11 Maggio 2017, ore 8:55 am:

-Morning-how-r-u have you bought the charger for your camera yesterday?

-No, I don’t…

-But yesterday morning I said to you to buy it. Go now! Have you got here your camera?

-No, because…

-Oh Christ! Find a solution, otherwise tomorrow you can’t come with me.”

Grazie e buongiorno a tutti. Alle 8.56 am ho iniziato to find a solution alla situazione scomoda di essere una stagista in un’agenzia fotografica ed aver lasciato il carica batterie della tua Nikon a casa…a casa in Italia. Don’t panic. Sei in un’agenzia fotografica no? Ce l’avranno un carica batterie compatibile con la tua macchina! E allora chiedi, guarda, sposta, controlla gli inventari, scruta il magazzino, infilati, apri, perlustra…No, loro usano solo Canon. Il solito culo. Allora torni su, cerchi caricatori nei negozi a Dublino, ma costano tutti troppo. L’unica salvezza è, ovviamente, Amazon. Che però non ti salverà in tempo per domani mattina. 
But don’t panic: La lucidità è importante. Questi fanno foto, ce l’avranno una macchina da darti! E se non ce l’hanno, amen, sei una stagista in fondo, e nessuno può forzarti a portare la tua strumentazione a lavoro. Ecco, questo è come dovrebbe essere il mondo “in teoria”. 
Nella pratica: Punto 1. Uno che lavora lì mi ha detto che probabilmente tutte le fotocamere sono impegnate. Punto 2. “Sei-una-stagista-in-fondo-ecc-ecc-ecc”, ecco. Lo stage è fatto per imparare qualcosa. Dovrebbero saperlo, di base, le aziende, ma per la maggior parte delle volte, c’è un grosso problema di Alzheimer a riguardo. Ma tu te lo ricordi. Soprattutto dopo che hai passato le prime tre settimane a scannarizzare foto dell’archivio fotografico, a ritoccarle, a caricarle sui siti di foto-stock e a mettere key words su ognuna di loro…ora, sei disposta anche a comprarti tutta la strumentazione pur di fare qualcosa. La dura legge dello stagista. 
E quindi, don’t panic: La cooperazione è importante. Non bisogna vergognarsi di chiedere aiuto, basta farlo nei giusti modi. Quindi parli della tua drammatica situazione con qualsiasi persona circoli in ufficio, coinvolgendo, con delicatezza e riservatezza anche gli oggetti inanimati che vivono intorno a te e finalmente trovi una che ha una Nikon. Che però non ha il carica batterie compatibile con il tuo modello, ma che comunque decide di prestarti macchina ed obiettivo per domani! Sudata e con la lucidità rimasta solo sulla pelle del naso, la ringrazio tantissimo e la guardo come frate maronno guarda i vetri sacri. Bom, devo solo andare a recuperarla dopo lavoro dall’altra parte della città. Non importa. Fantastico. Bene. Ce l’ho fatta. Comunico alla boss che domani sarò pronta alle 7 di mattina per scattare. Bom.

Venerdì 12 Maggio ore 7 am

“I am cought in there in 10 minutes”.

