LA MEMORIA DELLE T-SHIRT / 1

Avvicinandomi ormai inesorabilmente alla soglia dei quaranta, avendo un figlio ed una recente seconda carriera come insegnante, mi sono ritrovato negli ultimi tempi ad essere sempre più di frequente oggetto di critiche da parte di taluni miei familiari -che per ragioni di privacy non nominerò in questo testo- riguardo allo stato scadente delle t-shirt che indosso.

Non ho difficoltà ad ammettere che fin dalla più tenera età ho avuto seri problemi con l’abbigliamento, talmente seri da essere probabilmente stato da essi condizionato nella scelta della mia professione: lavorare dietro le quinte del cinema dà il privilegio di non dovere mai mettersi una camicia, una cravatta, un paio di scarpe serie di quelle che fanno male ai piedi. A 38 anni posso dire con orgoglio di non avere quasi mai indossato un vestito, e nelle rare occasioni in cui sono stato costretto a farlo ho comunque sempre avuto ai piedi le mie fedeli Air Jordan da cerimonia.

Quello che viviamo è un tempo buio, minato da un revisionismo così radicale da sfociare non di rado in fenomeni di vero e proprio negazionismo. La società contemporanea va veloce, velocissima. E per viaggiare veloci bisogna essere leggeri, eliminare i pesi morti e rinnovarsi continuamente. Non c’è tempo per voltarsi a guardare indietro, non c’è tempo per il ricordo. La memoria è volatile, e la Memoria -quella collettiva, quella di cui siamo fatti- perde consistenza in un attimo, dissolvendosi davanti ai nostri occhi. Tutto è presente, tutto è futuro. Il passato è una grossa valigia troppo faticosa da trascinare.

Di fronte a questi mutamenti della società sento forte il bisogno di aggrapparmi al valore positivo del ricordo e di riconoscere privatamente e pubblicamente la dignità della Storia, e dei milioni di storie che la compongono. Le mie t-shirt non sono semplici pezzi di stoffa con sopra delle scritte buffe. Ciascuna di esse racchiude una parte di me, di quello che sono stato e di quello che sono oggi. Dirò di più: le t-shirt -e non soltanto le mie- portano con sé una parte della storia di un’epoca, di un mondo che non esiste più ma che non per questo merita di essere dimenticato. Se ritenete lecito buttare via una maglietta perché ha un minuscolo buco o perché ha perso un po’ del suo colore originale, perché allora non cancellare tutti quegli affreschi sbiaditi che rovinano i muri dei palazzi antichi di mezza Italia? Perchè non far sparire gli autori latini, che scrivono in una lingua morta e incomprensibile? E già che ci siamo, perché non radere al suolo il Colosseo, che è tutto sporco e non si può usare nemmeno per giocarci le partite? Se incominciate oggi dalle mie magliette, che cosa vi impedirà domani di bruciare i libri, di eliminare i vecchi e gli invalidi che non sono più in grado di lavorare, di buttare via tutto quel che non risponde ad un bisogno presente e immediato? Che cosa vi impedirà di dimenticare chi siete e da dove venite?

Avvicinandosi sempre più il pericolo, non posso più attendere con le mani in mano: su questo muro della memoria inciderò le storie delle mie t-shirt, perché rimanga imperitura traccia del loro passaggio sulla Terra. Anche quando non ci saranno più fisicamente, anche quando non potrete più incrociarle per strada o sfiorarle, leggendo queste pagine saprete che da qualche parte in un tempo e in un luogo persi nel passato esse sono esistite, hanno avuto un aspetto, un tessuto, un colore, e nella maggior parte dei casi anche un logo.

1/ “PEEL BILL”

La t-shirt gialla che dice “Peel Bill” facendo il verso a Kill Bill di Quentin Tarantino mi è stata regalata nel 2005 da M., noto critico cinematografico e regista del primo lungometraggio che ho montato. Se non ricordo male faceva parte di una linea di magliette divertenti realizzata da un suo amico americano barbuto e piuttosto in carne, che negli anni successivi avrebbe magistralmente interpretato Babbo Natale in una conversazione Skype e che risulta a tutt’oggi in parola per il ruolo di un licantropo in crisi in un film ancora da girare. Quando mi è stata regalata era di un giallo vivacissimo e solare, e a Roma faceva un caldo incredibile. All’epoca tendevo a fare un uso smodato della rarissima lavatrice con asciugatrice incorporata del mio appartamento e devo riconoscere che ciò potrebbe alla lunga averle nuociuto: dopo un numero incalcolabile di cicli lavaggio/asciugatura e undici lunghi anni di attività, oggi ha un colore tenue che qualche maligno definirebbe forse sbiadito. Eppure continua a fare la sua figura e ad attirare meritatamente l’attenzione ogni volta che viene sfoggiata. Per il suo taglio tipicamente nordamericano è decisamente comoda, tanto da funzionare egregiamente anche come pigiama.

