Felicità: bicchieri di vino, panini e dintorni.


Cos’è la felicità? Quante volte vi hanno fatto questa domanda? Se avessi un centesimo per ogni volta che me l’hanno chiesto, probabilmente sarei più al verde di quanto non lo sia adesso perché nessuno mi ha mai chiesto cosa fosse per me la felicità. Lo so cosa pensate: “Che vita triste deve aver vissuto questo povero ragazzo per dire cose del genere?”. E invece no, non sono meno triste di quanto non lo siate voi e vi sembrerà molto strano, ma molto probabilmente nessuno o quasi, vi ha mai chiesto cosa significa per voi quel termine tanto inflazionato quanto criptico.

Dal latino: felicitas, deriv. felix-icis, “felice”, la cui radice “fe-” significa abbondanza, ricchezza, prosperità. Quindi — da sempre — releghiamo la felicità all’ottenere un qualcosa, al soddisfacimento di più bisogni e / o desideri. Ma è davvero così? La maggior parte di noi passa gran parte della propria esistenza a rincorrere la vera felicità. Altri invece non ci provano nemmeno e addirittura c’è chi crede che sia qualcosa di dovuto, quasi un diritto costituzionale inderogabile.

Per altri, la felicità è un dovere a cui adempiere a tutti i costi e guai a non portare a termine la missione. “Devi essere felice!” è una delle cose che probabilmente vi sentite dire spesso. Ma che cos’è per voi? Un attimo? Un periodo? Un simbolo? Un immagine? Una persona? Ci importa davvero saperlo? Se ne dicono troppe, molti luoghi comuni, paradigmi triti e ritriti, niente di nuovo insomma, o niente che desti davvero il nostro interesse.

Felicità è un bicchiere di vino con un panino. A qualcuno farà sorridere, ma per secoli abbiamo immaginato che l’esempio perfetto di felicità fosse racchiuso in questa semplice frase — piuttosto grottesca a dire il vero — ma se non bastasse? In una società sempre più pretenziosa, fatta da persone che collezionano views e likes a manetta, basta davvero un bicchiere di vino e un panino con la mortazza a fare la differenza?

Siamo insoddisfatti perché sappiamo di poter avere sempre di più, e anche se non possiamo permettercelo lo esigiamo con rigore. Le parole “io” e “voglio” sono forse le prime due parole che impariamo a pronunciare. L’idea tanto bucolica quanto gaia che la felicità — con annesso amore e torte di arcobaleno — sia nelle piccole cose può anche andare a farsi benedire.

La verità è che la felicità esiste solo e soltanto se esiste la tristezza, cioè la “mancanza” di tutto ciò che ci soddisfa e ci fa “stare bene” ( nel senso più generalista del termine ). Non ci chiediamo mai cosa sia la felicità ma ci chiediamo sempre e di continuo il perché della nostra tristezza: “perché a me?” oppure “cos’è che non va?”. Bingo!

Dovremmo immaginare la felicità eterna come il pass per un party molto esclusivo a cui non siamo stati invitati ma in cui ci imbuchiamo per provare — per una sola sera — l’ebrezza di essere quello che non siamo. Oppure come un vestito bellissimo che ci sta stretto ma che cerchiamo a tutti i costi di farci entrare, anche se sappiamo benissimo che non accadrà mai e che se anche ci riuscissimo ci starebbe tremendamente male.

Il fatto è che essere tristi e insoddisfatti è un diritto tanto quanto essere felici, ed è al contempo un dovere. Se non fossimo frustrati, non avremmo la spinta giusta per essere migliori. E’ anche vero che c’è chi annega nella propria bile, ma a quel punto, credetemi, basta un barattolino Sammonatana, due cucchiaini, e passa la paura. Se solo smettessimo di auto-convincerci che la felicità è la chiave di tutto, allora — forse — riusciremmo a godercela davvero, la vita. Perché la felicità non è la destinazione, ma il viaggio.

Quindi semmai vi chiedessero — cosa molto improbabile — “Cos’è la felicità?” potrete rispondere con un sonoro “STICAZZI!”. Perché alla fin fine, a chi importa davvero? L’importante è la consapevolezza che anche se siamo tristi, frustati o insoddisfatti, non significa che ci è stata negata la felicità, è che forse quel vestito tanto stretto non fa per noi, e che possiamo accontentarci anche di indossare qualcosa di diverso per una buona volta, non è la fine del mondo.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.