La solita situazione

“Non è sbagliato, in fondo, prendersi poco sul serio. Insomma, trovo sia effettivamente più sbagliata l’alternativa: la vita, come ripeteva un profumato inglese, è una faccenda troppo importante per poterne parlare seriamente. Potrei convenirne, ritengo. Quando stai amabilmente appollaiato sull’Albero della Conoscenza intento a cogliere la mela della Teoria del Tutto, e subito dopo scopri che una mela è semplicemente una mela, precipiti fragorosamente per terra. La testa ti duole, sei confuso e ti manca l’equilibrio. Di fondo, in ogni caso, troverai sempre un umile uomo che lavora la terra pronto ad aiutarti, offrendoti la sua mano per rialzarti: compassione umana, suppongo. Ad ogni modo, ci sono abituato. Sostengo spesso di voler vivere la vita senza dogmi né assoluti, ma non è mica possibile mi sa.

Per poter vivere, in fondo abbiamo bisogno di aggrapparci a qualcosa di fisso, una certezza o per lo meno un riferimento. Il problema è che, in fin dei conti, le certezze di volta in volta si sbriciolano in migliaia di pezzettini e, con un misto di sofferenza e testardaggine, cerco sempre di utilizzarli per comporre un nuovo quadro di riferimento affinché possa essere sempre più in armonia con me stesso. Magari l’esistenza è proprio questo: la creatività. Noi siamo il pittore e la tela è la vita.

In verità queste parole non sono affatto importanti: ciò che potrebbe davvero essere importante è saper creare la bellezza nella propria vita. Sono ciò che sarò non meno di quanto sono stato, ripeteva spesso un inglese. Penso che tutto sommato abbia ragione. Il punto è che farsi la domanda giusta è tutto, farsi quella sbagliata è una condanna inconsapevole a dover cercare una risposta che non c’è.”, pensava A.

Come al solito era in attesa dell’amico che, regolarmente, giungeva in ritardo, come già ricorderemo. Ad ogni modo, sebbene A sapesse che arrivare puntuali agli appuntamenti con quel grand’uomo è solo che controproducente, perché di fondo è viversi un inferno di solitudini immeritate, batteva nervosamente le dita sul tavolino del cafè che era solito frequentare nei momenti di svago.

Era un cafè davvero piacevole, propendeva per lo stile del secolo scorso, rifuggiva ogni post-modernismo e preferiva elementi lignei, marmorei e, cosa davvero importante, preferiva i quadri autentici a quelle ignobili e fetide stampe pop raffiguranti oscenità d’oltreoceano o automobili dal dubbio gusto. Inoltre, preparano un caffè così buono che riesce a rendere spiritoso anche un esistenzialista. A era accomodato all’esterno, ancora desideroso di godere dell’ultimo clima temperato estivo: “eccezionale — pensava ogni mattina — con questo meraviglioso clima posso abbigliarmi senza dover temere calure improvvise!”. Certamente, A detestava l’estate. Insomma, non ne concepiva a priori il senso: l’estate non è composta di soli tuffi in acqua, gin tonic e mojitos lungo la spiaggia, talvolta si dovrebbe anche vivere la società cittadina e, sebbene fosse un fatto terribile, bisognerebbe anche mostrarsi entusiasti. “Magnifico! Magnifico! — pensò A quella mattina, tradendo lo sguardo truce e maligno di chi non ha ancora preso una tazza di caffè mattutino — l’estate sta finendo e con essa anche la gioia di quei perdigiorno che ancora pensano che una fotografia con la Reflex possa consacrarli all’eternità”.

Insomma, A si era svegliato propositivo e con le migliori intenzioni, e chiaramente ora le stava perdendo una ad una a causa della negligenza di quel buon uomo di nome B.

