Tranquillità, del vino e Mozart

A — Mio caro, di cosa stai ridendo?

B — Di nulla, almeno per quanto ti riguarda. In realtà, rido perchè questo dialogo è iniziato nello stesso modo in cui venne gettato nero su bianco un certo gioiellino di Wilde, il che mi diverte!

A — Lascia perdere, non essere così antipatico, da qualche parte bisognerà pur partire. Tu, piuttosto, smettila di restare là impalato come uno stoccafisso, mi innervosisci, e abbi la bontà di sederti mentre porto a termine i preparativi necessari.

B — Come desideri. Noto che possiedi un portasigarette nuovo, è in argento? Delizioso. E’ un po’ inusuale vederne uno oggi, il cartoncino vende più del pregiato metallo. Ma che parlo a fare, tu che poni la ricerca del dettaglio come fine principale non avrai pensieri a riguardo.

A — Dici bene, curarsi poco delle contingenze può essere svantaggioso, curarsene troppo può essere fatale. Meglio non curarsene proprio. Ecco il tuo calice, ora prendiamoci del tempo e discorriamo ti qualsiasi cosa stuzzichi la nostra curiosità.

B — Si, ne sarei felice. Sono avido di discorsi, tu lo sai. Ad ogni modo, hai sentito di quel tale che, dopo un viaggio a Londra, ritornò in città completamente addobbato di stoffe inglesi e rivestito di presunzione e arroganza? Un vero inetto, per fortuna riuscii a scansarlo in tempo l’altro ieri, sarebbe stata una tragedia dover restare a parlare con lui. Non ricordo neppure quale fosse il suo nome.

A — Ah, si, quel mentecatto. Ho avuto la sfortuna di incontrarlo ieri per strada, ero immerso nei miei pensieri e questo avvoltoio mi diede una pacca sulla spalla. Dannato, non mi si deve toccare. Ancora un altro po’ e ingoiavo la sigaretta che tenevo stretta tra le labbra. Quel cretino, non mi lasciava più. Mi ha nauseato con le sue pseudo-avventure, con i suoi mirabili amori impossibili lasciati a marcire tra quattro mura di un bordello e la sua terribile presunzione in fatto di sartoria. Volevo rispedirlo al Creatore, ma ho convenuto che avrebbe fatto perdere la pazienza anche al Divino e, si sa, avere una divinità con la luna storta è sconveniente. Inglesismi di qua, accenti di là, l’unica cosa inglese che aveva effettivamente era il nodo della cravatta, fatto pure malamente.

B — Tsk, può sempre andare peggio, poteva chiederti di unirti alle sue avventure mondane.

A — Per carità, ne ho fin sopra le orecchie di tutto questo disperato bisogno di contare qualcosa in società. Tollero tutto, tranne la stupidità. Basta darsi arie da intellettuali, han fatto sempre dei danni questi disoccupati mentali. O aizzano le urlanti folle o scrivono sui giornali.

B — Ah! “Il giornalismo è illeggibile e la letteratura non è letta”.

A — Quanto aveva ragione quell’inglese.

B — Assolutamente.

A — L’esistenza di questi cialtroni è giustificata dal grande principio darwiniano della sopravvivenza del più volgare.

B — Ti sento leggermente alterato.

A — No, macchè. Polemizzo per natura e questi idioti, ironicamente, mi aiutano ad assecondarla. Pare che l’imperativo categorico sia di essere felici quanto volgari. Dio mio, che fastidio. Eppure ringrazio per tutto questo, restassi da solo mi annoierei ancora di più. Che astio! Che scherzosa contraddizione!

B — Non sprecherei un sentimento nobile come l’odio per delle simili nullità.

A — No, sono d’accordo. Eppure il nervoso mi viene servito a tavola come portata principale tre volte al giorno. Dove sono le mie sigarette? Grazie. Questi narcisi, mirabili! Non trovi?

B — Si, li notavo piacevolmente, assieme alla deliziosa estetica di questo piccolo salotto. Lo riempirei di fasti e ricercatezze, proporrei il trionfo dei colori…

A — Un po’ come Des Esseintes?

B — No, sia mai. In effetti stavo esagerando, quel tipo non mi convince. Ad ogni modo, cosa ci resterà di tutto questo? Di questa società, delle relazioni, ti tutto insomma. Ti sei mai posto questo interrogativo?

A — Di che parli? Ci resterà soltanto cenere, secondo me.

