L’11 settembre dimenticato

Salvador Allende

Il protagonista di questo racconto è Salvador Allende, un medico cileno con la passione per la politica. Confondatore del Partito Socialista Cileno nel 1933, perse le elezioni presidenziali del 1952 e del 1958. Si candidò per la terza volta nel 1970 e ottenne subito l’appoggio degli operai e degli studenti, della classe borghese progressista ma soprattutto del mondo intellettuale cileno, il cui massimo esponente era il poeta Pablo Neruda, membro del Partito Comunista Cileno.

Appoggiato dalla coalizione Unidad Popular, che riuniva tutta l’area di Sinistra, Allende vinse le elezioni con il 36.63% dei consensi, battendo il candidato della destra liberista e conservatrice Jorge Rodríguez per un solo punto percentuale. Socialista democratico e dichiaratamente Marxista, Allende diventò un serio problema per gli Stati Uniti d’America, che vedevano in pericolo i propri interessi nel sud del continente. Per evitare una deriva filo-sovietica del Cile la CIA tentò di invalidare il risultato delle elezioni, ma fortunatamente il Presidente uscente Eduardo Montalva decise di non infrangere l’ordine costituzionale, garantendo a Salvador Allende la vittoria.

Aveva così inizio la via cilena al socialismo, ma per tutta la durata del suo mandato Allende fu osteggiato dal Governo statunitense. Serviva una riforma socialista della società cilena, fino a quel momento sbilanciata in favore dell’oligarchia nazionale.

«Noi partiamo da diverse posizioni ideologiche. Per voi essere un comunista o un socialista significa essere totalitario, per me no… Al contrario, io credo che il socialismo liberi l’uomo», rispondeva così il neo eletto presidente ai giornalisti americani, preoccupati per le azioni politiche del nuovo Governo. Subito vennero nazionalizzate le principali aziende private, soprattutto quelle che controllavano le miniere nazionali di rame, fino a quel momento in mano a società nordamericane. Dopo aver presentato una nuova e moderna riforma agraria, il Governo annunciò la sospensione del pagamento del debito estero.

Queste misure rivoluzionarie irritarono l’alta borghesia cilena e il Governo americano guidato da Richard Nixon, strenuo oppositore di Salvador Allende. Venne introdotto il divorzio e furono bloccati i fondi statali alle scuole private. Aumentarono molti diritti sociali, come la garanzia di mezzo litro di latte fornito dallo Stato per ogni bambino, la distribuzione gratuita di cibo agli indigeni, l’aumento dei salari e delle pensioni minime.

La Rivoluzione democratica di Salvador Allende riuscì anche a migliorare i diritti delle donne e a diffondere l’arte e la cultura tra i cittadini. Insomma, il Socialismo aveva ridato dignità al popolo cileno, schiacciato dalle ingerenze statunitensi. Il problema principale per la presidenza Allende furono i rapporti con gli Stati esteri, specialmente quei paesi comunisti che avevano rotto le relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Gli USA non avrebbero sopportato un’altra crisi politica come quella del 1962 e per questo motivo non tolleravano la presenza di un Governo socialista nel proprio “cortile di casa”.

Fu così che la Casa Bianca iniziò una dura lotta al governo di Salvador Allende, coinvolgendo anche l’estrema destra cilena. Nel 1973 il parlamento portò avanti una mozione di sfiducia nei confronti del Presidente, che però venne bocciata dal Senato. Si trattava dell’inizio della fine della Rivoluzione democratica. Dopo un tentativo fallito di destituzione del Governo da parte della Corte suprema, verso la fine di giugno un reggimento dell’esercito guidato dal colonnello Roberto Souper, circondò La Moneda, sede del Palazzo presidenziale con l’intento di rovesciare il governo. Solamente l’intervento del generale lealista Carlos Prats fece rientrare la situazione. Nell’estremo tentativo di ristabilire l’ordine, l’amico Fidel Castro consigliò ad Allende di istituire le milizie popolari, togliendo tutti i poteri all’esercito. Ma la coalizione di Governo decise di non prendere questa drastica decisione.

La situazione precipitò tristemente l’11 settembre del 1973, quando il generale Augusto Pinochet, nominato appena due settimane prima, guidò un tentativo di colpo di stato che questa volta andò a buon fine. L’esercito assaltò La Moneda, ma Allende decise di non abbandonare il suo studio. Poco prima del blocco delle reti radio, Allende pronunciò un ultimo discorso di commiato al Popolo cileno dove ricordò tutte le conquiste del suo Governo, incitando i cittadini alla resistenza. Mentre il generale Augusto Pinochet saliva al potere, Salvador Allende perdeva la vita in circostanze poco chiare ancora oggi. Il Compañero Presidente diventava così un martire laico della lotta internazionale per il Socialismo e la Democrazia. Iniziava così un duro periodo di dittatura militare, guidata da Pinochet, che portò avanti politiche ultraliberiste e filostatunintensi.

Tutte le conquiste della Rivoluzione democratica di Salvador Allende svanirono, ma la cosa peggiore furono le migliaia di uccisioni e di torture che l’esercito perpetrò nei confronti degli oppositori politici. Tra di loro anche il poeta Pablo Neruda che morì stanco e malato in ospedale, alcuni giorni dopo il golpe.

Salvador Allende ci lascia un grandissimo insegnamento, il Socialismo può e deve convivere con la Democrazia per il raggiungimento di una società nuova, senza disuguaglianze e ingiustizie sociali. Sta a noi adesso, ricordare e applicare i suoi insegnamenti, per la conquista di quel mondo migliore, da lui tanto desiderato e inseguito.

Amedeo Barbagallo
amedeobarbagallo01@gmail.com