Un piccolo divertimento

A — “Eterna superiorità del dandy! Ma cos’è il dandy?”. Trovo iperocchè deliziosa questa citazione di Baudelaire, non trovi? Almeno lui era onesto, non come gli opinionisti da bar che ritengono il dandy un semplice manichino da descrivere. “Secondo me di qua, secondo me di là, son più dandy io, bla bla bla”, come se un dandy davvero si auto-etichettasse. Confondono lo snob con il dandy, che noia!

B — Ne convengo, amico mio. D’altronde vomitare sentenze su qualsiasi cosa è diventata ormai una pessima abitudine.

A — Ah! Come d’altronde ritenersi moderni stilnovisti…

B — Certo, certo… conosciamo già il tuo punto di vista sull’argomento, ma non apriamo nuovamente l’argomento, finirei davvero per parlarne seriamente. Piuttosto, leggevo giorni fa un estratto di un libro scritto da un filosofo francese e rimasi sensibilmente colpito da una breve storiella che l’autore, scherzosamente, raccontava.

A — Ti prego, non le tue solite storielle che mi privano di minuti preziosi…

B — Sei il solito bieco. Vedi di tacere e prestare attenzione, altrimenti ti metto al corrente dei moderni neologismi adoperati dagli adolescenti!

A — Dio mio…

B — Ascolta, ti faccio anche bontà di riassumerla. Dunque, vi è un uomo che sta passeggiando lungo una strada deserta, sotto la pioggia. Immaginati la pioggia londinese autunnale, per intenderci. Egli possiede un ombrello che tiene chiuso sottobraccio e, con la pioggia che gli batte il cappello, procede serenamente lungo i suoi passi. Ad un certo punto, giunge verso di lui un passante trafelato che, piacevolmente stupito, gli domanda il perchè non apra l’ombrello. Il signore, fermandosi e voltando il capo, gli risponde con un sorriso: “Non mi piace sentirmi al limite delle mie possibilità”.

A — Tutto ciò mi incuriosisce, dimmi di più.

B — Ritengo che portarsi al limite delle proprie possibilità significhi la negazione di ogni possibilità futura, in termini assoluti. In altri termini, come spiega quel filosofo, equivale a celarsi dietro un fantasma di morte.

A — Un fantasma di morte?

B — Si, esatto. Certamente è opinabile considerare la morte positivamente o negativamente, perchè la scelta è pur sempre influenzata dalle esperienze passate, e Dio solo sa quanto esse possano essere differenti le une dalle altre. Penso però di poter affermare, e spero tu ne converrai, che sentirsi morti in potenza è terribile. Ti ricordi Heidegger, che proponeva la morte come termine di ogni progettualità? Ecco, colloca ciò all’interno del momento vissuto: vivere la mancanza di possibilità, non trovi sia destabilizzante?

A — Si, sono d’accordo. Eppure a riguardo non ragioniamo mai abbastanza e credo di intuire il motivo: pensiamo più ai nostri bisogni, piuttosto che ragionare sui nostri problemi. Ti ricordi quella frase che suona più o meno così: “Le menti grandi possiedono problemi, quelle piccole solo bisogni”.

B — Ricordo. Sì, posso dire sia azzeccato, anche se mi chiedo chi potrebbe mai tracciare una distinzione del genere tra due persone. Mi sentirei davvero un volgare snob se ne fossi costretto.

A — Nessuno te lo chiede, infatti, io meno che meno.

B — Per fortuna. Dunque, dicevamo che quell’uomo non ha intenzione di aprire quell’ombrello. Eppure lo possiede! Ogni momento è adatto per poter esplicare quella possibilità, ma, nonostante le circostanze, egli rinuncia. Egli resiste al suo valore d’uso, lo nega e dunque lo annulla. Pertanto, si più può ritenere che la finalità stia in primis nell’oggetto e resta quindi al soggetto decidere se attuare questa possibilità oppure no. Non raggiungendo il limite, quest’uomo allontana il fantasma di morte.

A — Concordo perfettamente. Tra questi due uomini costui è più vivo dell’altro. Pare paradossale, eppure le cose, con queste premesse, appaiono così: al primo resterà sempre una possibilità in più da attuare rispetto al secondo.

B — Insomma, gli oggetti stessi in virtù del loro valore d’uso e della loro utilizzabilità ci portano alla disfatta.

A — Disfatta! Come sei tragico! Di certo ne siamo schiavi, sempre alla ricerca di ulteriori possibilità. Esaurite da una parte, si cercano dall’altra. Come resistere a questa tirannide senza volto, le cui braccia sono il consumo e la produzione? Mi assale una forte tristezza quando penso che forse questo tempo non è il nostro, dove discorsi sull’ arte, sulla morale, sulla filosofia possiedono un infimo valore e siamo succubi di materialismi biechi e derealizzanti..

B — Se io son tragico, tu sei melanconico, altrochè!

A — Si, forse, almeno in parte. Potrei spiegarti come vedo il nostro presente con un’immagine.

B — Di che si tratta?

A — L’incisione di Alberecht Duhrer, Melencolia. Te la descrivo, se mi presterai attenzione.

B- Procedi pure, le mie bionde e questo Feuillatte non sono ancora terminati.

