Napoli, le app e le tasse di Apple
Apple apre un centro di ricerca per “app” a Napoli. Annuncio urbi et orbi in pompa magna. Immancabili Renzi, Cook e compagnia osannante.

“Si tratta di una grande opportunità, di un grande investimento che potrà portare a Napoli 600 posti di lavoro” (cit. corriere della sera)
Al netto delle inevitabili “giornalate scendiletto” che aggregano le paroline magiche “sud”, “investimento” e “posti di lavoro“ occorre che qualcuno sottolinei come le “app” possono essere progettate e sviluppate anche da piccoli e piccolissimi team al lago, al mare e in montagna. In un garage o in un appartamento a Torino o Caracas.
Dovunque arrivi una infrastruttura di connessione digitale.
Le competenze necessarie si trovano in rete e di personale capace non c’è certo penuria. Una buona idea, un ingegnere, un esperto di GUI e un paio di uomini da codice. Non serve altro (semmai basta anche meno).
Molte della App di maggiore successo del resto non sono certo nate da team di dimensioni colossali, ci sono casi evidenti che lo testimoniano, senza tema di smentita.
Il cervello umano del resto vive di connessioni, ed è di poco tempo fa la notizia che Apple ha accettato di pagare 318 milioni di Euro a fronte degli 880 milioni di Euro di IRES contestati dall’Agenzia delle entrate. Vi scatta qualche connessione? 8)
Io preferirei che Apple pagasse al nostro stato tutta l’IRES dovuta. Le app siamo perfettamente in grado di svilupparcele da soli, senza tanti “centri” utili più che altro per scalare — con poca fatica — le prime pagine dei giornali.