PIR: tra educazione finanziaria, economia reale e private equity.

La legge di Bilancio 2017 ha introdotto i PIR, strumenti interessanti sia per gli investitori che per le PMI, e potenziali game-changer per il mondo del PE.


Questo post è così strutturato: nella prima parte analizzo gli aspetti formali dei PIR; nella seconda i vantaggi/svantaggi per investitori e imprese; nell’ultima analizzo le recenti tendenze nel campo del Private Equity e in che modo i PIR possono cambiarne il volto.


Caratteristiche salienti

I PIR (Piani Individuali di Risparmio) sono nuovi strumenti finanziari introdotti dall’ultima legge di Bilancio, destinati agli investitori retail. Per prospetto devono investire in aziende italiane una quota rilevante degli asset (il 70%) e garantiscono importanti agevolazioni fiscali.

Vediamo i punti essenziali nel dettaglio:

  • Detassazione sul capital gain (il famoso 26%) se si detiene lo strumento per almeno 5 anni. In caso di rimborso prima dei 5 anni, verrà applicata la normale tassazione sulle rendite finanziarie.
  • Limite massimo di 30.000€ per ogni PIR; limite massimo complessivo di investimento in PIR di 150.000€.
  • Sottoscrivibile solo da persone fisiche (sono escluse quindi aziende e altre persone giuridiche).
  • Limiti di composizione del fondo: almeno il 70% dev’essere investito in aziende italiane; di questo 70% almeno il 21% dev’essere investito in aziende che non sono incluse nel FTSE Mib (e quindi essenzialmente PMI); limite di concentrazione: non è possibile investire più del 10% in un’unica emittente. Il restante 30% può essere investito in altri strumenti finanziari, compresi conti corrente e conti deposito.
Composizione tipica PIR. Da notare che sia la quota percentuale delle “PMI” (14,7%) che della somma fra “PMI” e “Aziende Italia” (70%) rappresenta un valore minimo. Di conseguenza la quota del 30% in “Altri strumenti” è da considerarsi quota massima.

Vantaggi e svantaggi per investitori e imprese

Per com’è stato progettato, il PIR rappresenta uno strumento assolutamente innovativo (in Italia; fondi di questo tipo sono già presenti da tempo in Francia e Inghilterra), che porta vantaggi agli investitori, alle imprese, e al mercato del Private Equity.

Analizziamo quali sono i vantaggi/svantaggi per gli investitori: la detassazione rappresenta chiaramente il più importante benefit derivante da questa tipologia di investimento, ma un aspetto da non sottovalutare è legato all’educazione finanziaria del cliente, il quale, “costretto” a rimanere investito per almeno 5 anni, è portato a capire l’importanza della pianificazione e della fissazione di un orizzonte temporale di medio/lungo periodo. Gli svantaggi? In primis è possibile che gli intermediari, per “controbilanciare” i benefit, possano prevedere dei costi (di ingresso, di gestione, di performance, etc.) maggiorati rispetto ad altri strumenti similari (vedi OICR); gli investitori, inoltre, sarebbero sottoposti ad un “rischio Italia” difficilmente diversificabile. In altre parole bisogna valutare attentamente se il gioco vale la candela: l’indubbio vantaggio fiscale deve essere valutato insieme ai costi, dello strumento e del rischio.

Vantaggi/svantaggi per le PMI: in realtà per le PMI l’introduzione dei PIR rappresenta una formidabile alternativa di fundraising al classico canale bancario ed a quello del private equity. Legare a doppio filo la gestione (ed i risultati) aziendali agli investitori retail potrebbe avere degli effetti benefici in termini di responsabilizzazione del management.


PIR & Private Equity: le recenti tendenze in atto e in che modo i Piani Individuali possono modificare il mercato di PE.

Da sempre il mercato del private equity, in virtù delle sue caratteristiche genetiche, tra cui alti profili di rischio/rendimento, orizzonti temporali medio-lunghi e alta specializzazione (in termini di know-how e competenze richieste), ha sempre sofferto il problema dell’illiquidità. Nel corso degli ultimi anni si è assistito alla progressiva introduzione di strumenti e/o pratiche finalizzate a tamponare questo problema: creazione di mercati secondari di PE, securitization e sindacazione dei portafogli, introduzione dei FOF (Funds-of-funds), etc.

La più recente tendenza è quella della quotazione, che rappresenta un formidabile strumento per diversi motivi:

  • Ampliamento delle fonti di fundraising.
  • Disponibilità di “moneta di scambio” per eventuali acquisizioni, e crescita del settore.
  • Riduzione del problema dell’illiquidità.

Tralasciando le modalità di quotazione (per lo più Investment Companies e Business Development Companies negli USA; Closed-end Funds, o Fondi comuni chiusi in Italia), il problema è quello di capire la relazione che potrà instaurarsi tra PIR e Private Equity.

In generale è ragionevole pensare che l’introduzione dei PIR possa rendere più liquido il mercato degli investimenti in società non quotate, e ciò sarebbe raggiungibile soprattutto se parte di quel famigerato 30% da destinare ad “altri strumenti” possa riguardare proprio fondi di PE: una specie di investimento in due fasi che potrebbe avere effetti benefici tanto per i fondi in questione (in termini di liquidità e ampliamento delle fonti di fundraising), tanto per gli investitori, che godrebbero, coeteris paribus, di una doppia diversificazione à-la FOF.

In questo contesto, nonostante siano già sul mercato i primi strumenti di questo tipo, restano da risolvere alcuni dubbi interpretativi che fanno pensare, con tutta probabilità, che i PIR verranno commercializzati a partire dal mese prossimo. Avranno successo? Le basi ci sono, ma lascio ai posteri l’ardua sentenza.