B — Non saprei, ti ho posto questa domanda senza un motivo preciso. Mi piace discorrere senza dover addurre motivazioni celate dietro ogni domanda. Sai, credo che porre domande sia ben più importante di dare delle risposte: con la domanda metti in gioco te stesso, ti poni allo scoperto, giochi con l’altro-in-te. La domanda posta all’altro è in primo luogo posta a se stessi.

A — Ti apprezzo anche per questo genere di idee che ti vengono in mente. Riusciresti a spiegarti meglio?

B — No, giunto a questo potrei proporti solo il discorso il parole diverse, ma la sostanza resterebbe inspiegabile, non sono nemmeno in grado di comprenderla..

A — Se ciò è incomprensibile, spiegarlo è una malvagità. Al giorno d’oggi ci restano così pochi misteri che non possiamo permetterci di rinunciare neppure ad uno.

B — L’oscenità è imperante. I tempi che noi così platonicamente amiamo sono passati e non credo ritorneranno in fretta. Siamo arrivati tardi.

A — Se potessimo ricamarci un motto sul candore della camicia, sarebbe senza dubbio: “Troppo tardi”. L’orologio che porto al polso e che tu porti fieramente nel taschino del gilet sono solo ornamenti, perchè noi nasciamo proprio da un ritardo, ne siamo l’espressione compiuta. La nostra essenza è la ribellione perpetua, il rifiuto del gregarismo, l’elogio dell’individualità, l’insubordinazione permanente. Noi siamo gli inamidati fantasmi imbevuti di passato che rammentano ai contemporanei ipnotizzati dal progresso la possibilità di vivere in un modo più antico e nobile.

B — Senza rimpianti, senza rimorsi accettiamo, come vinti, l’immersione forzata nell’orgia della modernità.

A — Si, e la malinconia che traspare dietro la nostra impassibilità è quella di chi è arrivato sempre troppo tardi. Il fascino e l’orgoglio degli sconfitti, impagabile!

B — D’altronde, tra le poche carte che possiamo dire di tenere in mano c’è ancora quella di prendersi gioco delle regole, mentre sembra di rispettarle.

A — Spiegati.

B — Mi chiedi troppo, mi chiedi di commettere un disonore nei confronti di me stesso.

A — Allora te la risparmierò, sei ancora mio ospite. Che disastro se un giorno scoprissero che sono buono!

B — Ah! Suvvia! Bontà, cortesia, nobili virtù dentro il paniere della miseria. Non sono convinto, non prenderei parte a nessuno schieramento, come non azzarderei mai a situarmi al di là del bene e del male. Credo poco a queste macchinazioni.

A — Il tuo scetticismo, in fondo, è quasi amabile.

B — E’ solo l’amara scienza di fissare negli occhi la Medusa del mondo e quella, a volte meno spaventosa, della morte.

A — Ti rendo atto della tua superiorità nel tenerti a distanza con gli altri, e non riguarda quell’eccessiva cortesia di cui parlava Baudelaire.

B — Mi accontento solo di fuggire la vistosità e svanire tra le folle.

A — Insomma, il principio della tua eleganza.

B — Si, il passare inosservati. Il Beau mi è maestro in questo.

A — La tua cravatta nera, la indossi spesso.

B — Sono in lutto, ma non preoccuparti, non si tratta dei miei affetti. Esprimo solo un lutto interiore per la morte dell’arte e della vita e il rifiuto di approfittare dell’immenso mercato ormai disponibile.

A — Non esagerare, non vorrai forse che ti compatisca.

B — L’unica cosa da compatire è il dio costretto ad osservare la miseria di questo mondo.

A — Si dice che Dio crei le pietanze e che il diavolo ci metta le spezie, non puoi gustarti il piatto finale prescindendo da uno dei due ingredienti. Insomma, si tratta pur sempre della dialettica degli opposti: come determinare l’uno senza averlo prima rapportato a ciò che assolutamente non è? Ne abbiamo già parlato.

B — Abbiamo parlato di tante cose, certamente, ma di questo mai abbastanza. Eppure non voglio aprire un altro discorso, non ho l’umore giusto.

A — Hai forse visto da poco il finale della quinta stagione del Trono di Spade?

B — Non dire fesserie, adesso. Certo, mi ha causato qualche scompenso, ma non così tanto. Diamine, se fai il fenomeno prima o poi la paghi.

A — Che cinico, non sei adatto a vedere cose che possono suscitare emozioni nella gente, tanto meno se in compagnia.

B — Non dire così! Ma tu sai com’è, sul palcoscenico gli spettatori si divertono di più se succede qualche imprevisto e se poi si tratta di un evento drammatico

gli applausi sono garantiti.

A — Si, ma ciò non ti legittima a dover infierire sulla già debole psicologia di quei poveretti che ebbero la sfortuna di guardare assieme a te una certa puntata. Ti ricordi il Red-***?