Ricordo che all’epoca mi ero impuntato nel fare una dieta terrificante a base di enormi quantità di verdura scondita e di una dose minima di Jocca a mò di amaro premio una volta a settimana. La mattina mi alzavo prestissimo per andare al mercato, comprare la verdura, lavarla e preparare delle gigantesche insalate che mi portavo in moviola e che mangiavo davanti al computer per il timore di cadere in tentazione se fossi anche solo uscito dalla stanza per la pausa pranzo. Ancora ricordo come fosse ieri la sensazione di schifo data dall’eccesso di vegetali crudi e dall’odioso formaggetto industriale.

Il film di M. quasi non ebbe distribuzione ma fu molto ben accolto al primo Festival di Roma. Oggi è quasi impossibile da trovare, ma vanta un numero di stelle di tutto rispetto tra Mereghetti, Morandini, Mymovies e compagni. Il budget a dir poco inesistente non mi fece guadagnare una lira, ma alla fine di quei mesi di lavoro avevo perso dieci chili, avevo montato un film vero e avevo una maglietta stupenda.

2/ “SAVE THE CHEERLEADER”

Nel 2006 quando mi mettevo questa t-shirt un sacco di gente mi fermava e mi diceva cose tipo “Noooo! Ma dove l’hai trovata? La voglio!” oppure “Grandissimo, sei il mio idolo!”. Oggi nessuno ci fa più caso e i pochi che la notano mi chiedono che cavolo voglia dire quella scritta. A quell’epoca le serie tv erano ancora una cosa piuttosto strana, mia madre guardava E.R. perché c’era George Clooney e ancora non erano stati pubblicati tutti quei volumi che analizzano per filo e per segno il potenziale innovativo della lunga serialità proponendo la fastidiosa teoria che il cinema tradizionale sia ormai un formato vuoto e privo di cose interessanti da dire. La gente si trasferiva a Roma inseguendo il sogno di lavorare a Cinecittà ed io avevo da poco finito la scuola di cinema.

Ma qualcosa stava succedendo, ed era qualcosa di grosso. Un consistente manipolo di fanatici passava le proprie nottate a tentare di scaricare i nuovi episodi di Lost, a cercare i sottotitoli e a portare avanti discussioni infinite su quale fosse il vero motivo per cui quei poveracci si trovassero su quella cavolo di isola. Io avevo provato a guardarla ed ero anche andato abbastanza avanti, ma -forse schiavo di una mentalità arcaica legata al concetto di trama- all’ennesimo svarione narrativo privo di qualunque giustificazione mi ero indignato e avevo ripreso la sana e confortevole abitudine di guardarmi un bel film dopo cena.

Poi, non so nemmeno bene come, in casa mia è arrivata Heroes. Forse perché in quel periodo ero in fissa con Unbreakable, forse perché dopo il fallimento della mia relazione con Lost non volevo continuare a sentirmi un diverso, forse semplicemente perché in quel periodo non avevo niente di meglio da fare, me ne innamorai. In Heroes c’era una trama vera, come nei film o nelle vecchie serie: tutto quel che accadeva aveva una spiegazione, c’era un “giallo” che andava risolto e c’erano buone possibilità che alla fine si risolvesse. I personaggi funzionavano perfettamente, persino il fatto che si scoprissero dei superpoteri aveva una concretezza scientifica ineccepibile. Vidi le prime puntate in un paio di sere, poi passai un infernale pomeriggio tramutatosi velocemente in una notte di divano e brevissime pause pipì in compagnia della mia amica E. perché non potevamo non sapere, dovevamo arrivare alla fine e questo era tutto ciò che contava. In seguito a tali drammatici avvenimenti, la mia fidanzata mi regalò per il compleanno la maglietta nera che recava la scritta “Save the cheerleader……” sulla pancia e “……save the world” sulla schiena, ovvero la frase topica da cui tutta la storia di Heroes prendeva piede. La ordinò via internet sullo store americano della Nbc, pagando una fortuna in spese di spedizione e dazi doganali.

