Elezioni amministrative, a contare sono esigenze del territorio e organizzazione

Da Milano a Roma, il Pd si scopre con il fiato corto e con più problemi di quanto abbia il coraggio di ammettere

Quello che sto per scrivere non lo leggerete su Corriere o Repubblica perché la politica, secondo i grandi giornali, è solo uno scontro retorico tra partiti più o meno equivalenti. Non solo, viste dalle redazioni politiche di Roma, queste elezioni hanno un significato diverso da quello che hanno in realtà, perché le elezioni amministrative sono un test molto difficile, per i partiti e per i candidati. Perché per vincere sul territorio servono molte cose: serve organizzazione, serve bassa manovalanza, servono infrastrutture e — soprattutto — servono policy che i cittadini possano toccare con mano. Punto.

Quando leggo Ambrogio Colombo che lamentarsi del fatto che il Municipio 2 a Milano sia passato in mano alla destra, vedo esattamente quello che ho scritto poco sopra. Il Pd della ex Zona 2 a Milano era poco organizzato, con poca manovalanza e, soprattutto, si è trovato nella posizione di dover difendere un’amministrazione — quella Pisapia — percepita come lontana da chi in Zona 2 abita e dove — probabilmente — il partito metropolitano non ha fatto i compiti, lasciando — secondo quello che vedo dalla Maremma — i suoi candidati da soli, in un contesto-simbolo di Milano: nel Municipio 2 c’è Via Padova, considerata da molti uno dei più interessanti laboratori di multiculturalismo in Italia. Da tutti, non dagli elettori.

Non solo Milano. L’analisi di Roma è facile da fare: il centrosinistra ha fatto schifo e i cittadini si sono rivolti a Virginia Raggi e ai 5 Stelle, sperando che cambi qualcosa. A Torino il risultato è chiarissimo. Qualche mese fa, sono stato in città per un festival e ho visto una città in crisi nera: negozi in affitto ovunque, vendite promozionali a ogni angolo. E’ vero che non si tratta di indicatori validi, ma è pur vero che Torino si sta riscoprendo povera e con un futuro post-industriale tutto da scrivere. Un terreno fin troppo fertile per i 5 Stelle.

Il resto è andato come doveva andare. De Magistris vince in carrozza a Napoli. A Trieste il Pd viene bocciato e Bologna va studiata con attenzione. Però, c’è un filo rosso che unisce tutti i risultati elettorale, ovvero che le forze che si oppongono al Pd, Lega a parte, non sono partiti classici: sono formazioni personali o il Movimento 5 Stelle, di cui ho scribacchiato qua. Se fossi il responsabile organizzativo del Pd, questa cosa non mi farebbe dormire la notte.

Infatti, ritorno a quello che ho scritto all’inizio. Le elezioni amministrative sono un ottimo test per verificare la tenuta dei partiti e la loro forza organizzativa. Il Pd non ce l’ha più, questa forza organizzativa. La forza organizzativa costa (affitti delle sezioni, funzionari e comunicazione non si pagano ad abbracci) e i partiti hanno finito i soldi. Non solo, è vero che Matteo Renzi non ha una vera classe dirigente, ma è anche vero che se hanno ragione (e ce l’hanno) gli scienziati politici contemporanei, il momento storico, dopo vent’anni di conflitto sociale anestetizzato, non glieli può fornire. La mia amica Rosa Fioravante ha scritto, su Facebook:

Buttate il Corriere della Sera, l’unica analisi del voto su Milano è questa. Almeno due se non tre generazioni spoliticizzate composte in larga parte di ragazzi che avrebbero potuto farla davvero la lotta di classe, per condizioni, per intelligenza, per amor proprio. E invece dove c’era l’Alfa c’è il centro commerciale ma dove c’era la politica ci sono la società liquida e i candidati gassosi.

Temo che abbia ragione lei.