Paolo Cognetti: “Le idee nascono dal silenzio e dalla solitudine”

(Questa intervista è uscita su melty.it)

“Madame Bovary c’est moi”. Ebbene sì, i giornali francesi hanno addirittura scomodato Gustave Flaubert per descrivere la sublime capacità di Paolo Cognetti nell’interpretare l’universo femminile, le sue angosce, le sue incertezze. Sofia si veste sempre di nero (minimum fax), il “romanzo di racconti” che l’ha catapultato nella dozzina dei finalisti del Premio Strega di tre anni fa, ha messo d’accordo tutti anche in Francia, un’ulteriore dimostrazione del fatto — qualora ce ne fosse bisogno — che questa giovane promessa della letteratura italiana ha ormai raggiunto la sua consacrazione. Ma non è un buon motivo per tirarsela: “Se non sono in giro per i boschi, mi trovate al seguente indirizzo mail”, scrive tra le note del suo blog essenziale e appassionato questo ragazzo barbuto dalla voce sobria e controllata, dai modi d’altri tempi. Paolo, nato a Milano nel 1978, preferisce la montagna della Val d’Aosta e il tempo per riflettere al ritmo caotico della metropoli che non ti concede mai la chance di mettere alla prova il tuo coraggio di affrontare la solitudine; i buoni libri — il suo saggio A pesca nelle pozze più profonde (minimum fax) è un’ode alla bibliofilìa militante — all’uso compulsivo dei social network. Anche se, spesso e volentieri, un salto a New York se lo concede, una città che ama e alla quale ha anche dedicato due libri: New York è una finestra senza tende (Laterza) e la guida Tutte le mie preghere guardano verso ovest (EDT). Tra qualche giorno uscirà in libreria il suo nuovo romanzo, Le otto montagne (Einaudi), i cui diritti sono stati già acquistati da 25 editori stranieri.

Ho letto che hai cominciato a studiare matematica all’università. Alla fine ti sei ritrovato scrittore. Cosa hanno in comune queste due “discipline”, secondo te? L’immaginazione, soprattutto. Un matematico usa numeri e simboli così come uno scrittore usa l’alfabeto e la punteggiatura, ma nella sua testa ci sono mondi, personaggi, relazioni. E c’è un mistero da provare a risolvere con gli strumenti che ha. Per farlo serve rigore ma anche molta fantasia, che è la qualità più importante per un matematico. Insieme alla capacità di astrarsi da tutto quello che c’è intorno e seguire il filo di un pensiero. Non sono anche i talenti di uno scrittore?

Vai spesso a New York — hai scritto anche un libro, una guida della città e curato un’antologia di racconti sulla Grande Mela— e ripeti spesso che i tuoi modelli sono gli scrittori americani. Qual è la differenza tra la letteratura d’oltreoceano e quella europea? Quella americana, o almeno la letteratura americana che piace a me, è una letteratura umile e sporca di vita. Con quella europea, al contrario, ho spesso la sensazione di una superbia intellettuale, di una distanza dalle cose, di una scrittura che nasce nel chiuso di una stanza, mentre dovrebbe nascere per strada o nei boschi.

Un’altra tua passione è la montagna — lo testimonia, ad esempio, il tuo libro Il ragazzo selvatico (Terre Di Mezzo). Io penso subito a scenari agghiaccianti tipo la fine di Into the wild. Tu invece no. Ti piace la solitudine? La solitudine mica mi piace così tanto! Ma il fatto è che, mentre molti di noi passano la vita a sfuggirle, alcuni sentono il bisogno di affrontarla e vedere com’è. Io difficilmente riesco a starci bene se sono chiuso in casa, mentre ho scoperto di amarla quando me ne vado in giro per le montagne. Che poi vuol dire non essere soli perché ci sono gli alberi, gli animali, i torrenti, le nuvole, e un intero universo di cose vive intorno a te. Come si fa a sentirsi soli in un bosco?

Leggendo il tuo ultimo saggio è impossibile non notare il tuo amore spassionato per i libri. Nel senso fisico del termine. Sei preoccupato per la minaccia che i libri digitali stanno esercitando su quelli cartacei? No, sono preoccupato per la minaccia che la rete, con le sue forme di socialità e intrattenimento, sta esercitando sui libri. È un attacco massiccio, spietato, di fronte a cui i libri potrebbero soccombere. Basta fare un giro a Milano per accorgersi che non legge più nessuno, e in compenso metà della gente passa il tempo a cazzeggiare con il telefonino. Nei ragazzi questa presenza costante sta sostituendo, o forse ha già sostituito, la lettura di un libro come risposta alla solitudine, al tempo vuoto, alle proprie domande interiori. È questo che è grave. Non stiamo qui a fare i romantici e parlare dell’odore della carta, a me andrebbero benissimo anche gli ebook se fossero la salvezza del libro.

La motivazione principale per cui hai ottenuto il Premio Lo Straniero nel 2009 è la tua abilità nel descrivere l’adolescenza. Cosa c’è di appassionante nell’analizzare e descrivere quel particolare momento della vita? La trasformazione, il cambiamento: è di questo che è fatta una storia. Ogni storia parla di qualcosa che cambia, ovvero di una persona o di una relazione che va in crisi, si trasforma, diventa qualcos’altro. Questo nella vita ci succede spesso ma in particolare, e in maniera molto potente, ci succede nell’adolescenza. Un bambino diventa adulto. È una delle storie più antiche che l’umanità conosca (l’altra credo che sia: un uomo incontra una donna).

Sei da sempre un appassionato di narrativa breve. Pensi che l’indifferenza delle case editrici nei confronti dei racconti stia cambiando? Perché negli Stati Uniti (in particolare con le riviste) il fenomeno è così diffuso e non qui da noi? Un momento: l’indifferenza è prima di tutto dei lettori. Gli editori tendono a pubblicare quello che la gente compra, e se i racconti vendessero bene sarebbero felici di pubblicarne a palate. Sbagli a pensare che gli Stati Uniti siano il paradiso del racconto. Non mi risultano molte raccolte di racconti nelle classifiche americane, se non forse quelle di Alice Munro. È vero invece che laggiù hanno mantenuto la tradizione della rivista, per cui il New Yorker, per citare solo la più famosa, vende un milione di copie alla settimana e in ogni numero pubblica un racconto di narrativa. Per cui ogni settimana c’è un racconto che raggiunge un milione di lettori, che magari lo leggeranno o magari no, ma di sicuro hanno una certa familiarità con questa forma. E forse sono disposti a valutare una raccolta di racconti quando ne trovano una in libreria. Possiamo chiamarla educazione alla lettura?

Durante il nostro scambio di mail mi hai scritto che non ti piacciono molto i social network. Perché? Perché sono la negazione del silenzio e della solitudine. Perché dal silenzio e dalla solitudine nascono il pensiero, le idee, l’arte e tutte le cose più belle che questo povero genere umano sa fare. E invece il gran chiacchiericcio in cui siamo immersi non fa che distrarre, intrattenere, rincoglionire, e in definitiva impedirci di pensare. Facebook è l’oppio dei popoli.