Un amore di Salinger (e di Beigbeder)

J.D. Salinger

(Questo pezzo è uscito su Linkiesta)

Per un tipo dall’ego smisurato come Frédéric Beigbeder — scrittore, critico letterario sul Figaro Magazine, direttore della rivista patinata Lui, fratello di un candidato sindaco alle ultime Comunali di Parigi, re della notte a Saint-Germain, donnaiolo indefesso e perfino regista (ha già diretto due lungometraggi tratti dai suoi libri) — non dev’essere stato facile scrivere un romanzo su qualcuno che non fosse lui stesso. Lo si capisce fin da subito, da quella citazione di Pierre Drieu la Rochelle che precede l’inizio del suo ultimo libro (Un amore di Salinger, Mondadori): “Ho voglia di raccontare una storia. Saprò un giorno raccontare qualcosa che non sia la mia storia?”. Non solo l’autore ce l’ha fatta, ma è riuscito nell’impresa di dedicare più di 300 pagine a un personaggio diametralmente opposto al suo: lo scrittore americano J.D. Salinger, infatti, è probabilmente uno degli artisti meno mondani del suo tempo, uno che dopo aver scritto il suo unico romanzo, Il giovane Holden, si è isolato come un novello Montaigne in una fattoria sperduta nei boschi del New Hampshire dal 1953 fino alla sua morte, nel 2010, scrivendo poco o niente.

Certo, è pur vero che in questo romanzo Beigbeder non ha rinunciato affatto a sé stesso. Lo dimostrano almeno due indizi evidenti: 1) Salinger è il suo scrittore preferito (e “Il giovane Holden” uno dei suoi romanzi di culto); 2) Oona O’Neill, la giovane donna con cui Salinger ha vissuto una breve (e casta) storia d’amore poco prima di partire in Europa per la guerra, non è altri che il simulacro letterario della sua terza (e attuale) moglie Lara Micheli.

Frédéric Beigbeder e Lara Micheli

Il libro, in effetti, è esplicitamente dedicato a lei: “Con la stessa fierezza con cui la mia gatta Kokoschka porta sul cuscino un passero smembrato, insanguinato, ma che respira ancora, depongo questo libro, così come il mio cuore raggrinzito, ai piedi (arcuati e minuti) di Madame Lara Micheli”. Alla stessa Lara Micheli, al loro primo incontro, al loro primo bacio (descritto esattamente come quello tra Salinger e Oona) e al loro primo viaggio insieme è dedicato anche l’ultimo capitolo del romanzo, a sottolineare come in realtà questo libro parli molto anche del suo autore: delle sue passioni letterarie, così come della sua vita privata. Un’attitudine irrinunciabile che gli è stata rimproverata da più di un critico letterario in Francia. Ma bisogna ammettere che Beigbeder ha fatto un bello sforzo se si pensa che nei libri precedenti si è limitato a parlarci della sua famiglia (Un roman français), della sua esperienza di pubblicitario (99 francs), delle sue donne (L’amore dura tre anni), delle sue notti brave (Vacances dans le coma), osando raramente andare oltre. Questa volta, invece, il nostro “egoista romantico” — per citare il titolo di un altro dei suoi romanzi — si è cimentato con successo in ciò che lui stesso definisce, citando la giornalista Diana Vreeland, “faction”. Ovvero: “i personaggi sono reali, i luoghi esistono (o sono esistiti), i fatti sono autentici e le date tutte verificabili, nelle biografie o nei manuali di storia. Il resto è immaginario”. Siamo nel 1940 e Beigbeder ricostruisce con minuzia di particolari — aveva già realizzato un documentario su Salinger — i personaggi e la cornice di questo breve idillio amoroso tra il giovane scrittore in erba — “possessivo, megalomane e irritabile” — e la bella e praticamente “perfetta” Oona, figlia del celebre commediografo Eugene O’Neill, ricostruendone i primi incontri nell’esclusivo Stork Club di New York — bellissima e comicissima, tra l’altro, la loro prima conversazione — e poi l’inizio della loro relazione.

Peccato che ci sia una guerra di mezzo. Nel 1942 Salinger, che ha 23 anni, parte al fronte in Europa e Oona, 17 anni, aspirante attrice, va a cercare fortuna a Hollywood dove conosce un Charlie Chaplin già maturo (quasi 40 anni più vecchio di lei) con il quale inizia una relazione. Ed è proprio quando i due innamorati sono lontani, proprio quando ci ritroviamo a leggere la corrispondenza (completamente inventata) tra di loro che Beigbeder dà il meglio di sé. L’obiettivo? Dimostrare che Oona è stata la vera e unica musa ispiratrice del capolavoro di Salinger. Una tesi che l’autore francese ha pure cercato di confutare chiedendo di poter accedere ai documenti ufficiali e che, in seguito al rifiuto della famiglia Chaplin, si è permesso (con sollievo) di immaginare, dando libero sfogo a tutto il suo repertorio di romanticherie epistolari.

Charlie Chaplin e Oona O’Neill

Ma il libro di Beigbeder è anche (e soprattutto) una forma di auto-terapia. Lo si capisce dalle prime pagine del romanzo, anch’esse molto personali, in cui l’autore ammette di soffrire della sindrome di Peter Pan e anche da quella lista di coppie celebri con un notevole scarto d’età che l’autore compila con accuratezza maniacale nel capitolo “Troppo giovane per te”. Non è un caso, infatti, che la sua attuale moglie sia molto più giovane di lui, così come non è un caso che la figlia nata dalla loro unione si chiami Oona. Se la letteratura serve agli autori come terapia, figuriamoci ai lettori. E l’esempio di Salinger, anche se letto attraverso la lente deformante di uno scrittore in piena seduta psicanalitica, può risutare utile, o quantomeno piacevole, a ciascuno di noi.