L’uomo che si fa cosa e l’appropriazione dell’irrealtà.

Un breve discorso sul rapporto tra uomo e oggetto.

Lʼuomo si trova di fronte la merce: è necessario indagare lʼatteggiamento di esso nei confronti della merce, della sua cosità. Benjamin indicò il flâneur come colui che si immedesima nella merce, che diviene egli stesso merce, spinto dal desiderio di novità che vedeva in essa.[1] Il punto è il seguente: certamente il flâneur è egli stesso merce, desideroso di una nuova mimesis tra uomo e natura come possibilità di redenzione,[2] ma è necessario valutare un altro aspetto parallelo, ovvero lʼappropriazione dellʼirrealtà, sullo sfondo del un nuovo rapporto fra gli uomini e gli oggetti mercificati.

La trasformazione degli oggetti artigianali in articoli di massa e il loro conseguente inserimento nella logica produttiva industriale mostra una degenerazione dellʼoggetto a mera parvenza di cose. Denaturato e degenerato, lʼoggetto si lega allʼuomo in un rapporto in cui la perdita di disinvoltura di questʼultimo rispetto ad esso è destabilizzante. La cattiva coscienza dellʼuomo rispetto a esso è la novità: essa suscita quel timore nellʼuomo secondo cui lʼoggetto è sì in grado di traviare e schiavizzare lʼuomo sotto il segno dellʼutile, ma allo stesso tempo si mostra come animato dal desiderio di sottrarsi al suo uso[3] e, per questo, seducente nei confronti del soggetto.

È quindi comprensibile il perché la mondanità inglese di inizio Ottocento vedeva nel dandy incarnato in George B. Brummell lʼunica forma di rendenzione che poteva annichilire quel disagio nato dalla perdita di disinvoltura nei confronti degli oggetti mercificati. Se il dandy è colui che non è mai a disagio, è anche colui che inaugura un nuovo rapporto con le cose: facendo del superfluo la sua ragione di vita, eleva l’oggetto indossato allʼassoluto, eliminando il suo valore dʼuso e la possibilità di accumulazione del valore di scambio, accogliendo e giocando sullo stesso terreno la sfida che gli lancia lʼoggetto mercificato: una sfida prettamente di stampo seduttivo: come ricorda Jean Baudrillard, «la sfida, non il desiderio, è al cuore della seduzione»,[4] e il dandy dʼaltronde non è mosso dal desiderio, perché altrimenti dipendente, ma gioca nel cuore della sua indipendenza, ponendosi sullo stesso piano dellʼoggetto, accogliendo la sfida della seduzione: «Il dandy, per sua funzione, è un oppositore. Non si mantiene se non nella sfida».[5] Non si fa solo merce, come un flâneur, bensì è come un giocatore che, noncurante della vittoria o della sconfitta, procede per il gusto di continuare la partita. «Egli è il redentore delle cose, colui che cancella, con la sua eleganza, il loro peccato originale: la merce».[6] In che modo? Estraniandosi. Brummel «si elevò al rango di una cosa: divenne il dandismo stesso»,[7] cancellando così ogni traccia della propria personalità, quasi con una tensione allegoria, rendendo sensata la domanda che Brummel, per rispondere alla domanda rivoltagli dal suo interlocutore, pose al suo servitore: «Robinson, which of the lakes do I prefer?».

[1] Cfr. W. Benjamin, Appunti e materiali, trad. it. di G. Russo, in OCWB, vol. IX, p. 501.

[2] Cfr. F. Cappa, Modernità e attualità del flâneur, p. 199.

[3] Cfr. G. Agamben, Stanze, pp. 55–56.

[4] J. Baudrillard, Lʼaltro visto da sé, trad. it. di M. T. Carbone, Costa & Nolan, Genova, 1992, p. 34.

[5] A. Camus, Lʼuomo in rivolta, trad. it. di L. Magrini, Bompiani, Milano, 1981, p. 61.

[6] G. Agamben, Stanze, p. 56.

[7] J. A. BarbeydʼAurevilly, George Brummel e il dandismo, trad. it. di V. Palombi, a cura di G. Piersanti, Studio Tesi, Pordenone, 1994, p. 10.

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