“Non è possibile, non è possibile — mormorava A sconfortato — lo chiamo e non risponde, gli scrivo dei messaggi e nemmeno li legge. Io capisco che sia uno degli ultimi eroi di questo secolo, capisco che nutra il suo solito senso di credito nei confronti di questa epoca, ma diamine!, tollero il ritardo di una pregevole fanciulla, non il suo! Cosa accidenti…”, continuava ad imprecare A sotto voce, quando notò il leggiadro amico avvicinarsi fischiettando un motivo di Vivaldi, sbagliandolo quasi totalmente. Notò l’accasciato A sul tavolino, gli fece un cenno con il capo e si avvicinò a lui, sedendosi privatamente, sotto lo sguardo iracondo di A.
 “Ma ti pare? — proruppe A — potevi almeno rispondere alle mie chiamate o, al minimo!, degnarmi di un messaggio. Che te lo tieni a fare quel telefono se non lo usi?”.

“Amico mio — rispose il meraviglioso eroe — il telefono mi serve per ascoltare la musica, scrivere stupidaggini sui social e fare le foto a ciò che mi circonda e che mai interesserà agli altri. Ormai chiamare e inviare messaggi è così mainstream, il progresso ci ha votati ad un destino fallimentare caro A! Non ha senso avere un telefono se non usi le app e partecipi alla vita social! Pensa, ora ho un app che mi dice cosa voglio ancor prima di sapere di volerlo…”.

“Resti un asino, comunque”.

“Dai, non dire così”.

“Un asino ritardato, ecco, mi mancava il “ritardato”. In ogni caso la tua compagnia mi è sempre motivo di grande ilarità. Nutro nei tuoi confronti un grande affetto, sebbene abbia spesso desiderio di interrompere la tua permanenza ingiustificata su questo pianeta”, ci tenne a sottolineare A.
 “Suvvia, non dire così. Per non venir sopraffatto da questa tecnologia devo farmela amica. Lo sai che la detesto, in fin dei conti…”
 “Ciò non ti legittima ad arrivare in ritardo ogni volta! Ora non tediarmi con i tuoi futili motivi” lo interruppe A.

“Insomma, non vorrai continuare con questo astio nei miei confronti! Dopo tutto cosa valgono dieci minuti di ritardo in confronto alle mie occupazioni estetiche?”, chiese B.

“In realtà sarebbero quaranta i minuti…”, sottolineò sconfortato A. 
 “Minuzie, tralasciamo questi dettagli. E poi, a dirla tutta, io non mi fido affatto del tuo senso del tempo. È troppo preciso l’orologio, pare come una gabbia il quadrante. Ecco perché io non lo uso!”, sentenziò pretenziosamente B, facendo di conseguenza accrescere il sano odio nelle vene di A. “Fammi capire — disse A con gelido sguardo — tu mi stai dicendo che l’orologio che tu porti al taschino non funziona e magari quando capiterà un nostro nuovo incontro potresti arrivare quando capiterà?”.
 “Non amo mai trovarmi d’accordo con qualcuno, di solito penso sempre di stare sbagliando qualcosa, però è come tu dici”, sentenziò B.
 “Datemi un fucile”.

“Suvvia, sai benissimo anche tu che nulla è più necessario del superfluo! Lo diceva Oscar Wilde!”

“Ora mi rendo conto che il tuo cervello sia effettivamente un accessorio al pari del tuo orologio”.

“Questa te la concedo”, concesse B.

“E i quaranta minuti che ho perso aspettando la tua bipede idiozia chi me li renderà?”, chiese stizzito A, il quale iniziava ad innervosirsi, ma allo stesso tempo era divertito: quel buffo personaggio accanto a lui era sempre pieno di sorprese.

“Io capisco che, conoscendomi, sia dedito soprattutto alle cause perse, però su questi argomenti non metto naso, quando si parla di tempo perduto spunta fuori tra i piedi sempre un fantomatico creditore che ti rende la vita un inferno. Diamine, cosa ne so io? Io mi comporto come se questo mondo fosse eterno, che senso ha per me interrogarmi sul tempo? È una cosa troppo seria, non fa per me. Solo un commerciante può aver bisogno di sapere l’ora.”, rispose stizzito l’incravattato amico.