Sono passati quasi dieci anni, il nero non è più veramente nero ma la scritta continua a leggersi perfettamente. Nonostante i lavaggi, ci sono sempre peli bianchi delle mie gatte ormai impossibili da eliminare. E forse ora che sono ingrassato mi sta anche un po’ corta. Nulla di tutto ciò rappresenta un motivo sufficientemente grave per privarsi di questo cimelio degli albori delle serie televisive, prima di Mad men, prima di Orange is the new black, sempre e comunque contro quella pagliacciata di Lost. E poi, una volta ogni tanto, qualcuno vede la scritta “Save the cheerleader……” e ammiccando mi dice “Save the world!”.

Per la cronaca, la seconda stagione di Heroes faceva vomitare e l’abbandonai definitivamente dopo il primo episodio.

3/ “AUDI HATTRICK”

Nella calda estate del 2010 un film che avevo montato durante l’anno precedente fu invitato allo spumeggiante Karlovy Vary Film Festival, in Repubblica Ceca. La manifestazione, che sospetto disponga di un budget pari al PIL del Lussemburgo, ha luogo ogni anno in una località termale nota per i benefici della sua orripilante acqua sulfurea ed è frequentata da un pubblico composto al quaranta percento da registi, produttori e attori che presentano film, al quaranta percento da milionari russi in odore di mafia che presentano le loro Lamborghini, e al restante venti percento da modelle ventenni che presentano se stesse ai registi, produttori e attori che presentano film, ma che finiscono per ritrovarsi sul sedile del passeggero delle Lamborghini presentate dai milionari russi.

Tornando a quella calda estate, all’epoca mi trovavo a Parigi e nonostante avessi effettivamente un motivo per andare a Karlovy Vary non ero un regista, un produttore o un attore, non ero un milionario e soprattutto guidavo una Renault Kangoo gialla, peraltro nella sportiveggiante versione “Pampa”. Decisi insieme alla regista del film di affrontare il viaggio verso est in automobile perché avevamo voglia di guidare e di vedere un po’ d’Europa senza fare troppi programmi. Le uniche certezze del viaggio sarebbero state una sosta a Norimberga, che da sempre desideravo visitare, e l’arrivo in tempo per la proiezione del film. Di Norimberga ricordo il piccolo albergo che si trovava un po’ lontano dal centro, nella parte nuova della città. Ricordo che prendemmo un autobus per andare a vedere la rocca. Ma soprattutto ricordo il Museo della Memoria, una specie di mastodontico ed agghiacciante mea culpa issato a forza in uno dei luoghi più rappresentativi della follia nazifascista.

E poi ricordo l’episodio della t-shirt. Avvicinandoci all’uscita del Museo, silenziosi e decisamente scossi per ciò che ci eravamo costretti a guardare nelle due ore precedenti, sentivamo salire un rumore forte, fortissimo. Un rumore che mi pareva piuttosto familiare, ma che ragionando razionalmente non poteva essere davvero quel che pensavo. Eppure. Camminando lungo il perimetro infinito delle mura bianche dello Zeppelinfeld, quel rumore diventava più chiaro, e diventava un suono. Il suono di decine di motori. Motori indiscutibilmente di una certa potenza. Quando riuscimmo finalmente a vedere che cosa stesse accadendo, ci si parò davanti uno spettacolo ai limiti del situazionismo: dentro al più gigantesco monumento al delirio partorito dalla mente bacata di Albert Speer per ospitare le adunate naziste era stato installato il paddock di una prova del DTM, il campionato tedesco di automobili Granturismo. Impossibilitato ad assistere alla gara che si sarebbe svolta il giorno dopo, decisi che avrei suggellato quel momento di puro ed indimenticabile surrealismo con l’acquisto di una t-shirt commemorativa della tripletta di vittorie Audi nelle stagioni precedenti.

Con il passare del tempo la t-shirt Audi ha assunto nella mia mente significati sempre più mitologici, attraverso un pericoloso processo di sincretismo che l’ha portata ad assurgere a gagliardetto celebrativo della lotta partigiana e della Liberazione al pari del fazzoletto tricolore dell’Anpi.

Per la cronaca, del festival di Karlovy Vary ricordo tre cose. Le signorine in abiti succinti che riempivano i bicchieri di birra gratis, Le quattro volte di Michelangelo Frammartino e la sera in cui, vittima delle signorine in abiti succinti che riempivano i bicchieri di birra gratis, andari a presentarmi a Thelma Schoonmaker e le dissi che ero un collega.

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