Stanza vuota

Ho scritto una nuova storia di F.

La storia racconta di quando lei incontra J., qualche giorno prima del suo compleanno, e grazie a questo incontro ritrova nel suo inconscio la porta dimenticata di una stanza vuota.

Lei J. l’aveva non conosciuto anni prima. Era estate ed erano in Puglia, al matrimonio della loro amica comune M. Durante la festa che era seguita alla cerimonia c’era stato un incrocio di sguardi veloci, una stretta di mano, forse, per le presentazioni convenevoli. E poi si erano persi di vista, tra abbracci, brindisi, balli e altri rituali.

J. non poteva saperlo, ma F. quella sera era triste, dietro al suo trucco a prova di commozione e al suo vestito bello da bridemaid. Triste per la fine della sua storia con M. M. che era lì con lei, in qualità di accompagnatore della testimone della sposa, ancora ufficialmente suo marito e amico degli sposi. E solo F. e M. lì, sapevano di quella fine. F. Non aveva avuto il coraggio di parlarne a M., non alla vigilia delle sue nozze, non avrebbe mai rovinato il sogno del suo giorno più bello con l’ombra di un altro amore che si era appena sfranto, come un’onda dell’Adriatico sugli scogli di Trani in una giornata di mare in tempesta.

F. era triste, dicevo. Ma aveva deciso di non concederselo. Si era tolte le scarpe col tacco, e si era messa a ballare. Era il suo modo solito di esorcizzare: ballarci su, fino all’alba. A tutti era sembrato che la testimone di nozze stesse festeggiando senza freni e con entusiasmo un po’ avvinazzato il matrimonio della sua amica di sempre. Ma in realtà lei stava calpestando il serpente di quel fallimento della sua vita con i passi di una taranta. Un ballo che non aveva mai avuto bisogno di imparare, perché patrimonio del suo dna di origini greche.

Ballare a piedi nudi fino allo sfinimento, sulla malinconia, era una di quelle cose che sapeva fare naturalmente bene.

Ma questo non è il vero principio di questa storia.

Il principio risiede probabilmente nella prima vera conversazione tra F. e J., qualche anno dopo, in chat su Facebook. O forse sta nei loro messaggi che precedono Capodanno di quest’anno, a Verona.

Li ha letti più volte, F., quei messaggi furiosi digitati per giorni senza sosta, se non quella delle reciproche attese di forma, prima di cancellarli. Messaggi nati come tanti, da un’interazione casuale, e poi evoluti in qualcosa di più intimo, profondo. Complicità, interesse, chimica.

Probabilmente questi tre fattori, misti a una certa pressante voglia di evasione, l’avevano spinta a raggiungerlo a Verona per conoscerlo veramente, quasi sette anni dopo il loro primo non incontro. E probabilmente quello che è successo tra loro la notte che in cui hanno celebrato il funerale di quell’anno sconsiderato con un rituale di alcol, baci e ricordi punk, è stata un’escalation fatta di eventi, sconsideratezza e spinta propulsiva, generata, appunto, da queste leve.

Sul dopo Verona.

Ho immaginato, in questi giorni, due versioni con cui potrei continuare il dopo di questa storia. O meglio, con cui potrei tentare di riprenderne i fili, raccontandone una verità più intima. La vera natura di quell’incontro tra F. e J., all’apparenza un incontro casuale, come tanti.

Nella prima versione c’è F., una donna che ha da poco passato i trent’anni, estremamente densa e dalla personalità stratificata, che vive un momento di profonda crisi personale, dettata dall’incapacità di una svolta rispetto a questioni spinose che la vita le pone. F., quindi, incontra J. e si lascia scivolare in una consolazione fatta di tepore, interesse, vitalità e complicità.

J. diventa in qualche modo la sua spinta verso un’azione, verso la rottura dell’immobilità. Si pone delle domande, a cui cerca di dare delle risposte, da parte di se stessa e da parte di chi è protagonista della sua storia. E queste risposte non sono così facili da trovare. E questa ricerca, forse impacciata, genera malessere, dolore e irrequietezza. Ma pur sempre vitalità.

In questa versione della storia J. per F. è un marchingegno narrativo, un personaggio di cui l’autore si serve per dare una sterzata al percorso della trama. Qualsiasi cosa porti all’epilogo, di lui pochi lettori si ricorderanno, il climax è altrove. (C’è anche una versione “specchio” di questa storia, dove F. e J. si invertono i ruoli).

E poi c’è una seconda versione di questa storia.

C’è J., estremamente denso e dalla personalità stratificata, che vive un momento di profonda crisi personale, dettata dall’incapacità di una svolta rispetto a difficoltà che la vita gli pone. Vive una storia e una realtà che non lo soddisfano, in cui si sente scomodo, costretto, difficilmente autentico. Prova malessere, e sente una forza che spinge verso qualcos’altro. Forse qualcosa di inedito, o forse qualcosa di sopito, nascosto, silenziato. Qualcosa che ha a che fare con l’origine, con uno spazio vuoto che rimane lì, in attesa di essere colmato, arredato, riempito di luce, vissuto. Un luogo intimo.

E poi c’è F., estremamente densa e dalla personalità stratificata che vive un momento di profonda crisi personale, dettata dall’incapacità di una svolta rispetto a difficoltà che la vita le pone. Vive una storia e una realtà personale che non la soddisfano, in cui si sente scomoda, costretta, difficilmente autentica. Prova malessere, e sente una forza che spinge verso qualcos’altro. Forse qualcosa di inedito, o forse qualcosa di sopito, nascosto, silenziato. Qualcosa che ha a che fare con l’origine, con uno spazio vuoto che rimane lì, in attesa di essere colmato, arredato, riempito di luce, vissuto. Un luogo intimo.

Una stanza vuota.

A questo punto della storia J. e F. si incontrano, una notte di Capodanno a Verona, e avviene un corto circuito.

Si guardano e si specchiano l’uno nell’altra.

Questo riconoscimento nell’alterità spaventa e affascina, attrae e respinge, chiarifica e confonde.

Non so quale delle due versioni si avvicini di più alla realtà più intima che vorrei raccontare. O se siano entrambe giochi onirici e fantasie lasciate correre senza freni, generando ebbrezza, ma anche brusche cadute.

Al momento non ho elementi per capirlo. In questa fiaba, nata da un retropensiero mentre guardavo degli occhi color miele, F. ha conosciuto J. solo una volta e in quell’unico incontro si sono raccontati e a loro modo amati, pur con tanti filtri.

Ma, qualsiasi sia la vera trama, quella stanza vuota dentro F. c’è, e lui l’ha aiutata, senza saperlo, a ritrovarla.

Ora è primavera. Per F. la stanza vuota sta per essere invasa dal profumo di mandorlo in fiore, dalle tinte vive dei tramonti guardati da dentro, dal rumore di un altrove vicino.

Soundtrack

Alla bua, Pizzicarella

Motta, Sei bella davvero

I Cani, Aurora

Nick Cave, Suzanne

Levante, Lasciami andare

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