5 motivi per cui J.J. Abrams è meglio di Christopher Nolan

Questo è uno stralcio dell’articolo uscito su Balena Bianca. Per leggere la versione completa clicca qui.

J.J. Abrams è nato aNew York il 27 giugno 1966

Personaggi

Piegare i personaggi alla storia. A rischio di stravolgere persino la tradizione, purché funzionino. Per JJ Abrams non importa che tu sia il capitano James Tiberius Kirk o Ethan Hunt. Non importa se devi puntare phaser o entrare di nascosto in Vaticano, quello che conta è che i personaggi siano comunque sfaccettati. Tutti, anche i “secondari”. È nella coralità che il puzzle umano di Abrams prende forma (Lost fa suonare qualche campanello? Ma anche Mission Impossible, Star Trek, Guerre Stellari). E qui si vede l’enorme capacità di scrittura, oltre quella registica. Qui, proprio qui, si vede quanto le sue competenze (regia e sceneggiatura) danzano insieme in modo armonioso. Nessuno sarà mono caratteristico. Nessuno compirà la sua essenza in frasi-sentenze tipo:

«Non è tanto chi sono, quanto quello che faccio, che mi qualifica».

Anzi. Abrams lavora così tanto sulla composizione emotiva ed emozionante che raggiunge vette inimmaginabili, nel vero senso della parola. Per intenderci: riesce a mostrare la parte umana di un potenziale anaffettivo come il vulcaniano Spock. Ecco il non immaginabile ai più, ecco il bacio con il tenente Uhura. Che è allo stesso tempo un colpo al cuore ai puristi di Star Trek e una pennellata in più, necessaria alla narrazione. Prendere questo esempio, farne modello ramificato et voilà i personaggi di Abrams.

Uno dei lens flare usati in Into Darkness

Tipo di pubblico

«Ci sono volte in cui sto girando una scena e penso: “Ehi, qui ci starebbe benissimo un lens flare!”».

L’ha detto proprio JJ Abrams quando gli hanno fatto notare l’uso e, forse, l’abuso di questa tecnica. Ma il nostro JJ è uno che non si prende troppo sul serio, che sa anche ammiccare al suo pubblico. Spettatori che hanno imparato ad adorarlo prima per le serie TV, poi nel doppio carpiato che l’ha portato ad avvicinarsi a mostri sacri e iconici della fantascienza e non solo. Avere a che fare con un pubblico “nerd” aiuta in ogni caso. Aiuta nella sperimentazione visiva (che si tramuta — tra le altre cose — in una dichiarata, esplicita, per nulla leggera, color correction), aiuta anche a portare avanti una delle ossessioni di Abrams: l’amore verso il marchingegno scenografico, dello studio degli elementi di scena. Del fisico, rispetto al green screen (la composizione della maschera che raffigura il volto del compianto Philip Seymour Hoffman con stampante 3D in MI3 è un momento di altissima “nerditudine”, per dirne una). La campagna teasing di Guerre Stellari si basa sul ritorno alle origini:

«Chewbe, siamo a casa».

Ammicca al suo pubblico, dunque, e cerca di non deludere lo zoccolo duro che riempirà i cinema. JJ sa scegliere, anche con un pizzico di rischio.

Un primo piano di Steven Spielberg, regista classe 1946

Senso dello spettacolo

«I miei modelli? Rod Serling con Ai confini della realtà. Stephen King. Più tardi Graham Greene, Fitzgerald, Chandler. E nel cinema due su tutti, SpielbergLucas».

C’è chi lo definisce proprio l’erede di Steven Spielberg per il senso dello spettacolo, per la ricerca, per la sperimentazione. Ma JJ frena: «Magari». Intanto, però, porta avanti in chiave moderna la sua visione di cinema mischiando effetti speciali, artigianato, narrativa. Il segreto è nella pre-produzione: nello studio di ciò che può e deve essere inserito in modo armonico ed equilibrato (al netto dei lens flare, naturalmente). Risultato: scene da antologia, apprezzate da critica e pubblico, tagliate, proposte e riproposte su YouTube tipo Marilyn Monroe e Andy Warhol. Il pop visivo ed estremo che diventa (settima) arte.

Un’immagine dal teaser di 22/11/63, la serie prodotta da HULU

Originalità

Creare aspettativa. Anche quando c’è poco da vedere, anche quando — magari — c’è più forma che sostanza. Non è certo il caso delle grandi serie televisive come Felicity, Lost e Fringe che di sostanza ne hanno, ma JJ Abrams ha anche imparato a tutelarsi, soprattutto davanti al grande schermo. Segno di grande maturità e di un approccio umile alle proprie opere e al proprio pubblico. Ha dalla sua la grande visione di una storia e, come già detto, fa della coralità la sua arma principale. Fili di Arianna che si intrecciano nel labirinto narrativo; qualche indizio a tipo “spiegone” sparso qua e là, giusto per non perdere affezionati e l’approccio del “mystery box”, i super trailer o teaser cui gli spettatori vengono bombardati con grande anticipo. Se mai la vena creativa dovesse venire meno, ci pensa il marketing. Ultimo esempio? I pochi secondi di 22/11/63, la serie prodotta da HULU e scritta con Stephen King (un grande aiuto in fatto di originalità, no?). Guardateli.

Maggior pregio, peggior difetto

Tra i miglior pregi di JJ Abrams c’è senza dubbio la sperimentazione di generi e di ruoli. L’essere sceneggiatore, produttore, regista lo fa essere professionista e artigiano allo stesso tempo. Per questo la cura del dettaglio, anche scenografico, è talvolta dominante: perché Abrams sa che è nel dettaglio che si celebra la differenza tra un regista e un grande regista, tra un produttore e un grande produttore, tra uno sceneggiatore e un grande sceneggiatore. E questo ci porta anche tra i suoi peggior difetti: quello, talvolta, di voler condurre troppo lo spettatore. Di essere tanghero prepotente. Insomma, a volte, Abrams unisce per te i puntini.


Per leggere i 5 pregi di Christopher Nolan clicca qui e vai su La Balena Bianca.