D’altronde, come biasimarlo per un ritardo, quando il tempo viene perduto in modi ben più effimeri.

“Potresti aver ragione, sai. Anche se sei davvero tremendo.”, borbottò A. 
 “Non avertene a male, di sicuro farti aspettare non rientra nei miei passatempi preferiti. Insomma, le mie principali occupazioni sono tenermi in vita e procrastinare, poi chiaramente il culto di me stesso”, puntualizzò l’amante di Savile Row, “ma non credere sia così banale io!”

“Il dubbio non mi ha mai sfiorato, mio caro..”, lo interruppe A.

“Come dicevo — proseguì B — il culto di sé è ormai così deprecato che puntualmente si viene accusati di bieco egoismo, di tremendo egotismo e del solito egocentrismo!”

“Capisco il tuo punto di vista, ma non puoi uscire così facilmente dai limiti dei concetti. Insomma, ti renderai pure conto che quei tre atteggiamenti che hai condannato si legano tremendamente alle, se vogliamo essere leggeri, sfaccettature del tuo punto di vista”, obiettò A.

“A mia volta comprendo la tua obiezione, amico mio, però non capisco davvero il motivo di legare un atteggiamento, un modo d’essere ad un’etichetta o per lo meno ad una definizione convenzionale”, replicò B.

“Perdonami ma, a parer tuo, non si è soliti intendere in questo modo? Mi scuserai per la seguente volgarizzazione, ma l’utilità prima del linguaggio non si basa forse sulla comprensione reciproca tra due esseri che condividono la stessa struttura linguistica?”.

“Ma certamente! Non potrei mai negare questo punto, è fuori da ogni dubbio, sostengo semplicemente la possibilità di potere andare oltre a questi limiti. Insomma, prendiamo per esempio le definizioni, ormai è usuale procedere attraverso di esse, se qualcosa è misterioso, inizialmente oscuro a noi, ci sforziamo immediatamente di ricondurlo a qualcosa di conosciuto e analizzabile, e dunque di conseguenza possibile di essere comunicato. Mi sembra tragico però, perché ti ingloba e ti riconduce ad un sistema in cui tutte le variabili, sebbene con funzioni diverse, condividono lo stesso principio, la stessa base di partenza.”

“Mi chiedo però dove stia il problema a questo punto”, lo interruppe A.

“Il problema, amico mio, è che ne sono saturo, non c’è creatività, né personalità: se io desidero un modo d’essere, mi sconforta essere ricondotto, banalmente, ad una mera etichetta. Lo sai bene che tutto ciò può essere tremendamente deprimente”.

“Temo tu prenda la cosa in questione troppo sul serio”.

“Non necessariamente, non mi interessano questioni di serietà o questioni di ironia e simili, mi interessa semmai sentirmi libero mentre propongo il mio essere a chi è disposto ad accoglierlo.”

Ogni qualvolta che la società di massa sembra prevalere con i suoi grotteschi valori e il suo culto sfrenato della popolarità, inaspettatamente riaffiora l’ideale di quel tipo di personaggio che brilla come un astro al tramonto. Non ama le etichette, né denominazioni, ma sappiamo chi potrebbe essere costui. La consapevolezza dell’inevitabilità del dolore lo impegna a comportarsi con stile nelle situazioni in cui tutti si abbandonano. È l’uomo che mantiene la calma, attraverso uno strano fatalismo che solo lui conosce. Insomma, ne abbiamo d’altronde un paio di esempi con noi, uno un po’ più adirato dell’altro, ma che nulla toglie alla genuinità con cui essi caricano di sentimento ogni loro idea e ogni loro gesto.

Like what you read? Give Francesco Strazzabosco a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.