B — Si, che babbi.

A — “Babbi”, ‘sti neologismi. Il finale di quella puntata, ricordo, mi fece sussultare e spezzare la sigaretta che tenevo in mano. Tu, invece, ti misi a ridere irrispettosamente. Il Fato decise che tu incrociasti lo sguardo lucido di quella povera, disperata ragazza che partecipava al tutto con noi..

B — Ah, si! Chi era? Doveva essere un’amica di *** che era stata invitata per la serata assieme a noi.

A — Non ricordo, ma lei sicuramente si ricorderà di te. L’hai quasi freddata col tuo cinismo.

B — Che esagerato, sapessi, come diavolo si permettono a sprecare sentiment….

A — Fermati, l’avevi emotivamente molestata. Le avevi detto anche una cosa..qual era..aspetta…ah si! “Delizioso bocciuolo, cosa vuoi che sia! Ne crepano ogni giorno di tipi come lui, poi caspita, non vieni meno all’onore perchè “occhietti fatati” è più appetibile dell’abominio a cui eri destinato. Insomma, andasse così il mondo, stiamo freschi! Guarda, credo che il tutto finirà qui. Ci mancherebbe altro che facessero scempio del cadavere o che brutalizzassero la bestia. Fatti una risata, fanciulla!”.

Ecco, ricordi com’è finita puntata successiva? Cadavere scempiato e bestia brutalizzata.

B — Sei pignolo, capita a tutti di fare delle previsioni errate.

A — Hai devastato la psyche di quella donna, e pensare che volevi fare del “bene”. Che gufata, però. Chissà dov’è finita, non l’ho più vista. Attento che potresti averla sulla coscienza.

B — Avrò fatto colpo su di lei, si sarà innamorata.

A — Non credo sia questo il caso della sindrome di Stoccolma. Le avrai fatto venire “il colpo”. Non hai tatto.

B — L’unica cosa per cui vale la pena avere tatto è la scelta dei tessuti.

A — Ci rinuncio.

B — Se le cose possono andare male, fidati che andranno peggio.

A — Probabile.

B — Ora basta con queste sciocchezze. Dov’è il mio calice? Eccolo. E’ vuoto! Dannazione, bisogna rimediare. Voilà, solo chi manca di fantasia non trova una buona ragione per bere champagne.

A — Assolutamente, “il primo bicchiere di champagne ci tinge di color oro tutti i ricordi della giornata”. Ma ora dimmi, cosa resta all’uomo moderno?

B — Ma che domande mi poni? Sei ammattito? Chiedermi ciò è farmi violenza. Probabilmente il vino ti ha dato alla testa.

A — Baggianate, le uniche due cose per cui posso dare di matto sono le donne e Savile Row. Allora? Pensi di degnarmi di una risposta oppure rifiuti come un codardo?

B — Piuttosto che darti questa soddisfazione, compirò questo sacrificio. Permettimi però di portare il discorso su un piano a me più consono, in cui posso essere maggiormente abile a difendermi. Ne parlerò riguardo all’eleganza. Sei d’accordo?

A — Ci speravo, in fin dei conti.

B — Orbene, penso che nessuno sia in realtà più democratico dell’uomo moderno che ogni giorno, ogni ora, sottopone il taglio della sua giacca e le tinte della sua cravatta al giudizio della giuria più distratta e impreparata del mondo: la folla metropolitana. Nessuno è più egualitario della persona elegante che studia attentamente il modo per essere tale e cioè per non essere troppo uguale o troppo diverso dagli altri. Nessuno è più umile di chi vuole colpire gli altri con un dettaglio impercettibile o un accostamento inconsueto. L’attenzione dell’uomo moderno per l’armonia del suo aspetto esteriore è, lasciamelo dire, un grande sintomo di civiltà e raffinamento interiore. Essere consci della propria apparenza significa infatti essere consapevoli della propria esistenza.

A — Non sei così pessimista, in fondo.

B — Conservo ancora qualche speranza. L’industria ci omologa, il sartoriale ci diversifica.

A — A quando il prossimo abito?

B — Che spiritoso, son povero in canna. Ma presto, molto presto. Probabilmente mi dimenticherò di pagarlo, vuoi per distrazione o vuoi per un impellente senso di credito che nutro nei confronti di questo secolo. Ma nonostante questo, non prima di aver terminato questo Veuve-Cliquot, odio lasciare le cose incompiute.

A — Come gran parte delle tue avventure amorose?

B — Quella è un’altra storia.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Francesco Strazzabosco’s story.