IT — la ricetta vincente made in 80's

Una paura che dopo ventisette anni si risveglia dal lungo sonno e, dai recessi di noi stessi, torna in superficie.

It, il remake della miniserie del 1990, firmato Andrès Muschietti ha incassato, in una solo week end, 117 milioni di dollari, battendo il record di film con incassi più alti al box office, in tutta la storia del cinema horror.

Pennywise si risveglia, ha bisogno di nutrirsi, e per farlo, sfrutta le paure degli abitanti della cittadina di Derry, in particolar modo dei bambini, facendo alle volte solo percepire la sua presenza, fino a poi afferrarli, in tutta la sua crudeltà.

Ma cosa accomuna questo film, con diversi altri usciti negli ultimi anni? Gli anni ’80. Proprio così, quel glorioso e prospero periodo per la produzione hollywoodiana che ha ispirato grandi pellicole come The Terminator; Star Wars; Predator; Blade Runner; Robocop; La storia infinita, e tanti altri.

Si sa che ultimamente il cinema d’oltreoceano sta attraversando una notevole crisi che, evidentemente, consiste in un mancamento di originalità; più semplicemente, si fatica a produrre storie che abbiano quel che di originale che faccia, in qualche modo, riempire le casse.

E allora che si fa? Si investe in ciò che ha portato gloria e incassi a Hollywood: gli anni ’80 hanno segnato la generazione dell’epoca, in tutti i sensi; dagli usi, costumi, dalla società che stava mutando, dai giovani che, grazie a questi film ha potuto sognare quel futuro fatto di macchine volanti e di intelligenze artificiali, che avrebbero rivoluzionato per sempre la nostra esistenza.

Ora, mischiamo questi fattori con It, anzi, con i così detti perdenti, o anche, in questo caso, i New Kids on the Block.

Chi sono? Sette ragazzini, uno più sfigato dell’altro, e perfettamente incanalati in quel che era il contesto giovanile di quegli anni.

Una particolarità: allora l’approccio alla paura era ben diverso da quello di oggi, ci si spaventava molto più facilmente e ci si impressionava con poco.

La società odierna è iper veloce, senza tempo, né pazienza, e ci ha portati a fortificare queste paure, generando però, d’altro canto, una sinistra passività.

Nel film, Andrès Muschietti ha ben coordinato i ragazzi, creando tra loro una sana e verosimile interazione, facendo sì che le loro paure, ma anche il loro coraggio, si unissero a combattere il pagliaccio mutaforma.

Sono nella prima fase adolescenziale, quella forse dove avviene, o meglio, si razionalizza, l’incontro con i nostri demoni interiori, perché tutti ne abbiamo almeno uno.

In quell’età fanno ingresso, di solito, anche le prime pulsioni sessuali; Muschietti ha tenuto conto anche di questo.

Il loro approccio alla paura, il loro fronteggiarla, il loro stare insieme, ricordano molto i bambini de I Goonies; e quelli della recente serie TV Stranger Things.

Non a caso, forse, uno dei suoi protagonisti, l’attore Finn Wolfhard, è anche uno dei sette losers, Richie Tozier.

Cosa dire del protagonista? Pennywise ha un nuovo volto, quello del ventisettenne svedese Bill Skarsgård, dallo sguardo pressoché inquietante.

Il suo It è riuscito, come riusciti sono i tempi nei quali è collocato: alcuni jumpscare, ma non troppi, e una presenza che, anche se “assente”, si percepisce in quasi ogni frame.

Una delle particolarità che caratterizza questo nuovo volto della paura, è la capacità dell’attore di guardare, in due punti distinti, nello stesso momento: nella scena dove Pennywise, dal tombino, parla con Georgie, si vedono chiaramente gli occhi del pagliaccio guardare in direzioni diverse, una verso Georgie, l’altra verso la macchina da presa; Muschietti non poteva farsi sfuggire questo dettaglio.

Questo It vuole risvegliare quelle paure che dormono in noi, vuole resuscitarle dal lungo letargo nel quale, nel tempo, sono sprofondate.

Un sonno causato forse dal cambiamento dei tempi, della società, della nostra sensibilità, o forse anche dal cinema horror americano che, ora, propone molte minestre riscaldate.

Questo è il motivo per cui la ricetta made in 80’s, ancora una volta, funziona: avevamo bisogno di un ritorno a un certo approccio al cinema, ma ancora di più a un certo approccio alla paura, a quella sana, genuina, quella che, senza chiedere permesso, ti invade il cervello, “razziandolo”, in un certo senso.

Ne abbiamo abbastanza di pellicole con splatter a gogo, ora vogliamo un ritorno a quella paura.

It non delude le aspettative: fa tornare a quel concetto di paura, a quella società e, infine, i New Kids on the Block hanno spazio maggiore nella storia che, tuttavia, non ne toglie a Pennywise.

Francesco Sarri

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