratificata, più o meno come quella medievale


Zygmunt Bauman non lo ammetterebbe neanche sotto tortura. Eppure, il tema della forma della società, nei termini che il sociologo anglo-polacco affronta parlando di modernità liquida, ha un sottotesto da non sottovalutare. In altre parole, se Bauman avesse ragione, l'individuo, liquefatto, amorfo e impaurito, per sopravvivere non dovrebbe fare altro che “cambiare densità” e attraversare gli strati della società, arrivando ai vertici senza troppa fatica. Il problema è che non è così. Anzi, se andiamo a vedere, l’esperienza empirica racconta un’altra cosa. Brad Evans e Henry A. Giroux, difendendo Bauman quando era stato accusato di aver scritto un certo numero di libri-fotocopia, hanno sostenuto che:

L’accusa contro Bauman è odiosa ed è una critica reazionaria ed ideologica travestita da discorso sul metodo e legata alla stanca eredità dell’empirismo depoliticizzato.
- Tratto da: Self-Plagiarism and the Politics of Character Assassination: the Case of Zygmunt Bauman

Premesso che i due studiosi inglesi hanno — forse — ragione nel sostenere che l’accusa a Bauman è pretestuosa, altrettanto probabilmente hanno torto quando parlano di empirismo come una stanca e vetusta metodologia. Purtroppo, l’esperienza e le conseguenze che se ne traggono sono ancora lo strumento più importante che abbiamo a disposizione, quando facciamo ricerca sociale. Questo atteggiamento di diffidenza nei confronti dell’esperienza diretta a favore di una speculazione intellettuale completamente slegata dall'esperienza (e dalla sua analisi quantitativa) è esattamente l’atteggiamento che ha bloccato la vita intellettuale del nostro Paese impedendo ogni forma di analisi che andasse al di là della chiacchiera da bar.

Ne consegue che una gran parte del discorso sulla nostra società è — nella migliore delle ipotesi — superficiale. Come questa analisi:

Pier Paolo Pasolini intervistato da Enzo Biagi

Anni di sociologia — empirica, tanto per essere chiari — hanno dimostrato come Pasolini avesse torto. Perché — per esempio — l’italiano è arrivato nelle case degli italiani proprio grazie alla tv e alla radio, rompendo la schiavitù dei dialetti che — da un punto di vista marxiano — possono essere letti come un metodo di segregazione delle classi lavoratrici ad opera della borghesia e della nobiltà.

Detto questo che cosa ci spiegano gli stanchi e vetusti dati, raccolti grazie alla principale scienza dell’empirismo depoliticizzato, ovvero, la statistica?

Le stime diffuse in questo Report provengono dall’Indagine sulle spese delle famiglie che ha sostituito la precedente Indagine sui consumi. Le modifiche sostanziali introdotte hanno reso necessario ricostruire le serie storiche dei principali indicatori a partire dal 1997; i confronti temporali possono essere effettuati esclusivamente con i dati in serie storica allegati e non con quelli precedentemente pubblicati.
Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (5,7% di quelle residenti) è in condizione di povertà assoluta, per un totale di 4 milioni 102 mila persone (6,8% della popolazione residente).
Dopo due anni di aumento, l’incidenza della povertà assoluta si mantiene sostanzialmente stabile; considerando l’errore campionario, il calo rispetto al 2013 del numero di famiglie e di individui in condizioni di povertà assoluta (pari al 6,3% e al 7,3% rispettivamente), non è statisticamente significativo (ovvero non può essere considerato diverso da zero).
La povertà assoluta è sostanzialmente stabile anche sul territorio, si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno.
Migliora la situazione delle coppie con figli (tra quelle che ne hanno due l’incidenza di povertà assoluta passa dall’8,6% al 5,9%), e delle famiglie con a capo una persona tra i 45 e i 54 anni (dal 7,4% al 6%); la povertà assoluta diminuisce anche tra le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 23,7% al 16,2%), a seguito del fatto che più spesso, rispetto al 2013, queste famiglie hanno al proprio interno occupati o ritirati dal lavoro.
Nonostante il calo (dal 12,1 al 9,2%), la povertà assoluta rimane quasi doppia nei piccoli comuni del Mezzogiorno rispetto a quella rilevata nelle aree metropolitane della stessa ripartizione (5,8%). Il contrario accade al Nord, dove la povertà assoluta è più elevata nelle aree metropolitane (7,4%) rispetto ai restanti comuni (3,2% tra i grandi, 3,9% tra i piccoli).
Tra le famiglie con stranieri la povertà assoluta è più diffusa che nelle famiglie composte solamente da italiani: dal 4,3% di queste ultime (in leggero miglioramento rispetto al 5,1% del 2013) al 12,9% per le famiglie miste fino al 23,4% per quelle composte da soli stranieri. Al Nord e al Centro la povertà tra le famiglie di stranieri è di oltre 6 volte superiore a quella delle famiglie di soli italiani, nel Mezzogiorno è circa tripla.
L’incidenza di povertà assoluta scende all’aumentare del titolo di studio: se la persona di riferimento è almeno diplomata, l’incidenza (3,2%) è quasi un terzo di quella rilevata per chi ha la licenza elementare (8,4%). Inoltre, la povertà assoluta riguarda in misura marginale le famiglie con a capo imprenditori, liberi professionisti o dirigenti (l’incidenza è inferiore al 2%), si mantiene al di sotto della media tra le famiglie di ritirati dal lavoro (4,4%), sale al 9,7% tra le famiglie di operai per raggiungere il valore massimo tra quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (16,2%).
Come quella assoluta, la povertà relativa risulta stabile e coinvolge, nel 2014, il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone.
Anche per la povertà relativa si conferma la stabilità, rispetto all’anno precedente, rilevata per la povertà assoluta nelle ripartizioni geografiche e il miglioramento della condizione delle famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (l’incidenza della povertà relativa passa dal 32,3% al 23,9%) o residenti nei piccoli comuni del Mezzogiorno (dal 25,8% al 23,7%).
- Dall’abstract del rapporto annuale sulla povertà dell’ISTAT — 2014

