Going back home

Two years ago I was ready to leave for Paris. I wrote this small essay for getting a scholarship, trying to imagine my life once I had to come back. I guess everyone who lived abroad can feel something like this. Here is the English translation, followed by the original in Italian.

Going back home. Or better, going back to that place which until two years ago I called home, but which I can now barely recognize. So many things changed in these two long years, certainly the most intense and training ones of my life.
Going back home. Suddenly stopping being who I was until yesterday, and walking back in those shoes I had taken off more than 700 days ago, and that I thought I had removed forever.
Going back home. As Odysseus himself had done thousands of years before me, returning with a new consciousness: that my life is not contained in that “corner of Earth” called Trentino, that the world is incredibly vast and that, wherever I go, there will always be a place ready to be called “home”.
Because, after all, “home” is not four walls and a roof; “home” is the set of emotions, sensations and feelings that bind me to someone so inseparably that I could believe that my world ends there, that I do not need anything more from life.
August 2015: Two years ago I was in Trento, almost everything had yet to begin, I was just laying the groundwork for what would have come in the future. What then happened between that day and today, I could enclose it in a metaphor: a dip deeper into the unknown where, however, as I was swimming in this mysterious sea, I could find more and more anchors that made my way balanced and stable.
It’s been like this my EIT: a radical change, where I abandoned my everyday life, my friends, my family, my hobbies to reach something new and undefined. There I found an “uncontaminated” world, totally disconnected from my previous life, but gradually I began to populate it and fill it with friendships, bonds, exchanges of affection, habits almost to no longer distinguish it from what I had left.
A world in which no longer mattered what I had been before arriving, but only who I was at that moment: it seemed to go back to elementary school when, on the first day of school, I was surrounded by strangers and did not know who would have become my friend, who would have betrayed me, who would have given the soul for me.
By returning with my mind to those early days I can realize it: we became friends because we were different within different ones. We didn’t have common interests, we came from different cultures and habits — even contradictory — and yet with time differences have thinned, the gaps flattened, curiosities became a common trait and what before distanced us became our strength.
We started from scratch and we grew up together, learning from each other until you get to become kind of dependent, but this experience at some point had to finish.
An experience that can be described as an “adventure”, from the Latin advenīre, that is an unexpected and risky future, but that was such only for a few hours after arriving in the “foreign” land. It’s true, the actual experience abroad was completed, but its aftermath, its effusions, its positive effects (and not) will be with me for a lifetime.
Both in terms of friendships because, in these months, I have met a myriad of fabulous people, each one with different facets, each one with that sparkle in the eyes, each one with that hunger to learn and discover, to live life. And in terms of internal change, because what I am now is a different person than the one who left.
But now comes the hardest part: taking back what I had left two years ago, re-adapt to the “old life”, the “old university”, the “old relationships”, but being aware of the consciousness and knowledge acquired during this experience.
Another effort, after the one of taking the risk and leaving, in order to get used to the rhythms of the life in Trento, to regain possession of a city I do not recognize as my own, to renew relationships that were dormant for some time.
And at the same time, looking at the sky and keeping in the eyes the vivid colors of breathtaking views and the smiles on the faces of your friends; sniffing the air and evoking the flavors of different cultures; being quiet and hearing the voices of chaotic foreign languages.
Seeing daily life with other eyes, with new eyes, full of hope, full of desire to leave everything again and head to other destinations.
Now I see “future” written in the word ‘EIT’: this is where I begin to build my future, starting with a mind full of knowledge and an extremely open mindset.
It’s true, there is a risk of having a “shock” when getting back and suffering a “trauma”, not being able anymore to adapt to my life in Trento, but I do not think so.
Instead, I believe that I have acquired a broad and diverse background and I am able to face any challenge, any distance, any future experience with a smile on my face, sure my abilities will allow me to emerge victorious.
This is my idea of EIT: preparing for the future life without preventing anything and, once finished the path, turning back and looking at how much I changed, then looking ahead towards new horizons.”