A — “Il mio patriottismo si ferma sempre dinanzi ad una bottiglia di champagne”, diceva Churchill. Dunque, Melencolia rappresenta un angelo seduto nellʼatto della meditazione, con lo sguardo davanti a sé. Attorno a questa creatura giacciono per terra numerosi utensili da lavoro. Dietro di essa una clessidra e una bilancia. Sembra che sia appena terminata una tempesta e il disordine degli oggetti che riposano su sé stessi esprimono una calma singolare: la calma di colui che non può far altro che pensare, meditare su ciò che è e su ciò che vede fuori di sé. Eppure, lʼangelo non osserva nulla in particolare, ha lo sguardo perso nel vuoto, come quello di colui che si rende conto che non cʼè più niente da vedere. La corona dʼalloro che cinge la testa dellʼangelo è solo un dettaglio, un mero ornamento, una pura forma. A nulla vale lʼauréole poetique se lo sguardo artistico è perso nel vuoto, in una melanconia in cui il lʼangelo dellʼarte vive la sua morte, in cui subisce la consapevolezza del faccia a faccia mortale. Non si tratta della consapevolezza di essere vivi, dellʼesserci, bensì della consapevolezza del proprio trapasso: il rendersi conto del proprio divenire votato ad un destino di morte e di annichilimento. Questa presenza di unʼassenza getta lo sguardo nellʼoblio, in cui il ricordo del proprio passato non offre più alcuna speranza di redenzione. Questo processo è inevitabile, la coscienza di vivere il proprio trapasso è imprescindibile, poiché il tempo rappresentato dalla clessidra scorre inesorabile e la sabbia è quasi totalmente giunta al piano inferiore. La bilancia non pende da nessuna parte: lʼarte sta morendo solo per sé stessa, non per altro, eppure non è ancora morta, non ancora sparita; lʼangelo continua a guardare dinanzi a sé, nel vuoto. Egli è seduto, contorniato dalle technai che non possiedono più alcuna utilizzabilità e sembrano estranee, inafferrabili. Il compasso che tiene in mano l’angelo è aperto nellʼatto della misurazione, ma è inutile perché non ha nulla da misurare: è un mero oggetto tenuto in grembo con assenza di finalità, mercificato come semplice presenza, come dʼaltronde tutti gli altri utensili sparsi attorno. La malinconia dellʼangelo è la coscienza di aver fatto dellʼestraneazione il proprio mondo e la nostalgia di una realtà che egli non può più possedere altrimenti che rendendola irreale.

B — Ogni volta mi sorprendi, e non parlo della scelta delle tue cravatte.

A — Neppure i tuoi gemelli sono da meno, a dirla tutta. Mi perdonerai se tutto ciò possiede caratteri allegorici, quasi barocchi, però ritengo che anche procedere per immagini abbia il suo fascino. Delle volte preferisco un’intuizione ad un concetto, sarò sincero.

B — Così dev’essere, allora. Sforzarsi di racchiudere qualcosa dentro un concetto è quasi fare violenza alla cosa stessa, e questo non è onorevole.

A — Ti ringrazio. Ma dimmi, cosa pensi di quanto detto finora?

B — Direi che le carte in tavola sono le seguenti: abbiamo la possibilità di scelta, il fantasma di morte ed un malinconico rapporto con le alterità. Non è semplice, ahimè, tu mi vuoi male! Ma nonostante la pressione della muta violenza del tuo sguardo, non mi ritiro. Ritengo non ci sia un’effettiva soluzione a questo intreccio, perchè è composto per lo più di intuizioni e, poichè stiamo in fin dei conti discutendo di estetica, non mi piacerebbe affatto dare al discorso un taglio analitico. Ho notato, anche dal tono della tua voce, che hai posto l’accento sul momento del trapasso, più precisamente nell’istante in bilico tra un non-più e un non-ancora.

Mi sembra lo stesso istante in cui si estrae l’eterno dall’effimero, no? Non tocchiamo ora l’argomento del bello?

A — Mi sembra di capire che apprezzi particolarmente quel poeta francese, o mi sbaglio?

B — Mi hai scoperto! Si, lo confesso, il mio debito nei suoi confronti è considerevole. In ogni caso, ritengo che proprio nel momento in cui ci si scontra col il faccia a faccia mortale dell’ultima possibilità si posssa godere autenticamente della bellezza, a prescindere da quale sia la scelta fatta e i secondi momenti che ne conseguono.

Si tratta di quella stasi fulminea del transito in cui quel fantasma di morte è in attesa del suo kairόs. Siamo votati pur sempre alla morte, no?

A — Si, è vero, è un pensiero ricorrente accanto a quello di Dio, d’altronde.

B — Certo, certo. Penso che tutto non possiamo prescindere dall’aver quel fantasma appresso e la bellezza ne è giusto testimone: ad una rosa in fiore preferisco una rosa in decadenza, è più umana e meno ipocrita. Possiamo godere appieno del bello proprio perchè esso si determina in un attimo irripetibile ed unico. Come diceva Schiller, ciò che si perde nell’attimo nessuna eternità lo restituisce.

A — Temo che, giunti a questo punto, io debba dissentire. Ritengo che quest’ultima possibilità debba essere dimenticata, con nonchalance ed indifferenza. Solo estraniandoci possiamo redimere l’infausto rapporto con le alterità. Il Beau ne è un chiaro esempio, cancellò il peccato originario delle cose con la sua eleganza. Certamente, nemmeno a me piace sentirmi al limite delle sue possibilità, sia chiaro, però credo sia proprio la bellezza a salvarci da quel fantasma terribile che alleggia su di noi, perchè a ciascuno è dato essere, almeno una volta nella vita, l’ultimo bagliore di eroismo nei tempi della decadenza. Nell’attimo, o si emerge o si sprofonda.

B — Capisco, ci è sempre dato scegliere. Ora capisco il perchè di quel tatuaggio.

A — Lo stesso vale per me, amico mio.

One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.