Praticamente, dice l’Istat, una vera e propria emergenza povertà. Non solo:

Tra i numerosi argomenti trattati nel Rapporto annuale 2012 dell’Istat, il tema della mobilità sociale intergenerazionale assume un rilievo particolare. Quest’anno, infatti, l’Istat disegna un panorama poco noto al grande pubblico. Si tratta di un netto peggioramento delle opportunità di riuscita sociale e occupazionale dei giovani, accompagnato da una persistente mancanza di equità dei processi di allocazione delle persone nelle varie posizioni sociali.
- Di Antonio Schizzerotto, Lavoce.info per Il Fatto Quotidiano

Questo significa che, nonostante gli sforzi teorici di chi — anche da sinistra — fa finta che questi dati non esistano, ci ritroviamo davanti ad una società al limite del feudale. Il luogo comune delle dinastie di professionisti in Italia lo abbiamo vissuto tutti, nella nostra vita. Eppure, fa sempre molta rabbia vedere come la realtà empirica ci parli di una società fatta di granito, dove il granito posa, però, su uno strato di argilla che si sta asciugando rapidamente e che — a meno di una crescita del 2% anno — non sarà in grado di reggere a lungo.

E’ come se, dopo 50anni di bengodi, qualcuno avesse deciso di ripiombare l’Italia in un mondo fatto di chierici, feudatari e faticatori. In un certo senso è vero: abbiamo una classe imprenditoriale e professionale che ha alcuni tratti della nobiltà feudataria, tra cui l’ereditarietà. Non solo, in questo paese — è antipatico dirlo — abbiamo una classe di dipendenti pubblici che ha tutele e garanzie che, chi vorrebbe fare il dipendente del settore privato, purtroppo non ha, quasi come se il pubblico impiego fosse una nuova classe clericale. E poi, ci sono tutti gli altri che hanno una vita che è “liquida” nel senso che vivono con la valigia fatta e peregrinano in giro per il mondo cercando di dare un senso alla propria vita. E per farlo, faticano non poco.

La situazione, purtroppo, è molto complessa. Perché non è come negli Anni ’50 dove era chiaro da che parte stare. Il problema è che, in questo casino, le forze sociali — invece di organizzarsi e di combattere razionalmente per una società più giusta — continuano a condurre battaglie di retroguardia, sulla base di assunti teorici sbagliati e — quelli sì — scarsamente fondati nella realtà. Che se siamo tutti d’accordo, sostenendo che sia schifosa, ma abbastanza discordi su come correggerla.

Di questo — se avrò tempo — scriverò in futuro. Per ora, mi limito a fare un appello a tutti: meno Bauman, più ISTAT.