Take a moment and write

Dallo scrivere per lavoro allo scrivere per il piacere di scrivere.

Quanto è difficile scrivere quando si è obbligati a farlo.

Bhè, ma un po’ ti contraddici. Hai sempre voluto scrivere, e adesso che ti stai realmente avvicinando a farlo come lavoro, come passione, come centro della tua vita, ti stai lamentando?

Si, è vero. Mentirei nel dire che non sono felice adesso che la scrittura, finalmente, si sta davvero ponendo al centro della mia vita. Sono soprattutto orgogliosa di me stessa e delle scelte intraprese, anche quelle sbagliate, ma che in un modo o nell’altro mi hanno saputo portare in questa direzione soddisfacente. Solo che, a volte, scrivere è difficile e un po’ stancante, per non dire noioso. Il motivo è abbastanza semplice: non scrivo più per me.

E dopo queste parole si potrebbe aprire veramente una discussione infinita. Cosa intendo con tutto questo discorso? La mia sola assenza, dopo quasi un anno, su Medium dovrebbe spiegarlo molto meglio.

Attenzione: questo non è un post lamentela. In realtà è una di quelle ennesime scuse per posticipare un po’ di quel lavoro arretrato che si è accumulato proprio a causa dello stare dietro a mille cose, tra cui appunto il lavoro, treni su treni da prendere, la specialistica e qualche altro nuovo grillo.

Quale scusa migliore, quindi, per ritornare a scrivere su Medium approfittando di un momento di distrazione per poter sciorinare un po’ di pensieri sulla scrittura? Insomma, più che sulla scrittura direi sulle persone che scrivono per vivere o, più correttamente, vivono per scrivere.

L’aspetto paradossale di tutto ciò è che questo frangente di pausa lo trovo proprio mentre sono su un treno per Milano (il terzo nel giro di venti giorni), mentre dovrei essere a letto a godermi la mia convalescenza a causa di un week end poco felice; ma questa è un’altra storia, e magari troverò la voglia e il tempo di scriverla per la prossima volta.

Si dice che i personaggi per le storie li incontriamo tutti in seconda classe. A giudicare dalle facce direi che l’affermazione ha del fondamento, eppure una prima classe non mi sarebbe affatto dispiaciuta. Non per fare la viziata, anche perché il fatto stesso che stia comunque viaggiando in seconda classe e non in prima lo dimostra (e comunque quelle poche volte che viaggio in prima o in business è perché per una volta mi ha detto culo e ho trovato una super mega offerta), ma la seconda classe di Italo è veramente scomoda. Il signor Italo mi perdonerà, ma a confronto l’Intercity Roma — Taranto di Trenitalia è quasi un jet privato.

Lamentele a parte sulla seconda classe del treno, che cosa dire? C’è una signora accanto a me che continua a guardarmi male. Probabilmente perché prima avevo messo un film per far passare queste tre ore di viaggio, e lei ne stava garbatamente — e loscamente — approfittando, e poi ho deciso di perdermi in qualche vaneggiamento da grafomane, privandola della visione. Visione, a mio parare, un po’ scomoda, dal momento che avevo messo su delle cuffie per non dar fastidio all’interno vagone. Vero è che c’erano dei leggibilissimi sottotitoli e una definizione video niente male. Insomma, se non è si amanti del sonoro, forse un film così lo si riesce a reggere. Io, da brava cinefila, non potrei mai. Di un film mi devo gustare assolutamente tutto, dai colori ai suoni, dalla voce dei personaggi e il modo in cui pronunciano le battute alla storia. Insomma, tutto quello che compone quel misterioso gioco di immagini chiamato cinema.

Dicevo, era tanto che non scrivevo un po’ a caso, senza dare davvero uno scopo a quelle parole. Sarà che quando la tua vita gira tutta intorno ad una “cosa”, per quanto tu possa amare quella data “cosa”, nel poco tempo libero che ti rimane, difficilmente riesci davvero a metterti a fare nuovamente quella “cosa”. In questo caso, la cosa — giochi di parole che continuando ad alternarsi — è la scrittura.