E va bene, l’importante è che non sono in ritardo io. Ha detto che faremo colazione qui. Arriva. Andiamo al check in per la colazione e lei dice che non importa se non trovano il nostro nome, “tanto non la facciamo”. Tanto n-o-n l-a f-a-c-c-i-a-m-o. Si gira appena verso di me e dice:
 “You don’t mind if…ah sure,she doesn’t mind!”. 
 La seconda parte del messaggio l’ha detta al desk senza guardarmi. Ora. Io senza colazione non campo. Non vivo. Mi rovina tutta la giornata se non bevo caffe e non mangio. Io lo sapevo. 
 “WE are in late, so we won’t have breakfast!”. Ora, WE è sbagliato. Io alle 6.55 am ero on time, YOU were in late. Ci buttiamo su una sedia, mi dice: “Togliti subito la giacca così non sembra che siamo appena arrivate, dai, (si, penso che questa frase l’abbia detta in italiano), metti la card nella camera, dev’essere tutto pronto!” e mentre lo dice mi dà una SUA macchina fotografica. Una dell’agenzia. Una che ha portato lei. Quindi c’era. QUINDI C’ERA! Con gli occhi iniettati di sangue, una voce e una permanente grossa come quella di Tina Turner vorrei urlarle in faccia “You’re simply the best!”, ma invece mi limito a dire con una voce sottilissima “Thank you”, che comunque non ha sentito perché era occupata a dire altre cose in un ir-lish velocissimo e a bassa voce, alle 7 del mattino. Va bene. Mi dà in mano il flash esterno, non spiegandomi assolutamente niente e va via. Bo. Trovo una card nel suo zaino (io ne avevo preparate due da mettere nella macchina che mi avevano prestato, ma non importa), controllala, prova un po’a montare il flash ed emulala. Se riesci a vederla. Perché lei è sparita e tu hai ottocento borse che ti ha lasciato che devi mettere da qualche parte. Sistemi tutto e ti aggiri un po’ con le tue All star consumate in questo hotel da super ricchi e finalmente la trovi. In pratica bisogna fotografarli mentre LORO, in piedi come degli stronzi, FANNO COLAZIONE. Non riesco assolutamente a capire le impostazioni del flash, quindi vado da lei e le chiedo. Smanaccia qualcosa e mi dice: “Il mio zaino è in un angolo, vai, trova un elastico e mettici su un pezzo di carta bianco”. Non le ho chiesto dove sia, perché lo so, prima ho visto uno zaino nero come il suo dietro una porta. Meno domande le fai e meglio è. Sono proprio brava. Mi dirigo verso quello che credo essere il suo zaino ed invece no. Non è il suo. In questo posto ci sono un sacco di angoli con un sacco di zaini e sacche di strumentazioni tecniche lasciate per terra. Inutile dire che tornare da lei e chiederle in che diavolo di angolo l’abbia messo è fuori discussione e comunque non la vedo neanche più. Quindi mi aggiro, furtiva, con lo sguardo verso basso e con la pressione ancora più bassa per la mancanza di colazione a cercare il suo maledetto zaino. Vi ricordate Anne Hathaway ne “Il diavolo veste Prada”. In quel momento mi sentivo esattamente così. Ma anche un po’ lo stagista di Boris. Ed anche un po’ Gollum alla ricerca del tesssoro. Ed anche un po’ il Gobbo di Notre Dame. Insomma, in mezzo a quella massa di ricconi che lavorano dalle 7 di mattina per migliorare la loro produttività, io mi sentivo un po’ tutti gli sfigati del mondo. In ogni caso, lo trovo, chiedo un pezzo di carta dal ragazzo indiano che appende i cappotti e lo metto sul flash. Il flash comunque sarà il protagonista della mia giornata. Il protagonista di tanto odio. A volte andava, a volte no, a volte era scarico, a volte no, uno schifo. Ho provato a guardare anche dei tutorial andando in bagno, ma avevo l’ansia che in quel momento lei mi stesse cercando e quindi non c’ho capito niente. E sono solo le 9 am. 
 Ora, sul flash, davvero, non c’ho capito nulla. Sul mettersi in ginocchio per fare le foto, sì, almeno su quello, ho potuto copiarla. Insomma, il gioco del fare le foto alle conferenze è andare il più vicino possibile al soggetto, senza dare nell’occhio. Verso la fine, un relatore ha fatto alzare due dal pubblico e prontamente, come un alfiere negli scacchi, mi sono seduta al loro posto per fotografare meglio la scena e lì Merily Streep mi ha alzato il pollicione. Bom. Non è stata questa però la soddisfazione della giornata. Intorno alla metà della mattinata, mentre ero visibilmente incazzata col flash e col fatto che ero lì senza avere nessuna dritta su cosa dovessi fare, mi sono sentita battere sulla spalla, mi giro e il tecnico del video, un signore sulla cinquantina, mi dice semplicemente: “Smile.” Ed ho sorriso, per la prima volta, in modo sincero da quella mattina. Alla fine del lavoro, ha voluto darmi anche qualche consiglio sul maledetto flash esterno. 
 E’ una delle tante prove della mia personale teoria. Ovunque ti trovi, in qualsiasi situazione difficile ti troverai, ci sarà sempre qualcosa che si accorgerà di te e si occuperà, a suo modo, di te. Bisogna sempre tenere a mente questo, quando stai per partire per un lungo viaggio. E’ la fiducia nel genere umano e la voglia di migliorarti che ti spinge a muoverti dalla tua zona di comodità, dalla tua confort-zone. Senza queste due cose, nessuno partirebbe mai, nessuno si spingerebbe oltre, nessuno oserebbe. 
 Un’altra soddisfazione è stato il buffet rimasto alla fine.

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