Coraggiosa Timidezza - terza ed ultima parte
Un uomo, una panchina, un bambino. Una scelta che genera una conseguenza non immaginata. Un libro e la sua forza.

“Cosa leggi Luca?”
“Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, e Lei?” indicò il libro che usciva dalla tasca della sua giacca.
“Ah, il mio è un quaderno degli appunti, rileggo quello che scrivo durante il giorno…”
“Da piccolo voleva fare lo scrittore?”
“Credo di no e tu cosa vuoi fare da grande?”
Luca abbassò lo sguardo, i suoi compagni avevano un idolo, c’era chi voleva diventare un calciatore famoso come Messi, chi un pilota come Rossi, ma lui si sentiva incapace di giocare calcio e non era attratto dai motori.
O meglio, non lo sceglievano mai in squadra e quindi si era convinto di non essere capace.
“io..io…”
D’un tratto Marco intuì quello che avrebbe dovuto dire, forse quello che avrebbe voluto sentirsi dire a suo tempo.
Si chinò, gli mise le mani sulle spalle e lo guardò in viso, Luca alzò lo sguardo e in quel momento i loro occhi si incrociarono.
“Luca, sai chi devi diventare da grande?”
“no”
“LUCA! Te stesso capisci?”
Il bambino non capiva.
“Noi passiamo la vita a inseguire modelli, ad assomigliare agli altri ma ognuno di noi è un miracolo della natura.
Certo possiamo prendere ad esempio qualcuno ma dobbiamo ricordarci che ognuno di noi ha dei doni unici dentro di noi.
Invece di passare la vita ad assomigliare agli altri dovremmo passare la vita a scoprire la nostra originalità”
Il tono di voce di Marco cominciava a diventare sempre più intenso, quel fuoco per troppo tempo sopito stava riprendendo vigore.
Si accorse che ormai parlava più per se stesso che per il piccolo Luca ma in cuor suo sperava che quelle parole potessero lasciare qualche segno in quel coraggioso bambino.
“Luca, restare originale dimostra coraggio e intelligenza, significa affrontare le critiche, le burla, mettere in discussione le proprie convinzioni, scomporle e ricomporle, ci si può sbagliare ma se dopo tutto questo tu rimani fedele a quello in cui credi, diventi più forte.
Quando vedrai qualcuno diverso da te, non giudicarlo, non fare come quei ragazzi di prima!” disse indicando la fermata dell’autobus.
“Cerca di capire la sua storia, la sua originalità e cosa questa ti può insegnare”
Marco si alzò di scatto, come se qualcosa lo avesse illuminato.
“Luca, ricordati tu sei un miracolo come tutti e non permettere a nessuno di farti credere il contrario!” e se ne andò dalla parte opposta al viale.
Luca lo vide correre allontanandosi, quelle parole, quegli occhi lucidi e quelle mani sulle spalle lo avevano fatto sentire bene.
Si ricordò di sua madre, dell’autobus –Oh no, l’autobus! Mamma!-
Si mise a correre, tenendo stretto il suo libro.
Fece tutto il tragitto che di solito guardava dal finestrino, sentiva il vento sulla pelle, il suo cuore battere all’impazzata, la cartella che sbalzava, un sorriso stampato sulla bocca, la felicità di qualcosa di nuovo.
La Libertà.
Era passato un mese da quando Marco si decise di seguire la sua originalità.
Si chiedeva se aveva fatto bene, se quell’impulso era razionale o meno.
-Ormai era fatta-.
Sentiva la voglia di risedersi su quella panchina che per tanti anni, forse troppi, gli aveva regalato una boccata d’aria, un momento di pace.
Percorse il viale.
Ora aveva un sapore diverso percorrerlo, rivide il palazzo che per tanto tempo lo aveva imprigionato ma non provò rabbia.
-Tutto serve- pensò.
Rivide i suoi colleghi appena usciti in pausa pranzo ma decise di tirare dritto.
-Eccola- la sua panchina.
-Che sfiga, è occupata-.
Un uomo con jeans, giacca e camicia, ma senza cravatta, stava seduto proprio sul suo posto, ma decise di sedervisi ugualmente.
“E’ libero?”.
“Certo!” l’uomo aveva uno splendido sorriso.
-Esiste ancora qualcuno felice- pensò con piacere.
“Si sta bene qua vero? Aspetto di vedere mio figlio, uscirà da scuola fra poco”
“Sembra la carica dei 101 appena suona la campanella, mi sedevo sempre qua quando lavoravo” disse ridendo.
Si scambiarono uno sguardo di assenso, entrambi probabilmente pensavano la stessa cosa.
“lavorava anche lei qui?”.
“ Per 10 lunghi anni”.
Si udì la campanella , niente era cambiato: fuga di massa, grida, spintoni, il piccolo Luca …
- Ha ha ha, ancora con il suo libro in mano-.
“Papà!!”
“eccolo, è mio figlio!”.
Il bambino correva verso il padre, il lungo abbraccio denotava il grande amore che essi provavano reciprocamente.
Marco guardò quella splendida scena, pensò a sua figlia e a quanto è bello amare e vedere padre e figlio con quel rapporto di complicità e affetto.
Il padre spettinò Luca con la mano e gli chiese come fosse andata la giornata.
“Signor Marco! salve!” Luca si ricordava di lui.
“Ciao Luca”.
Il padre non capiva.
“ Ci siamo conosciuti un mesetto fa, Luca mi ha detto che leggeva un libro di Sepùlveda. Lo hai finito?”.
“Si ” appoggiò la cartella a terra, la aprì e prese quel libricino azzurro.
“Glielo voglio regalare” e sussurrando gli disse “grazie”.
-Oh no, forse crede che suo padre è stato assunto grazie a me- e sussurrando anch’egli disse “ e per cosa? non ho fatto niente”.
Luca gli fece un occhiolino e si voltò verso il padre.
“Andiamo, oggi mi sono preso il pomeriggio libero, ti porto a casa io.
E’ stato un piacere” e stringendo la mano a Marco se ne andarono.
Marco se ne stava seduto lì, sulla sua panchina.
Vedeva allontanarsi padre e figlio e trovò quella scena così gratificante che non riusciva a distogliere lo sguardo.
Era contento che quell’uomo avesse trovato lavoro, contento di aver rivisto quel bambino, felice per quel dono inaspettato.
Guardò il libro, vide una pagina con un angolo piegato, l’aprì e l’occhio cadde sulla frase: “SULL’ORLO DEL BARATRO HO CAPITO LA COSA PIU’ IMPORTANTE” MIAGOLO’ ZORBA.
“AH SI? E COSA HAI CAPITO?” CHIESE L’UMANO.
“CHE VOLA SOLO CHI OSA FARLO” MIAGOLO’ ZORBA.
Avevo scritto questo pezzo per un regista, ma credo di averlo fatto per me, per ricordarmi le scoperte che avevo fatto, le mie letture, i miei affetti.
Non penso di aver inventato nulla, semplicemente ho messo assieme molte cose, c’è una parte di me in ogni personaggio, ma voglio credere che anche voi vi rispecchiate in loro.
A Marco ho fatto dare un insegnamento che avevo trovato in un libro di Andrea Gasparino ,che a me ha cambiato la vita, da lì ho smesso di emulare per lavorare e diventare me stesso.
In Marco trovate anche le parole di John Stuart Mill sull’originalità che ascoltai a lezione di Storia del pensiero politico.
Ma nel libro di Sepùlveda ho trovato una bella verità: tutti noi possiamo spiccare il volo, se osiamo farlo.