Tornare a casa. O meglio, tornare a quella che fino a due anni fa chiamavo casa, ma che ora riesco a fatica a riconoscere. Sono cambiate così tante cose in questi due lunghi anni, sicuramente i più intensi e formativi della mia vita.
Tornare a casa. Smettere d’improvviso di essere ciò che sono stato fino a ieri, e riprendere i panni che avevo svestito oltre 700 giorni fa, e che ormai credevo essermi tolto per sempre.
Tornare a casa. Come aveva fatto Odisseo migliaia di anni prima, tornare con una nuova consapevolezza: che la mia vita non è racchiusa in quell’angolo di Terra chiamato Trentino, che il mondo è incredibilmente vasto e che, ovunque andrò, ci sarà sempre un posto pronto ad essere chiamato “casa”.
Perché in fin dei conti “casa” non è quattro muri ed un tetto; “casa” sono l’insieme delle emozioni, delle sensazioni, dei sentimenti che mi legano a qualcuno in modo inscindibile, a tal punto da poter credere che il mio mondo finisca lì, che non mi serva altro nella vita.
Agosto 2015: due anni fa mi trovavo a Trento, praticamente tutto doveva ancora cominciare, stavo solo gettando le basi per ciò che sarebbe stato. Ciò che c’è stato poi tra quel giorno ed oggi potrei racchiuderlo in una metafora: un tuffo nell’ignoto più profondo dove però, man mano che nuotavo in questo mare sconosciuto, trovavo delle ancore che mi rendevano il percorso sempre più saldo.
E’ stato così il mio EIT: un cambio radicale, in cui ho abbandonato la mia quotidianità, le mie amicizie, la mia famiglia, i miei passatempi per approdare verso qualcosa di nuovo e indefinito. Lì ho trovato un mondo “incontaminato”, totalmente slegato dalla mia vita precedente, ma pian piano ho cominciato a popolarlo e riempirlo di amicizie, legami, scambi d’affetto, abitudini fin quasi a non distinguerlo più da ciò che avevo lasciato.
Un mondo in cui non contava più ciò che ero stato prima di arrivare, ma solamente chi ero in quel momento: ecco che sembrava così di tornare alle elementari quando, il primo giorno di scuola, mi trovavo attorniato di sconosciuti, e non sapevo chi di loro sarebbe diventato mio amico, chi mi avrebbe tradito, chi avrebbe dato l’anima per me.
Tornando con la mente a quei primi giorni riesco ad accorgermene: siamo diventati amici perché eravamo diversi tra i diversi. Non avevamo interessi in comune, venivamo da culture differenti con abitudini addirittura contrastanti: eppure con il tempo le diversità si sono assottigliate, le differenze appiattite, le curiosità accomunate e ciò che prima ci distanziava è diventato il nostro punto di forza.
Siamo ripartiti da zero e insieme siamo cresciuti, imparando l’uno dall’altro fino ad arrivare a non saperne fare più a meno: ma anche questa esperienza ad un certo punto doveva terminare.
Un’esperienza che si può definire “avventura”, dal latino advenĩre, cioè un futuro imprevisto e rischioso, ma che è stato tale solo fino a poche ore dopo l’arrivo in terra “straniera”. E’ vero, l’esperienza effettiva dell’EIT si è conclusa, ma i suoi strascichi, le sue effusioni, i suoi effetti positivi (e non) li porterò con me per tutta la vita.
Sia a livello di amicizie poiché, in questi mesi, ho incontrato una miriade di persone favolose, ognuna con delle sfaccettature diverse, ognuna con quella scintilla negli occhi, ognuna con quella fame di conoscere e scoprire, di vivere la vita. Sia a livello di cambiamento interiore, poiché quello che sono ora è un’altra persona rispetto a quella che è partita.
Adesso arriva però la parte più difficile: riprendere ciò che avevo lasciato due anni fa, riadattarmi alla “vecchia vita”, alla “vecchia università”, alle “vecchie relazioni”, carico però della consapevolezza e delle conoscenze acquisite durante questa esperienza.
Un altro sforzo, dopo quello fatto per rischiare e partire, per riabituarmi ai ritmi della vita di Trento, per riappropriarmi di una città che non riconosco come mia, per riallacciare rapporti ormai sopiti da tempo.
E allo stesso tempo, guardare il cielo e portare negli occhi i colori vividi di panorami mozzafiato e i sorrisi sui volti dei tuoi amici; annusare l’aria e rievocare sapori di culture diverse; stare in silenzio e sentire il vociare caotico di lingue straniere.
Vedere il quotidiano con altri occhi, con occhi nuovi, carichi di speranza, carichi di voglia di lasciare tutto un’altra volta e ripartire per altre mete.
Ora nella parola EIT vedo scritto “futuro”: è da qui che devo cominciare per costruirmi l’avvenire, partendo da un presente ricco di conoscenze e da un’apertura mentale estrema.
E’ vero, c’è il rischio che soffra eccessivamente lo “shock” di essere tornato e subisca un “trauma”, non riuscendo più ad adattarmi alla mia vita a Trento, ma non credo.
Credo invece di aver acquisito un background ampio e diversificato e di poter affrontare qualunque sfida, qualunque distanza, qualunque esperienza futura con il sorriso stampato in faccia, sicuro che i miei mezzi mi permetteranno di uscirne vincitore.
Questa è la mia concezione di EIT: prepararmi alla vita futura senza precludermi niente e, una volta terminato un percorso, voltarmi e osservare quanto sono cambiato, per poi guardare avanti verso nuovi orizzonti.”