F. come Fortuna

Era una vita che, spesso, accadeva che la chiamassero Fortuna.
Sbagliare il suo nome troppo inusuale era comune, per le persone, e con il tempo F. era diventata accondiscendete e incuriosita verso questi lapsus, spesso inconsapevoli. Li lasciava succedere, non li correggeva. Quindi per molti F. era Fortuna. “Ti presento Fortuna”, “In copia ci legge Fortuna”, “Grazie, Fortuna”, “Fortuna, che nome!”. Già, che nome.
E, tutto sommato, poteva andare anche peggio: aveva un vero nome bellissimo, F., che, nella notte, mette già paura. Un secondo nome, Fortuna, che porta gioia nel presente. E una casa tutta sua in via Felicita.
F., più che una lettera dell’alfabeto, un vaticinio.
Fortuna. Le piaceva ora, che aveva 34 anni e il suo vero nome, — un eterno, costante, pressante invito all’azione, a guardare oltre, a programmare, a sognare, a volere di più- iniziava a starle stretto. Stava imparando finalmente qualcosa sul presente, e quel qualcosa le piaceva anche. Era comodo, dentro; ne apprezzava i momenti, le sensazioni, gli incontri, le epifanie, intime e manifeste. Provava gusto nel non accelerare. La Fortuna di viverlo, il presente, iniziava a sentirla. F.
E quindi un giorno aprì le storie e scrisse del presente:
“Chiamatemi pure Fortuna,”
iniziò,
“perché ora mi sento molto più Fortuna che F..
Questo presente è una vera bellezza.
Merita di essere vissuto e raccontato. Di essere visto nei dettagli. Piccoli dettagli di Felicità, che non devono essere persi, mischiarsi, cadere nell’oblio. Ho deciso, sì! Li appunterò qui, e ne farò un pezzo delle storie. Questo è un capitolo dal titolo Fortuna, il nome del mio alterego, in cui io elenco le fortune del presente, dimenticandomi di immaginarne di diverse e nuove per il futuro.
Inizio.
Milano, Estate 2017.
Ho 34 anni.
Il mio sguardo del mattino ha gli occhi gonfi di sogni e i capelli arruffati dal cuscino. Truccarlo poco, lasciarlo così, senza contraffazioni.

Dormo ore sparute, molto meno di prima. C’era un tempo in cui pensavo che sotto le otto ore a notte chissà se si sopravvive. Ho scoperto che non è così.
Di notte invece scrivo. Ho iniziato le storie di F. e mi piace. Le butto giù senza un progetto, senza aspettative, solo per me, e questo è raro e importante.
Milano, io a Milano. Milano è bella. Sono bella a Milano.
Roma, e il suo ricordo. Io a Roma ora quando ci torno ci sto meglio.
La voglia che ho del mio mare è sempre di più. Lo Ionio è ancora l’unica religione in cui credo.

Forse per questo mi circondo di pesci, pesci ovunque. Ne ho in casa di ceramica sparsi per le stanze, che mi ricordano sempre la voglia di viaggio senza limiti e confini. La libertà.
I miei capelli sono meno lunghi del solito, ma sempre sparsi, sul pavimento, folti e morbidi in testa. Ne raccolgo mille e sul capo ne ritrovo duemila. Ho voglia di abbondanza, di riempire l’aria, lo spazio, di voluttà e morbidezza.
La mattina mi sveglio e guardo gli alberi di parco Trotter, che abitano la mia vista, che sono il mio vero grande giardino.
Le donne della mia vita, ora, sono: Maria, manifesta nelle mie efelidi, Topazia e il suo specchio, le tante Anna, mia madre.
Gli uomini della mia vita, ora, sono: Aldo, mio nonno. A. e la sua Panda, J. e la mia incapacità di lasciarlo andare.
Nicolas, con gli occhi azzurri, di un azzurro pazzesco.
Ho scoperto che amo l’effetto della lontananza. E della vicinanza. Lontanza, vicinanza, lontananza, e ancora vicinanza.
Camminarci sopra, su questo filo che congiunge lontano a vicino, e sentire l’ebbrezza del vuoto sotto, è quello che mi piace e mi terrorizza più di tutto.
Faccio yoga a pranzo, andando finalmente a testa in giù leggera e senza paura. La sensazione, nuova, di equilibrio precario, non mi spaventa più.
E rido, anche, dei miei limiti.
A volte, anche se poco, resto da sola e in silenzio. Curiosa solo dei rumori dall’esterno, in lontananza. In ascolto mangio pane pomodoro e basilico e ci bevo sopra del campari soda.
La mia colazione è pane e miele la mattina. E una tazza di caffè.

