Irish town.

Volevo aprire il mio primo post parlando di casa. Molti sono affascinati da chi viaggia, dalla loro voglia di libertà; dalla loro capacità di lasciare tutto, gatto, letto, cucina, amici, fidanzati, mamme; dalla loro indipendenza, dal loro coraggio…ma in realtà, anche loro, alla fine sotto sotto, in segreto, cercano casa. Tutti. Anche quello che sembra un figo che parte da solo. Soprattutto chi parte da solo.

Io sono partita due settimane fa da sola ma non troppo, per quattro mesi di tirocinio qui a Dublino. Quindi, casa nuova, lavoro nuovo, vita nuova, così, d’improvviso. Tipo Terry e Maggie che un secondo prima erano a fare la pasta in casa, poi mignolino, eh! e sono a ballare sul cubo. Tipo così. Giuro che era esattamente l’immagine che avevo in testa i giorni prima di partire…Per dire, no, la maturità. Ah, a proposito, ho 29 anni. Ho voluto fare questa esperienza perché era tutta la vita che volevo farla, ma ho aspettato ad avere una relazione stabile, una casa arredata, una macchina e un lavoro a tempo indeterminato, per lasciare tutto e andarmene. Per dire no, la maturità.

Partiamo dalla casa nuova: Avete presente le classiche case in stile inglese? quelle su due piani, con la scala massiccia in legno, dipinta di bianco che vi si presenta appena entrate in casa? Il letto a una piazza e mezza con un finestrone gigante a fianco? bom, vivo letteralmente nella casa dei miei sogni da bambina, quando di pomeriggio guardavi Beverly Hills. Non è casa mia, lo so, non è la mia vita, lo so, ma è come un regalo, una cura, un innesto. Che gran peccato non rinascere più volte, ho sempre pensato. Vivere più tipi di vita, più tipi di professioni, più luoghi, più quotidianità. Quindi questo periodo lo penso come un innesto di vita nella mia. Casa è anche il posto che immaginavi quando eri svaccata sul divano mentre avevi 12 anni.

Casa è una famiglia: Non dev’essere per forza la tua. Basta una famiglia che ti accolga, che “look after you” come dicono qua. A proposito, facciamo un appunto sui phrasal verbs. Sappiate che non sono d’accordo con questa cosa che aggiungiamo le particelle e la parola che prima significava una cosa, poi d’improvviso si trasforma. Ma come vi è venuta quest’idea? Senza essere una linguista, posso immaginare lo sviluppo degli eventi: i primi lord delle caverne avevano tre verbi per le faccende di base, come get the clava, put l’acqua sul fuoco e go a pescare. Poi nell’evoluzione, nella complessità della vita moderna avete dovuto aggiungere i pezzettini per rappresentare meglio la realtà. E quindi get è diventato “tu stai get ahead ma non abbastanza”, put è diventato anche “put down la tua stanza che fa schifo” e go “go on a diet”; dev’essere stato così, se no non me lo spiego. Ho capito, ma inventarsi due verbi in più per non farci impazzire? Anche perché qua mi sembra che abbiate fatto la figura di quelli che fanno il regalino vicino al regalo perché gli sembrava troppo poco. Capito no, cosa intendo?

Chiudo la parentesi e mi rassegno a studiarli, però sappiate che non sono d’accordo. In ogni caso, volevo dire che “look after” vi è riuscito bene,è uno dei pochi che amo. Perché “look after” è qualcuno che guarda dopo di te, qualcuno che guarda dove vai, anche quando lui o lei non c’è. La mia famiglia irlandese fa così: scrive il mio nome sul piatto della cena, per non confondermi in caso loro non ci sono e il papà mi fa dei disegni accurati delle strade e dei bus che devo prendere per andare nei posti. Poi mi perdo lo stesso, ma quello è un problema mio.

