Due vecchi amici, di cui uno in ritardo.

A — Ogni volta la stessa storia: prendo un appuntamento con quel cretino e regolarmente mi ritrovo seduto ad aspettarlo come un allocco. Certo, so benissimo che il ritardo rientra tra le cose per cui, secondo lui, vale la pena vivere, eppure mi ostino ad essere puntuale. In effetti, questa sofferenza me la sono cercata. Potrei provare ad arrivare anche io in ritardo, così per ridurmi la durata della infernale solitudine. Ma che dico, quel frivolo sarebbe capace di arrivare puntuale proprio quel giorno lì e rinfacciarmi il ritardo. L’unico ritardo! No, sarebbe terribile lui che mi rinfaccia qualcosa. Dovrò abituarmi. Ho anche già finito il caffè, l’ho tracannato nervosamente, diamine! E la bieca cameriera mi sta guardando malamente perché sono seduto in un tavolo da, quanto pare, troppo tempo. Ridicolo! Ordinando un caffè ho tutto il diritto di stare seduto anche per due ore. Ancora mi guarda quella faccia da rettile! Davvero fastidiosa, fossi in lei, considerando che gli specchi esistono per qualcosa, eviterei di inimicarmi gli sguardi dei clienti; peggiorerebbe la situazione, insomma. Oltretutto che ordinando un caffè, ho ordinato tacitamente anche la sua anima, ella mi appartiene, è una cosa abbastanza intuitiva. Oh! Non demorde il primate, è ostinata. Mi avrà preso per uno di quei dandies perditempo. A proposito, eccolo che arriva, leggiadro e innocente.

B — Buona sera, caro A.

A — Buona sera a tua sorella.

B — Non essere stizzito, sai benissimo come sono. E poi non ho una sorella, e in ogni caso non le piaceresti. Ti vedo stanco, cosa ti è capitato?

A — Nulla di particolare, muoio dalla voglia di legnarti.

B — D’accordo, così sia, ma toccami l’abito malamente e ti svuoto un caricatore in bocca.

A — E’ di valore?

B — Scherzi? E’ semplicemente il mio abito, è carico di sentimento. Sarebbe un crimine trattarlo senza la dovuta considerazione.

A — Lasciamo perdere.

B — Quel canovaccio colorato che porti al collo, fammi il favore di buttarlo.

A — Ne hai di coraggio.

B — Solo per le situazioni che non ne richiedono.

A — Taci. Fammi riprendere. Hai la capacità di estrarre l’odio dal Santo Graal.

B — Sicuramente lo rovescerei per terra, sono così sbadato.

A — Per carità, fa silenzio almeno per un minuto!

Nonostante il nervosismo causato dalla seppur amabile frivolezza di B, il caritatevole A decise che rovinarsi il fegato non rientrava nei suoi programmi della giornata. Pertanto, ritenne opportuno sorvolare le questioni di principio che, si sa, sono solo questioni di interesse. Di diverso avviso era invece la bellicosa cameriera, la quale faceva spesso capolino dall’uscio del bar per indurre uno dei due amici ad ordinare qualcosa che avrebbe potuto alleggerire i loro portafogli. A pareva tutt’altro che intenzionato ad assecondare i malvagi voleri del gendarme col grembiule, mentre B si divertiva puerilmente a regalare sarcastici complimenti e battute di pessimo gusto ai clienti circostanti, ovviamente ad un livello di voce perfettamente udibile da tutti i presenti. Ciò, inutile dirlo, creava scompensi ad A.

“Potresti terminare, di grazia, i tuoi falsi e chiassosi elogi? — proruppe ad un certo punto A — già madre natura non è stata benevola nei loro confronti, è esagerato il tuo impegno a volerlo sottolineare”.

B interruppe la sua appassionata orazione per un istante ma, accennando un mezzo sorriso di soddisfazione, riprese con determinazione la sua divina missione, ricordando ad A che era stato lui stesso in quel momento a legittimare la sua dedizione. A roteò gli occhi verso il cielo e, con gran fatica, cercò misericordiosamente di incrociare i suoi sguardi di compassione e di imbarazzo con quelli del pubblico quasi totalmente alterato, cercando di persuaderli del fatto che era in compagnia di un idiota. Ricevette solo sguardi colmi di odio.

Notato con interesse l’imbarazzo e lo sconforto di A, B terminò il suo florilegio e restò a guardare soddisfatto il volto adirato di A. “Sei una brutta persona, volevi proprio ridurmi così”, brontolò quest’ultimo.

“Macchè, amico mio, o sono interessante o sono noioso, non descrivermi con attributi morali o fesserie simili, sono senza significato”, replicò solennemente B accendendosi una sigaretta presa distrattamente dal pacchetto di A, il quale, sebbene accortosi del furto, rimase impassibile. “Cerchi di persuadermi che ciò che sto facendo sia sbagliato — continuò B — nonostante io stia riportando quasi scientificamente ciò che vedo. Tutto questo non fa di me una brutta persona, come tu invece sostieni. Un uomo di scienza prescinde da etica e morale quando tratta i fenomeni. Mi rendo conto che a seguito degli immortali e sacri diritti del 1789 chiunque possieda lo stesso diritto di presentarsi al grande pubblico, ma, ricordalo, ogni cosa sacra è per sua natura dissacrabile. Dunque, non posso restare indifferente quando i miei occhi sanguinano dinanzi a certi orrori. Perché non giudicarli? Chi avrebbe assolutizzato la distinzione per cui i complimenti sono per forza benvoluti e le critiche viste in primis di malocchio?”.

“C’è una piccola, microscopica differenza tra una critica e un insulto”, lo interruppe l’analitico A.