Ho rivisto Vicky Cristina Barcelona, poi Manhattan e poi Io ed Annie.
Faccio Instagram video che poi spariscono dopo 24h. Così come sparisci anche tu, poi risali all’improvviso. E poi io ti salgo all’improvviso. Chissà se a volte insieme…
Noi ci stiamo rincorrendo in giro nei luoghi in Europa, senza saperlo. Poi tu sei a Venezia, e anche io un giorno a mezzanotte.
Venezia e le sue calle. Mi perdo dentro i giardini della Biennale, mi ritrovo in uno spritz. Faccio una foto di mattina al ritorno sul ponte di mesi fa. Stesso ponte, stesso cielo, stessi barchini, stesso gabbiano.

Le mostre, la fotografia, il cinema all’aperto. Ne sono affamata.
Ho ritrovato l’entusiasmo di bambina. Com’era? The older i get, the younger I feel. Gioisco, mi stupisco, ricordo a memoria vecchie filastrocche. Vado in skate. Cado spesso.
Le case, i giri sui mezzi, l’umanità mi fanno sentire a posto, quando ci sono dentro.
Ho spesso Spotify in cuffia, cerco la musica di sconosciuti, immaginandoli. Ascolto cose nuove e vecchissime, cose improbabili, cose diverse.
E penso che mi piacciono proprio per quello.
Ho creato delle playlist con i nomi puntati delle persone che mi incuriosiscono. Salvo la loro musica dentro, ma solo quella che mi voglio ascoltare anche io. Penso che la loro musica racconti di loro più di quello che dicono. Riscopro vecchi sapori di antropologia sociale.
I libri, ritrovati. I nuovi, selezionati con cura. Li riesco a leggere una pagina per volta, quando mi toccano molto.
Sono più sensibile di sempre, almeno una spanna di più.
Vado ai concerti, che non vorrei fare altro. Se non ballare, e guardarli davanti al palco.

Bevo bicchieri di vino in terrazza. Guardiamo il cielo e poco altro.
Riscopro le albe e il loro blu. L’imbrunire e il suo blu. Il blu ricorda Gallipoli illuminata dalla luce arancione, e tutto il suo blu attorno.
La luna, mi parla di te.
Ho comprato delle lenzuola di lino. Accidenti, che scoperta!
I dischi al mercato di Berlino, cammino con Martina, incontro bambini che giocano a calcio in un campetto di cemento, e a guardarli un elefante.

Il mio giradischi nuovo, che è davvero una meraviglia, se solo funzionasse.
Viaggio molto e senza pianificare. Mi piace andare in giro in bici, in taxi, in car2go, in scooter in 2 con Monica. Ma anche in aereo ora ha un suo perché, ma solo se ci bevo sopra del prosecco.
Sono ritornata ad essere sud nel nord più nord, soprattutto quando rispondo a domande precise, troppo precise. O a domande di cortesia, con risposte sfacciatamente assertive. “Vuoi qualcosa da bere” “Sì.”. “Vuoi un caffè?” “Sì.”. “Vuoi entrare.” “Sì.” “Posso offrirti qualcosa?” “Certo, un gin tonic.” “A che ora ci vediamo?” “Dopo.” “Cosa fai questo weekend?” “Non so.”
F. Io. Fortuna.
Fine