Casa è una persona: 5 anni fa sono stata due mesi in India per un progetto di volontariato sul microcredito. Progetto mai partito, ma un viaggio di svezzamento. Lì ho conosciuto Monica, l’unica italiana del gruppo, che tra le litigate furiose in italiano maccheronico con i referenti dell’organizzazione, è diventata la mia persona di riferimento lì. Forse perché parlava italiano, forse perché lei era Monica ed io Anna. In questa spedizione non sono completamente da sola, insieme a me ci sono altri 7 ragazze e ragazzi italiani. Tra loro c’è Emma. Emma, qui, la mia persona di riferimento, quindi se mi succede qualcosa, chiedete a lei. Parlano tutti italiano, ma lei con me, parla più italiano di tutti.

Casa è una lingua: Mio fratello ogni tanto imita mia madre. Anche senza imitarla davvero con il corpo o con la voce, ogni tanto, tira fuori le sue frasi più celebri. Ora che sono qui, le scrive su Whatsapp e riesce a riportarmi lì, esattamente dove sono loro, solo con un messaggio. Come una lingua madre, che sai, che hai. Come la Ginsburg in Lessico Famigliare:

“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico”, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole. Una di quelle frasi o parole ci farebbe riconoscere l’uno con l’altro, noi fratelli, nel buio di una grotta, fra milioni di persone. Quelle frasi sono il nostro latino, il vocabolario dei nostri giorni andati, sono come i geroglifici degli egiziani o degli assiri-babilonesi, testimonianza di un nucleo vitale che ha cessato di esistere, ma che sopravvive nei suoi testi, salvati dalla furia delle acque, dalla corrosione del tempo. Quelle frasi sono il fondamento della nostra unità familiare, che sussisterà finché saremo al mondo, ricreandosi e resuscitando nei punti piú diversi della terra, quando uno di noi dirà — egregio signor Lippman — e subito risuonerà al nostro orecchio la voce impaziente di mio padre: “Finitela con questa storia! L’ho sentita già tante di quelle volte!”

Casa è una serie di Netflix col tuo fidanzato, nello schermo condiviso di Skype.

Casa è esattamente la casa sull’albero. E qui in Irlanda, non sono ancora riuscita a costruirmela, avrò tempo di nuovo di rifarla, ora non so se ne ho voglia realmente.

Casa è l’italia. e con questo, sapevo avrei dovuto farci i conti prima o poi. per un sacco di volte, avrei voluto che la mia cultura fosse un’altra, per un sacco di tempo ho guardato verso altri popoli con un senso di ammirazione, scuotendo sempre la testa verso i nostri difetti più imbarazzanti. In realtà, appartenere ad una cultura, nel mio caso, essere italiana, è come convivere da 30 anni con tuo marito che vedi in mutande ogni mattina tra uno sbadiglio e un altro e di cui sai anche le manie, se è razzista, sociopatico o tirchio. Insomma, lo conosci e ti vergogni anche di certe cose. Sono stata una moglie imbarazzata in pubblico per un sacco di tempo. Ora, qui,In Irlanda, ho smesso. Perchè in fondo, che ne sanno gli altri dell’amore e del conforto scambiato in tutti quegli anni? Che ne sanno in fondo, gli altri, dell’umiltà di Benigni nel prendere due oscar, della poesia di Pino Daniele, dell’accento romagnolo, della nostra necessità di cenare insieme, di Franca Rame, degli straccetti di mozzarella di bufala…o magari ne sanno, ma non lo sanno come la so io, l’Italia.

Casa è un rito: per qualcuno è il caffè, per qualcuno è la corsa, per altri è leggere l’Ansa la mattina. Per me è la riga nera sulla palpebra con l’eye liner. Basta avere quello e mi ricordo di me, mi riconosco. Sono salva, sono a casa.

E’ sempre un bene partire da soli, perché tu non lo sai, ma stai cercando casa. E quando cerchi casa, trovi sempre qualcosa di buono.