Sbiadire

L’unica finestra che ho dà sul cortile interno del palazzo; mansarde identiche alla mia mi guardano simmetriche, vuote, immobili. Sopra le tegole rosse del tetto e le antenne satellitari sbilenche, nient’altro che il cielo, di un azzurro da togliere il fiato, di quelli che ti svelano che l’inverno è finito, che ti fanno sentire l’odore delle piante che tornano a vivere ancora prima di aprire le ante. Fa già caldo, ma non ancora al punto da rovinare tutto, quando gli oggetti cominciano a perdere uniformità. Ogni contorno si fa labile, ondeggiante, rovente.

Insieme all’autunno, la primavera è un periodo felice e allo stesso tempo terribilmente malinconico. Quando apro la finestra e a occhi chiusi inspiro a pieni polmoni l’aria tiepida, quasi concreta della mattina, tante altre stagioni passate si sovrappongono prendendo forma davanti a me. Questo odore pacato e leggero non delude mai, torna sempre a fine marzo se si ha fortuna, ad aprile al massimo se tarda. Invade tutto: le case, i vestiti, le lenzuola pesanti a cui ancora è un azzardo rinunciare. È lo stesso che avvolge gli ultimi mesi di scuola, quando le lezioni si trascinano troppo lentamente e, dalle aule delle elementari, guardi il piazzale poco distante, sognando che le quattro arrivino presto, che i tuoi nonni siano già lì ad aspettarti con la scatola di Tic-Tac e la Seicento Young blu scuro. È identico a quello del terrazzo di casa dei miei, quando i gelsomini accanto al muro mettono i primi fiori bianchissimi e mia madre maledice il vento che continua a farli cadere sul pavimento.

Ma non c’è dubbio, questo è l’odore di un luogo specifico, una casa robusta a due piani, con un balconcino dalla ringhiera marrone. L’unica costruzione che osserva frontalmente la via nella quale sorge: alla sua destra case simili tra loro — più carine forse, eppure così anonime — un campo in cui non c’è mai stato niente se non erba alla sinistra. La casa dei miei zii si mostra nella sua estrema normalità, con la siepe di pino tagliata uniforme e la sua superficie ruvida, quasi vissuta. Per anni ho desiderato con tutto me stesso di vivere lì.

Mi sembra ieri quando correvo per il giardino sporcando i pantaloni di erba, giocando a nascondino con i miei tre cugini: ogni sabato sera l’appuntamento fisso era lì, in quella villetta di Avigliana davanti a cui si stagliano montagne imponenti. La Sacra di San Michele è così vicina che pensi di poter raggiungerla a piedi. Sono passati tanti anni da quei sabati, sono passati tanti anni dalle feste sulla terrazza bianca sul lato destro della casa, sotto cui il giardino cominciava a pendere e una pianta strana faceva cadere foglie larghe e rosse. Sono passati tanti anni dall’ultima Pasquetta a casa loro, in quelle giornate che avrei voluto durassero in eterno: c’era qualcosa nell’aria, tra tutti noi lì presenti, che oggi non esiste più, che sarebbe forzato ricreare. Non ricordo l’ultima volta che ho visto i miei cugini, non ricordo quando ho smesso di calpestare l’erba, non ricordo l’ultimo compleanno festeggiato in terrazza.

Ma ho davanti agli occhi le grigliate all’aperto, le sedie di ferro battuto che raschiano il pavimento di pietra, il cesto con le uova di Pasqua spezzate che ti ingannavano e finivi per mangiartene due intere. I gavettoni, la musica house dozzinale, il più grande dei cugini che dettava legge e finiva sempre con le ginocchia sbucciate, le partite di pallavolo in cui la rete era un cancello arrugginito. Cosa è successo? Provo ad allungare una mano e toccare quegli ologrammi così nitidi. Non c’è più niente.

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