“Che puntiglioso! Queste distinzioni riempiono la pancia ai soliti politicamente corretti. Sinceramente ogni distinzione è una grande limitazione. Un momento, chi ebbe l’ardore di sgozzare un maiale? Cosa rappresentano questi terribili suoni che mi giungono prepotenti alle orecchie?”. B pareva sinceramente spaventato. “E’ solo una coppia di amiche che si sono appena incontrate e sedute nel tavolo dietro di te. Ora che le osservo, entrambe paiono munite di costose borse e, mi pare, di coraggiosi tacchi dodici.”, disse ingenuamente A al buon amico, il quale non si lasciò sfuggire l’occasione per intraprendere una nuova avventura composta da giudizi destabilizzanti e ricchi di deliziosa ironia.

Nonostante l’impegno dell’ironico dandy i delicati bocciuoli, animati da falsissima amicizia e spiritati dalla notizia degli incombenti saldi, parevano non aver minimamente ascoltato ciò che B aveva decantato.

“Queste due oche non mi danno soddisfazione..”, mormorò con sconforto B, “d’altronde i pavoni pensano solo ad aprire la coda”.

“Caro amico mio, tu giudichi per divertimento, ma questa volta il divertimento ti è stato negato”, disse sorridendo A.

B pareva annientato da quella indifferenza, che aveva invece suscitato il divertimento di A. “Mi sento annichilito, davvero. I nemici vanno scelti in base alla loro intelligenza, queste maledette galline con la borsa contraffatta non meritano davvero nulla”, continuò a mormorare lo sconfortato B. Questo innocente mormorìo inaspettatamente attirò l’attenzione dei due mammiferi i quali, tra tutto ciò che venne detto, notarono solo l’accusa del povero dandy accasciato inerme sulla sedia di possedere una borsa contraffatta. A perseverava nell’osservare la scena e il suo divertimento era quasi infantile. Dopo un attimo B si risollevò, si riaggiustò la cravatta e si avvicinò con fare patetico all’amico. “Ma è mai possibile — disse sottovoce — che queste due terribili disgraziate abbiano recepito solo il banale commento sulle loro borse e niente di tutto il resto? E dire che mi ero anche impegnato seriamente, cosa che non faccio mai. Ho dedicato loro la mia ironia! E loro? Si indispettiscono per una orrenda borsa. Si, fa ribrezzo, pare un sacchetto dell’umido”.

“Ti sorprendi forse? Sai bene come funziona il mondo.”

“Una disgrazia, una vera disgrazia..” mormorava il dandy con occhi vitrei. “Ad ogni modo — riprese il perfettamente malvestito con tono totalmente diverso — potrei ordinare ora un caffè, che ovviamente pagherai tu, alla terribile donna lì appollaiata”.

“Non capisco da dove provenga il mio debito nei tuoi confronti” borbottò A.

“Non porre domande, non ascolterai bugie. Poi ti ricordo che nutro un senso di credito a priori nei confronti di questo secolo”.

“Se lo dici tu”, rispose A.

Con fare ovviamente privo di tatto, ma paradossalmente elegante, B ordinò il suo caffè che gli venne brutalmente portato dopo pochi minuti. “Mi auguro che questo caffè sia di mio gradimento perchè se così non fosse giuro solennemente, in nome del mio spirito indomito, di spargere morte e distruzione tra i pacifici clienti del vostro Cafè”, sentenziò il dandy muovendo l’indice verso il cielo. La mefistofelica donna stette svogliatamente ad ascoltare e, considerata l’idiozia del perfettamente malvestito, annuì meccanicamente e trotterellò dentro al locale.

“Ti sei reso conto di essere un cretino?”, domandò A. “E’ irrilevante — rispose B guardando dapprima la tazzina fumante e poi il viso del suo interlocutore — perché ‘ciò che conta in questi casi è lo stile e mai la sincerità”.

“Anche volendo, dopo già pochi passi staresti ansimando per la fatica. Molla la sigaretta, sarà la decima che fumi nel giro di quasi un’ora”.

“Assolutamente. Posto che anche un solo starnuto mi farebbe conseguire probabilmente un infarto, non rischierei mai l’abito per una situazione simile. E inoltre — mugugnò serrando la sigaretta tra le labbra — di questi soldatini della morte non mi stancherò mai. E’ deliziosa, amico mio. Non capisco perché tu non ti concedi questo piacere, ne gioverebbe anche la tua immagine. Con questo gesto — continuò il dandy aspirando ed espirando come fosse un rito — dissolvo ogni realtà. Esiste tutto in un solo istante, al di là del quale c’è il nulla. Con questa boccata consumo questa delizia e pongo l’accento sulla transitorietà dell’esistenza, e rinnovo simbolicamente, ad ogni gesto, il biblico ‘ritornar cenere’ dell’uomo. La brace rossa di questa sigaretta, accesa nelle tenebre della modernità, è la luce di un tenue e ironico faro che addita al secolo gli abissi in cui lo slancio inconsulto del produttivismo lo fa precipitare. Penso ora di poter enunciare la filosofia dell’impalpabile, della ‘sfumatura’, di fronte al mare materico degli oggetti fabbricati in serie. Ogni essere, dalla sigaretta a noi stessi, esiste solo per il piacere, per poi dissolversi in una fragile nebbia elegante”.

A rimase in silenzio. Poco dopo ritenne effettivamente giusto pagare quel caffè ispiratore al simpatico dandy che con civetteria teneva sempre d’occhio tutto ciò che lo circondava, perchè dopotutto restavano vecchi amici e gli ultimi di un tempo che non tanto presto ritornerà.