Brexit, avanti verso il baratro del “No Deal”

Le conseguenze che la politica non vuole vedere

Fonte: pexels.com

Ancora un’altra scivolata per il Governo May, che dopo il voto di ieri sera sul Withdrawal Agreement, l’accordo sull’uscita dall’Unione Europea, oggi fronteggerà la sfiducia per riuscire a rimanere in sella e proseguire sul percorso tracciato fino ad oggi.

La bocciatura dell’accordo, ottenuto dopo più di 2 anni di negoziati tra le parti, allontana sempre di più lo scenario di un’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea in modo ordinato, la cosiddetta Soft Brexit, favorendo invece lo spettro del “No Deal” senza alcuna garanzia e di un’improbabile volontà di ritirare la stessa Brexit, quest’ultima palesata solo da una ristretta minoranza parlamentare.

In ogni modo, la schiacciante vittoria in Parlamento di ieri sera di una maggioranza guidata dai laburisti appare come una ferma volontà politica di rigettare l’ipotesi di un futuro nell’Unione in qualsiasi forma, nascondendo tuttavia la profonda incertezza sull’avvenire politico ed economico della Gran Bretagna e, di conseguenza, dell’Europa.

Ad un passo dalla data in cui scatterà la Brexit, il prossimo 29 marzo, occorre quindi chiedersi da dove questo fenomeno è partito, quali sono state e quali saranno le conseguenze economiche che ne deriveranno, focalizzandosi sul senso ultimo del bisogno di tutelare l’autonomia della sovranità inglese ad ogni costo.

Il referendum, chi ha vinto e chi ha perso

Il 23 giugno 2016, il referendum sulla Brexit si concluse con una vittoria del leave con il 51,89% dei voti. In quel momento, il Paese apparve subito spaccato in fazioni, contrapposte sotto diverse sfaccettature:

Dall’immagine che emerge da queste evidenze, la volontà di uscire dall’Unione Europea risulta, in primis, non condivisa da tutti gli Stati della Gran Bretagna, alimentando i venti indipendentisti ormai sopiti, in particolare quelli della Scozia, che potrebbero portare ancora oggi a rotture interne. In secondo luogo, i giovani britannici si sono visti soffiare il futuro desiderato per la propria nazione da uno strato sociale più anziano che lascerà loro un’eredità non gradita.

“Take back control” è stato lo slogan gridato a voce alta e sventolato nelle piazze dai supporters del leave, il quale faceva innanzitutto riferimento alla ripresa del controllo delle frontiere, nuovamente necessarie per fermare l’emergenza di un’invasione straniera considerata problematica ed incontrollabile. E’ interessante tuttavia notare come nelle città con una più alta percentuale di immigrati, i seggi abbiano registrato una prevalenza del remain.

Fino a che punto, quindi, è stata compresa l’entità dell’eventuale emergenza sociale attribuita all’immigrazione da parte dei leavers?

Danni economici, inglesi più poveri già da oggi

Mentre il dibattito politico continua, la finanza si è già mossa da tempo con le necessarie contromisure.

Ad oggi, mancano dai conti dell’economia inglese già più di 800 miliardi di sterline. E’ il frutto dello spostamento dei capitali da parte di banche e società finanziarie dalla City verso altri lidi, in particolare nell’Unione Europea, per evitare i contraccolpi della Brexit, sia di business che regolamentari. Non si tratta, inoltre, di un mero moving di risorse finanziarie, dato che molte banche ed aziende hanno preferito aprire sedi o spostare personale al di fuori della Gran Bretagna in via cautelativa, con un conseguente impatto sull’economia reale.

Inoltre, per quanto riguarda le prospettive successive al 29 marzo 2019, la Banca d’Inghilterra ha suonato il campanello d’allarme, indicando che uno scenario di “No Deal” porterebbe la Gran Bretagna ad una grave recessione, peggiore non solo della crisi del 2008 ma addirittura delle conseguenze economiche derivanti dalla Seconda Guerra Mondiale. Gli impatti stimati dalla BoE riguardano in particolare la caduta dell’8% del PIL britannico già a partire dal primo anno successivo alla Brexit, il crollo del valore delle case e della sterlina, l’aumento della disoccupazione ed un aumento di tassi di interesse ed inflazione.

Anche in questo caso, come per l’analisi degli impatti sociali del referendum, occorre chiedersi in che modo la tutela della sovranità britannica richiesta dai leavers potrebbe creare effetti positivi sull’economia reale del Paese.

Diktat politico, stessa direzione del consenso popolare?

La linea di pensiero espressa dal Parlamento UK nella serata di ieri indica una precisa interpretazione del voto del referendum sulla Brexit nella sua accezione più cruda: fuori dall’Europa, a qualunque costo.

Le conseguenze negative dello scenario “No Deal” sull’economia e sulla società britanniche appaiono, alla luce del voto di ieri, meno preoccupanti rispetto all’urgente necessità di controllo della sovranità, secondo il voto dei parlamentari inglesi.

A questo punto, è opportuno chiedersi quale sarebbe stato l’esito del referendum del 23 giugno 2016, se la posta in gioco sull’economia e sul sociale fosse stata presentata in tempo e in modo chiaro ai votanti nel corso del dibattito politico.

Ora che i primi effetti della Brexit cominciano a toccarsi con mano, il voto dello scorso referendum potrebbe non rispecchiare più il consenso popolare. Ma fino a che punto sarebbe legittimo chiederne un secondo, qualora ci fosse ancora i tempi tecnici per svolgerlo, ad un popolo che si è già espresso sulla questione? Il dibattito politico rimane aperto.