Nel giro di un anno mi sono ritrovata in un mondo che non pensavo nemmeno potesse appartenermi e, invece, mi ci sono immersa trovando una parte di me stessa tenuta quasi nascosta. Ho riscoperto il mio amore più profondo per lo scrivere e anche per il cinema, due enormi passioni che avevano iniziato a entrare un po’ troppo in conflitto. Per quanto la strada possa essere ancora così estremamente lunga, questi mesi mi hanno dato più soddisfazione e sicurezza in me stessa di quanto potessi anche solo immaginare.

Saranno state le occasioni cadute nel momento giusto, le palle prese al balzo, le persone stupende ricche di stimoli che mi circondano o tutti questi elementi messi insieme a farmi ritrovare quella me perduta in un mondo — sempre quello — colmo di parole prive di una loro connotazione.

Il problema delle rinascite è che si è sempre così troppo impegnati nel mandare avanti la propria vita nel senso appena ritrovato, che ci si dimentica delle piccole belle cose di prima, come per esempio prendersi quel momento di isolamento, un piccolo attimo solo per se stessi e fare quello che più si ama, come “semplice” valvola di sfogo.

Io con la scrittura ci sono cresciuta, e a dirla tutta anche con il cinema. La scrittura è sempre stata una costante nella mia vita, nonostante il rapporto burrascoso che ogni tanto sfocia — come in tutte le belle storie d’amore — nel non rivolgersi la parola per giorni — a volte anche mesi — rinfacciandosi in faccia di tutto, ma dopo la tempesta tutto torna esattamente come prima.

Adesso la scrittura è il mio mezzo di espressione e di comunicazione. È il mio modo per fare un’analisi, per informare e per approfondire. È una passione ma anche una lavoro, e come tutti i lavori porta via il tempo per dedicarsi alle cose personali. Non che il lavoro sia qualcosa di non-personale, ma è diverso dallo scrivere quella paginetta al giorno del proprio blog, quella riga di sfogo sul proprio taccuino o quel capitolo in più del proprio libro nel cassetto — o in trilioni di cartelle sul proprio pc.

Capitano a tutti quei giorni in cui ci fermiamo a pensare facendo due conti con noi stessi. A volte si tratta di pochi minuti, altre volte anche di un giorno interno. Restare in silenzio, magari immersi in un brano, e fare un po’ di ordine, a tirare un po’ le somme di tutto quello che si è vissuto fino a quel momento, e ci si rende conto di aver dedicato così troppo poco tempo a quelle piccole cose che ci fanno stare davvero bene, appunto come sciorinare parole, da essercele totalmente dimenticate. E poi, quando distrattamente le ritroviamo, un senso di amarezza ci pervade e poi quell’irrefrenabile voglia di trovare quel dannato tempo, magari prima di dimenticarcene per altri tot. settimane, mesi.

Il tempo è un lusso, è proprio vero; eppure, una volta ogni tanto, dovremmo trovare il modo di poterci permettere quel lusso. Staccare tutto e regalarci quel nostro momento privato privo di scadenze, consegne, eventi, computer e scrivania.

Bisognerebbe trovare sempre un po’ di quel tempo in cui scriviamo — o facciamo qualsiasi altra cosa che ci faccia stare bene- solamente per noi stessi, anche senza avere nulla di interessante da dire. Voglio dire, sono arrivata oltre 1190 parole parlando praticamente del nulla, non è poi così difficile riuscire a buttare giù qualcosa.

Più che “bisogna” è un dobbiamo concederci quel tempo, un appuntamento fisso con il nostro “io”, anche solo come premio per tutte quelle parole scritte, ore passate al computer, notti in bianco per le imminenti scadenze, dimenticandoci di cosa voleva dire scrivere solo per il piacere di scrivere.

Quindi, respira. Prenditi un momento. Pagina bianca.

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